Perché non indichiamo un ID sui prodotti che dica come riciclarli invece di appestare la Terra? - THE VISION

Nove oggetti sui dieci che vengono raccolti dalle spiagge durante le campagne di pulizia sono involucri di cibi e bevande. Il problema è così grande che, secondo gli esperti, perché il riciclo – con tutti i suoi limiti – possa davvero rimuovere la plastica dal mare – e da tutti gli altri ecosistemi, oltre che dai nostri corpi – dovrebbe raggiungere una quota compresa tra il 50 e il 90%, da cui siamo ben lontani – con un tasso medio di riciclo della plastica di poco più del 40% in Unione Europea e  molto più basso nel resto del mondo. Ridurre gli imballaggi con cui preserviamo la freschezza di qualsiasi prodotto e migliorarne la gestione e la raccolta sarebbe già un ottimo punto di partenza, dato che in Europa le confezioni rappresentano in termini di peso il 59% di tutti i rifiuti di plastica e la maggior parte di essi non viene riciclata, principalmente a causa delle caratteristiche del materiale stesso, spesso non adatto ai più diffusi metodi di riciclo, e poi perché la plastica riciclata perde moltissimo in termini di performance. Che ci sia un problema con pacchi, pacchetti e buste è chiaro facendo un giro al supermercato, dove ogni anno in Italia acquistiamo tre milioni di tonnellate di confezioni per un costo non solo economico, ma anche ecologico non indifferente. Davanti a questi dati emerge l’urgenza di rivedere il sistema. Sensibilizzare i cittadini è sicuramente fondamentale, anche perché molti fanno ancora fatica a distinguere, separare e disporre i diversi materiali. 

Un passo avanti è stato recentemente introdotto dal D. Lgs. 116/2020 che, recependo la Direttiva europea 2018/852 e le raccomandazioni dell’Unione Europea di fare il possibile per favorire la raccolta, il reimpiego e il recupero degli imballaggi, rende obbligatoria la cosiddetta etichettatura ambientale sulle confezioni destinate all’acquisto diretto (e non, quindi, quelle destinate a intermediari, distributori e altri passaggi della catena); precedentemente, infatti, la normativa europea 97/129/CE stabiliva solo la volontarietà dei simboli indicanti i materiali di cui era composta una confezione riciclabile. Per vedere se questa normativa avrà risultati apprezzabili bisogna aspettare, ma di certo una revisione era necessaria, perché le informazioni su come smaltire le confezioni dei prodotti che acquistiamo spesso sono poche e non sempre chiare; vero è che, con qualsiasi informazione a portata di smartphone, spesso non ci vorrebbe altro che un pizzico di buon senso e di intenzione a trovarle, ma è anche vero che indicazioni chiare immediatamente visibili permetterebbero un risparmio di tempo e aiuterebbero nella pratica.

Dal rapporto stilato dall’Osservatorio Immagino nel 2020, infatti, emerge che ancora l’anno scorso solo circa il 28% dei prodotti di largo consumo segnalava in etichetta la riciclabilità delle confezioni, attraverso simboli come quelli del sistema di etichettatura volontaria di Conai, il chasing arrows (cioè il triangolo con le frecce che si inseguono, accompagnato da un numero e da una sigla specifici per ogni materiale) o il punto verde. Il dato è aumentato di quasi tre punti percentuali in un anno, ma oltre il 71% dei prodotti continua a non dare indicazioni: tra i comparti merceologici con meno informazioni sulla riciclabilità del pack si piazzano le bevande e i prodotti della cura persona, come profumeria, cosmetica e prodotti per la rasatura, che, tra l’altro, rappresentano un grosso problema ambientale sotto diversi punti di vista e le cui confezioni – a parte alcuni rari casi virtuosi che si iniziano a vedere sul mercato – sono spesso realizzate con materiali che non hanno nemmeno un flusso di riciclaggio.

Sulle confezioni non riciclabili ormai raramente questo viene scritto, perché i produttori che non hanno avuto nemmeno l’accortezza di tentare la strada del greenwashing non hanno certo molta voglia di far sapere ai possibili acquirenti che l’imballaggio che stanno comprando finirà nell’indifferenziata. Pur ricordando che “riciclabile” non significa effettivamente riciclato, infatti, molti cittadini fanno sempre più attenzione ai loro consumi e allo smaltimento dei propri scarti e, secondo le rilevazioni Nielsen, spesso accettano di pagare qualcosa in più in cambio della garanzia di una confezione più ecologica. E invece si trovano a fare i conti innumerevoli materiali composti, quelli che presentano i problemi di smaltimento maggiori. 

A volte sarebbe davvero facile ovviare ai problemi e ridurre i rifiuti, con un minimo di indicazioni e di organizzazione. Come nel caso delle bottiglie e delle lattine che potrebbero essere protagoniste, come ad esempio in Germania da molto tempo, del sistema del vuoto a rendere, che in Italia è oggi in stato comatoso nonostante un (troppo) timido tentativo di reintroduzione nel 2017. In Lituania, ad esempio, il reso permette un recupero praticamente totale delle bottiglie in PET, come accade in Norvegia, dove – come in Germania e in altri Paesi – è operativo un sistema molto efficiente che rimborsa i cittadini che consegnano le bottiglie vuote presso i distributori automatici o i punti di raccolta; nel Paese scandinavo, poi, i produttori di beni che necessitano di imballaggio hanno la responsabilità di coprire i costi di riciclo, attraverso il pagamento di una tassa ambientale.

Un sistema simile dovrebbe presto ampliarsi anche a livello europeo, dove entro il 2024 le aziende di confezioni saranno chiamate dalla normativa a una responsabilità finanziaria estesa – cioè a coprire i costi della raccolta differenziata dei loro prodotti – che può comprendere anche la responsabilità organizzativa e quella di contribuire alla prevenzione dei rifiuti e alla riutilizzabilità e riciclabilità delle confezioni. Con questo dialogo tra Stati e produttori i risultati sono concreti: lo Swedish Return System, che recupera casse e imballaggi di alimenti e bevande del settore B2B, permettendone il riutilizzo anche per 15 anni prima di riciclarli, consente alla Svezia di risparmiare ogni anno 50mila tonnellate di rifiuti e di ridurre le emissioni di gas serra del 78%.

Guardando al prossimo futuro, un altro auspicio è che nascano cassonetti “intelligenti” in grado di identificare e segnalare la presenza di rifiuti sbagliati al loro interno: questo darebbe un ulteriore supporto alla nuova normativa sulle etichette ambientali e alla nascita di standard di mercato che incentivino l’impiego di materiali più ecologici e che siano progettati già in partenza pensando al loro “fine vita”. Se per molti beni e alimenti non è comunque possibile rispondere all’imperativo di eliminare l’imballaggio – a volte davvero eccessivo specialmente negli acquisti online – le confezioni possono comunque essere semplificate e rese più facili da riciclare; questo obiettivo necessita di una stretta collaborazione più tra designer, produttori, trasformatori, distributori ed esperti ambientali. Bisogna continuare ad alzare l’asticella della logistica e del recupero degli imballaggi perché questi conservino le proprie caratteristiche per quanti più riutilizzi possibile, e la tecnologia contemporanea è tutta dalla nostra parte, bisogna solo averne l’intenzione.

Tuttavia, in Italia, come dicevamo, rispetto alle raccomandazioni europee per incoraggiare l’uso di strumenti economici, criteri di appalto e quantitativi e altre misure per migliorare i tassi di riciclo non siamo ancora a livelli ottimali. Non ci aiuta il fatto che i comuni abbiano sistemi di smaltimento e di gestione diversi e che alcuni – per non dire molti – packaging essendo sprovvisti di chiare e semplici etichette rispetto a composizione, siano difficili da identificare e quindi da smaltire correttamente, e necessitino quindi uno sforzo maggiore per informarsi, non esattamente un incentivo a fare – o a fare meglio – la raccolta differenziata. Se è vero che noi cittadini dovremmo sforzarci di più, informandoci e assumendoci la responsabilità etica del peso ambientale dei nostri consumi, è anche vero che senza un impegno a livello governativo, legato alle norme e all’educazione, si rischia di andar ben poco lontani.

Sarebbe infatti fondamentale che tutti capissero l’importanza della raccolta differenziata, e spendere così quel po’ di energia in più per farla diventare una sana abitudine per il nostro bene e per quello della collettività. La raccolta differenziata è condizione necessaria ma non sufficiente a salvare il Pianeta, da sola non libererà gli oceani dalla plastica e non metterà fine all’inquinamento atmosferico, perché come sappiamo il problema è molto più vasto e la responsabilità non ricade – e non deve – ricadere esclusivamente sui singoli  cittadini, ma su chi produce e sui governi che non regolamentano, nemmeno di fronte alle odierne evidenze la produzione. Non per questo i singoli devono lavarsene le mani, è un movimento composito ma che si influenza a vicenda, più noi cittadini e l’opinione pubblica sarà preparata e sensibile all’argomento più le istituzioni non potranno ignorarlo e saranno costrette ad agire e nella loro azione ci sarà anche l’aumento di educazione civile.

Dobbiamo riconoscere di essere parte di una comunità, e che ogni nostra azione ha un peso e un valore. Le autorità competenti devono lavorare affinché ci si trovi nelle condizioni per poter agire nel modo migliore, aiutandoci a evitare semplici errori, a partire da codici identificativi, non fraintendibili o equivocabili, posti sulle confezioni, o magari evitando simboli complessi da interpretare ogni volta e troppo simili tra loro, che rischiano di essere disincentivanti. Dobbiamo poter esercitare il controllo che è in nostro potere sulla raccolta differenziata, una delle poche azioni su cui – almeno all’inizio del ciclo, proprio nelle nostre case – abbiamo la possibilità d’intervenire direttamente e attivamente per ridurre l’impatto ambientale che ha inevitabilmente la nostra esistenza.

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