Il cambiamento climatico ha appena sterminato 480 milioni di animali in Australia - The Vision

Il cielo è arancione, l’aria satura di fumo, le temperature altissime: 45 gradi ad Adelaide, 48 a Birdsville, quasi 50 a Nullarbor. Non è l’incipit di un romanzo distopico: è quello che sta avvenendo ora in Australia, e quelle riportate sono solo alcune delle temperature registrate nel corso dell’ultima ondata di calore che sta attanagliando la nazione dal dicembre e che, nonostante le piogge degli ultimi giorni abbiano fatto ben sperare, non si è ancora conclusa. Le prime avvisaglie si erano avute già durante la scorsa estate: nel novembre del 2018, infatti, le temperature medie in Australia erano salite fino a 41 gradi, alimentando gli incendi dovuti ai lunghi periodi di siccità estrema. Quest’anno, però, si sta vivendo una vera e propria emergenza: non solo lo scorso 18 dicembre è stata registrata la temperatura media giornaliera più alta della storia, quasi 42 gradi – cosa che significa che la temperatura non è mai scesa sotto i 35 gradi, neanche di notte – ma la situazione degli incendi è gravissima, tanto che in alcuni stati, come il Nuovo Galles del Sud in cui si trova Sydney, è stato dichiarato lo stato di emergenza.

L’estate, in Australia, è sempre stata caratterizzata da numerosi incendi nel bush, a causa della siccità e delle temperature elevate, ma finora non si era mai presentata una situazione come questa. Negli ultimi anni, infatti, con l’aumento progressivo delle temperature medie, la situazione è peggiorata: l’ennesima conseguenza della crisi climatica che in troppi cercano ancora di ignorare e negare, in nome del profitto.

Il bush australiano è un insieme di sconfinate praterie e boscaglie, habitat di quelli che sono considerati gli animali più iconici della peculiare fauna australiana: canguri, koala, opossum, volpi volanti ed echidna, tanto per citarne alcuni. Animali che non si trovano in nessun’altra parte del mondo, e che, nel giro di pochi anni, potrebbero non esistere più, se non in cattività. Dallo scorso settembre, infatti, 6.3 milioni di ettari di bush e foreste sono andati in fiamme, una superficie più vasta dei Paesi Bassi, con conseguenze disastrose sull’ambiente, sulla flora e la fauna, sulla salute umana.

Le perdite in termini di fauna sono altissime: secondo una stima calcolata da Christopher Dickman, docente di ecologia all’Università di Sydney, dal mese di settembre circa 480 milioni di animali sono stati uccisi dagli incendi solo nel Nuovo Galles del Sud. Alcuni sono stati uccisi direttamente dalle fiamme, altri dalle loro conseguenze: mancanza di cibo, di riparo, predazione. E questa stima non include i pipistrelli, animali molto sensibili al fuoco e responsabili della dispersione dei semi e dell’impollinazione di molte piante e quindi fondamentali per l’ecosistema australiano.

Già lo scorso dicembre, nello Yarra Bend Park di Melbourne, una colonia di volpi volanti dalla testa grigia è stata decimata da un’ondata di calore che ha colpito proprio durante il periodo delle nascite. E l’estate è solo all’inizio. Secondo il biologo Stephen Brend, che si occupa del monitoraggio delle colonie di volpi volanti nello stato del Victoria, il caldo e la siccità di quest’anno rischiano di spazzare via tutta la nuova generazione del 2019. Non va meglio per altri animali: a soffrire di più per il caldo e gli incendi sono i koala, animali lenti che si nutrono solo di foglie di eucalipto, un albero ricco di oli e quindi estremamente infiammabile. In condizioni normali, sia gli eucalipti che i koala sono specie abbastanza resistenti al fuoco: le fiamme raggiungono difficilmente i rami più alti, su cui gli animali si arrampicano, e l’albero germoglia rapidamente anche dopo un incendio. Quest’anno, però, la situazione è diversa: secondo David Bowman, direttore del Centro di ricerca sul fuoco dell’Università della Tasmania, proprio l’aumento improvviso di mortalità dei koala è il segno che qualcosa non va, e che l’intensità degli incendi non ha precedenti.

Secondo il Ministro dell’ambiente australiano, in seguito ai roghi nel Nuovo Galles del Sud sono morti più di 8000 koala, pari a circa il 30% della popolazione totale. Una situazione gravissima per animali già minacciati dalla deforestazione, e che riguarda anche molte altre specie di mammiferi, rettili e uccelli. Per gli ecologi, questi mesi di incendi eccezionali potrebbero portare all’estinzione di molte specie, vanificando così decenni di sforzi per la loro conservazione. “Siamo a un punto di svolta che avevamo predetto anni fa come una delle conseguenze del cambiamento climatico”, ha detto al Guardian Sarah Legge, docente di ecologia all’Università del Queensland. “Ora come ora, siamo in un territorio sconosciuto”. E il problema non si esaurisce certo una volta spenti gli incendi: il fuoco, infatti, porta a una diminuzione delle fonti di cibo per tutti gli animali del bush. Gli uccelli perdono gli alberi su cui costruivano i loro nidi, la frutta e gli invertebrati di cui si nutrono; le specie scavatrici, pur riuscendo a sfuggire ai danni direttamente causati dal fuoco, emergono in un territorio deserto, nel quale non sono più in grado di difendersi dai predatori.

“Ci saranno conseguenze drammatiche per moltissime specie”, ha detto anche John Woinarski, della Charles Darwin University. “Gli incendi sono così tanti e così estesi che un gran numero di esemplari di varie specie, incluse quelle già minacciate, moriranno”. E ha aggiunto che gli incendi hanno sempre caratterizzato il paesaggio australiano, ma in condizioni normali restavano molte aree non toccate dal fuoco, che davano agli animali la possibilità di sopravvivere. “Questo è l’inizio di un periodo nero per la nostra fauna selvatica. A causa del cambiamento climatico, questi incendi diventeranno sempre più intensi e frequenti. Probabilmente abbiamo già a che fare con l’estinzione di alcune specie, ma non lo sapremo fino alla fine di questa estate”.

Gli incendi stanno mettendo a dura prova anche gli esseri umani: ci sono stati infatti 25 morti, tra cui tre vigili del fuoco volontari, tantissimi dispersi e più di 1400 abitazioni bruciate. In questi giorni l’aria a Sydney è tra le più inquinate del pianeta, e iI fumo e la cenere sono arrivati perfino in Nuova Zelanda, dove hanno sporcato i ghiacciai, e fino alle coste dell’America Meridionale. Gli Stati del Nuovo Galles del Sud, del Victoria e l’Australia Meridionale sembrano zone di guerra: le autorità hanno diramato lo stato di emergenza e molte persone sono state evacuate, anche se in molte zone, a causa della difficoltà nelle comunicazioni, i residenti sono rimasti vicini alle proprie case. Una delle evacuazioni più grandi è avvenuta la notte di Capodanno a Mallacoota, una cittadina di vacanza nello stato del Victoria: 4000 persone erano rimaste bloccate sulla spiaggia e sulle barche senza alcuna via di fuga verso terra e sono state salvate dalle navi della Marina Australiana.

Secondo alcuni medici, ci saranno imprevedibili ripercussioni sulla salute anche una volta che la stagione degli incendi sarà finalmente conclusa. Chris Moy, capo della commissione medico-legale dell’Australian Medical Association, ha detto che le preoccupazioni sugli impatti a lungo termine degli incendi e sulla qualità dell’aria sono fondati. “Ci saranno probabilmente persone che moriranno per colpa di effetti a lungo termine del fumo, in particolare nelle fasce più a rischio, come gli asmatici e gli anziani”. Secondo David Caldicott, consulente per le emergenze presso il Calvary Hospital di Canberra, “questo è un evento di salute pubblica direttamente riconducibile ai problemi legati ai cambiamenti climatici. L’Australia oggi è una fotografia degli effetti dei cambiamenti del clima”.

Già lo scorso settembre, la Australian Medical Association aveva dichiarato il cambiamento climatico un’emergenza sanitaria, un atteggiamento che, purtroppo però non è condiviso dalla politica. Il primo ministro australiano Scott Morrison, infatti, è al centro di numerose contestazioni proprio a causa delle posizioni negazioniste che sostiene in riferimento all’emergenza climatica e all’appoggio incondizionato all’economia del carbone. Un atteggiamento che non è cambiato neanche in seguito all’emergenza incendi, durante la quale il premier ha esortato i cittadini a “essere pazienti”. Ma la pazienza come si dice ha un limite, soprattutto quando viene messa in gioco la propria sopravvivenza. Stiamo distruggendo consapevolmente l’ambiente in cui viviamo, mettiamo a rischio la nostra stessa salute e perdiamo gran parte della biodiversità del nostro Pianeta e i politici e i potenti che sarebbero tenuti a fare scelte realmente decisive per arginare questa situazione, continuano ad anteporre il profitto alla salvaguardia del Pianeta. Il punto di non ritorno, però, ormai è arrivato.

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