Come Zerocalcare ha cambiato il fumetto italiano

Poff. Michele fa esplodere la confezione di un plumcake mentre è affacciato alla finestra. Guarda il suo quartiere, sempre lo stesso, il suo covo. Quando un pendolare arriva alla fermata della metropolitana di Rebibbia viene accolto da murale: un mammut realizzato da lui nel 2014. Negli anni Ottanta un gruppo di archeologi ha trovato a Casal de’ Pazzi alcune zanne dell’antica creatura e da allora è diventato il simbolo di Rebibbia, per lo meno per gli abitanti. Per gli altri, inevitabilmente, è il carcere. 

Michele morde il plumcake. Ne è ghiotto, i fan lo sanno e durante i firmacopie gliene portano in quantità industriali. Adesso ha l’appartamento invaso, potrebbe nutrirsi di soli plumcake per i prossimi dieci anni. E non è detto che non lo faccia. Si mette sul divano e la sua giornata può iniziare. Le serie tv hanno un ruolo fondamentale: quelle di infimo livello, da lasciare in sottofondo e da seguire senza impegno, le utilizza mentre lavora. Quando mangia, l’upgrade del contenuto è inevitabile. Finché alla sera arriva il momento delle serie tv importanti, quelle da guardare senza distrazioni. Finisce l’ultima puntata, e così la giornata di Michele. Dai poster attaccati alle pareti Ken il guerriero e I cavalieri dello Zodiaco gli danno la buonanotte. Poff. L’ultimo plumcake per Michele, colui che non si è ancora accorto di essere diventato Zerocalcare.

In un’epoca in cui il fumetto stava diventando una “letteratura secondaria” per le masse – e forse scomodare la parola “letteratura” era persino un azzardo – Zerocalcare è riuscito a dargli nuova linfa. Se adesso la parola graphic novel è di dominio pubblico, se nelle librerie certe opere non finiscono nell’ultimo scaffale accanto al bagno ma in vetrina e arrivano anche le candidature al Premio Strega, lui ha un merito enorme. I suoi “padri” a livello cronologico – Andrea Pazienza, Gipi, lo stesso Makkox – hanno tracciato la strada; lui l’ha percorsa correndo e l’ha ridisegnata – a modo proprio.

La generazione di Michele Rech, quella nata negli anni Ottanta, è caratterizzata dall’assenza di qualsiasi punto di riferimento all’infuori dell’opprimente senso di precarietà che la ammanta. La sua carriera, così come la sua formazione, è nata nei centri sociali. Rech ha illustrato le locandine per le manifestazioni e per i concerti punk, le copertine dei dischi di band underground, e ha vissuto come uno spartiacque il G8 di Genova del 2001. Quegli avvenimenti – gli scontri, la morte di Carlo Giuliani, l’orrore della Diaz – rientrano nei suoi esordi da fumettista. Un giorno, mentre era alla ricerca di un nickname da usare per una discussione sul web, ha sentito il refrain dello spot televisivo di un prodotto anti-calcare e quel nome – Zerocalcare – non se l’è più tolto di dosso. Nome che ha iniziato a girare grazie alle collaborazioni con Liberazione e con XL, l’inserto di Repubblica che offriva ampio spazio alle strisce di autori emergenti. Un onesto inizio di carriera, senza eccessivi picchi di notorietà, senza pretese. Poi è arrivato Makkox.

Il disegnatore ha subito intuito le doti artistiche di questo ragazzo timido, a tratti insicuro, capace di trasmettere nella sua arte le caratteristiche di un’intera generazione impantanata. Come ricordato più avanti, è come se Makkox avesse adottato un Tamagotchi di 28 anni. Nelle strisce di Zerocalcare, a differenza di altri disegnatori, la componente autobiografica non è solo rilevante, è la colonna portante che regge l’intera struttura. C’è l’immancabile plumcake, una sorta di madeleine proustiana, c’è l’Armadillo, la sua coscienza a metà tra il Grillo parlante e la proiezione dello stesso Michele, c’è Rebibbia, l’amico Secco e il poker online, il doloroso personaggio di Camille e la mamma con le fattezze di Lady Cocca. Non manca nemmeno quel substrato culturale che ha permeato l’intera esistenza di Michele, dai manga e i cartoni giapponesi (ha scritto che “siamo individui composti al 70% da Cavalieri dello Zodiaco”) alle serie tv, dai film alla musica. Makkox capisce prima di tutti la potenza del linguaggio di Zerocalcare, data anche alla sua appartenenza alla generazione alla deriva che racconta, alla costante e vana ricerca di un punto di riferimento, e decide di attivarsi in prima persona: nel 2011 produce il suo primo libro, La profezia dell’Armadillo, e la vita di Michele cambia per sempre. Rimanendo la stessa.

Oltre all’inaspettato successo del libro, è l’apertura del blog a spingere Zerocalcare verso quell’aura che già dagli esordi raggiunge il culto. Il “blog a fumetti” lo avvicina al suo pubblico e mostra uno spaccato di sincerità a tratti imbarazzante. Oltre a uno stile riconoscibile e alla capacità di radiografare i problemi di un’intera generazione, è proprio quel rapporto viscerale con i fan a renderlo diverso dagli altri fumettisti. Con l’uscita dei lavori successivi, le presentazioni di Zerocalcare iniziano a diventare una liturgia grazie alla sacralità del rapporto artista-lettore. E soprattutto durano ore. Al momento degli autografi non si limita a una firma: realizza un disegno su commissione, sul momento, a tutti i suoi seguaci. Di qualsiasi tipo. Se uno di loro gli chiede di disegnare Goku che combatte con Giancarlo Magalli lui esaudisce il desiderio.

Il successo gli piomba addosso con la pesantezza delle cose che potrebbero finire, che fanno paura in quanto reali ma instabili. Lui quasi non se ne capacita, non cambia di una virgola la sua vita. Continua a frequentare gli stessi, selezionati ambienti e a perseguire lo stile di vita straight edge: niente droghe, alcool e sigarette, mantenendo la radicalità del punk ed eliminandone gli eccessi. E soprattutto non si stacca da Rebibbia. Ha difficoltà a sopportare gli impegni fuori casa, dorme in altre città solo quando è costretto. Sente il richiamo del suo guscio: divano, poff, serie tv, inchiostro. “Vivo la casa come un rifugio. È orribile dirlo così, ma è la verità: qualunque dentro è meglio di qualunque fuori”, dichiara in un’intervista. Eppure non si tira indietro quando decide di andare nel Rojava, al confine turco-siriano, per supportare la causa curda e documentare la loro resistenza contro l’Isis. Il risultato di questo viaggio, Kobane calling, viene alla luce nel 2015 sul settimanale Internazionale e, successivamente, sotto forma di volume completo per la sua casa editrice BAO Publishing. Chi seguiva le sue strisce sul web già conosceva le sue battaglie per i diritti umani e il suo pensiero politico, ma Kobane calling segna un passaggio fondamentale della sua carriera. È l’impegno che entra prepotentemente nei fumetti, o viceversa.

Zerocalcare non ha paura di esporsi, di iniziare un discorso parlando di Holly e Benji e chiuderlo discutendo sulla situazione in Libia o sull’identità dei curdi non riconosciuta dall’Occidente. Quando presta il suo nome per Emergency e condanna le forze politiche che “alzano i muri”, lo fa con la coerenza di chi non ha mai tradito i suoi ideali. Affila la matita quando è necessario indignarsi contro le ingiustizie subite da Giulio Regeni e Stefano Cucchi, quando bisogna denunciare le recenti politiche sull’immigrazione che toccano il lato oscuro della disumanità, sfruttando il megafono dell’artista, ma parlando come un uomo. Non si tira indietro quando è necessaria una scelta radicale, come ad esempio disertare il Salone del libro di Torino in segno di protesta per la presenza di Altaforte, la casa editrice legata a CasaPound. Lo fa senza giri di parole, nel suo stile: “Mi è davvero impossibile pensare di restare tre giorni seduto a pochi metri dai sodali che hanno accoltellato i miei fratelli” Da artista ha un megafono più grande per farlo, ma a parlare è l’uomo. E, quando la sua voce non lo fa, sono i suoi disegni a parlare.

Michele è un ragazzo-uomo invischiato nelle dinamiche di una generazione senza certezze, e il suo impegno politico si riallaccia a quella ribellione contro chi considera i trentenni di oggi gli abitanti di un limbo, incapaci di scegliere e di prendere in mano le redini della società. Per questo descrive, meglio di chiunque altro, quei ragazzi che come lui faticano a superare la coda infinita dell’adolescenza, tra responsabilità che incombono e l’incertezza di una società che fagocita individualità e speranze. Come ha scritto sul suo blog: “È che proprio i trentenni non esistono più, come gli gnomi, il dodo e gli esquimesi. Adesso c’è l’adolescenza, la post-adolescenza e la fossa comune. I trentenni sono una categoria superata, a cui ci si attacca per nostalgia, come il posto fisso”. È proprio da questo disagio collettivo che nasce Macerie prime, un’opera in due volumi che analizza il fallimento dei trentenni di oggi attraverso le stelle polari di Zerocalcare, i temi a lui cari che negli anni hanno mutato la forma, ma non la sostanza. In qualche modo siamo cresciuti con lui, è un collegamento empatico che sfocia in una disillusione generale. Michele non soltanto parla di noi, parla con noi. Il lettore si riconosce nei suoi dubbi, ha bisogno delle sue tavole come Michele ha bisogno dei lettori, creando una sorta di terapia di gruppo generazionale. Il conforto sta proprio qui, nella sensazione di non essere soli.

Poff. Un’altra giornata giunge al termine per Michele. L’ultimo plumcake, l’ultimo schizzo, l’ultimo frame di una serie tv. Chiude la finestra e saluta la sua Rebibbia, il regno dei mammut. L’Armadillo gli dice che in fondo potrebbe smettere di mangiare cibo pronto, di restare fino a notte fonda nelle librerie per fare i disegni ai fan, di vivere nello stesso posto da tutta la vita. Che tanto sulla carta d’identità c’è scritto “nato a Cortona”, perché i suoi genitori in quel periodo erano di passaggio ad Arezzo. Un affronto che Michele non ha mai superato.


A fronte dell’evidente frattura generazionale che The Vision ha riconosciuto essere in atto e che come mai prima di oggi si è manifestata come un’impossibilità di un incontro tra la nuova generazione e la precedente, Basement Cafè riesce nell’impresa di rimetterle in dialogo. Attraverso l’intervistatore Antonio Dikele Distefano, appartenente alla generazione più giovane, personaggi rilevanti provenienti da mondi diversi a due a due sono invitati a raccontarsi e a ragionare insieme sull’Italia di oggi, confrontandosi in modo costruttivo e stimolante.

Se la prima stagione di Basement Cafè aveva scelto come protagonisti gli esponenti di spicco della cultura giovanile più legati alla scena rap nostrana, la seconda si trasforma in un vero e proprio format culturale che valica i confini del panorama musicale per approfondire i temi oggi di maggiore interesse, che innegabilmente avranno un impatto sul futuro di ciascuno, ma soprattutto dei più giovani: l’informazione, l’ambiente e la creatività.

Il giornalista Enrico Mentana e il vincitore dell’ultimo festival di Sanremo Mahmood, il rapper Rancore e lo scienziato Stefano Mancuso, il rapper Kaos e il fumettista Zerocalcare nel salotto di Basement Cafè sono chiamati a passarsi il testimone e a mettere in comune le proprie prospettive senza filtri o censure, nella totale libertà editoriale garantita da parte del brand Lavazza, che insieme a Chili ha dato vita al progetto. Per queste interviste Basement Cafè ha adottato Il formato “longform”, per offrire contenuti video di lunga durata in grado di evitare semplificazioni e di rispondere a quelle domande che oggi è necessario porsi per sviluppare un’adeguata coscienza generazionale.


 

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