Oggi lo yoga è diverso dal passato. Ma i benefici sulla salute sono gli stessi.

Al tramonto del mio ennesimo Teacher Training, così come fanno spesso molte delle persone che conosco con una certa malizia mista a sarcasmo, mi domando: ma perché faccio yoga? Faccio yoga perché mi fa stare bene. Questo è un punto di partenza. Eppure molte altre cose mi fanno stare bene – una cena nel mio ristorante preferito, una passeggiata in montagna, leggere a letto sotto il piumone e altre pazze attività – allora perché lo yoga? Perché lo yoga mi fa cambiare consapevolmente.

Intorno allo yoga c’è sempre più confusione, insieme al proliferare di etichette e di stili, tanto che chi vorrebbe avvicinarsi a questa disciplina resta confuso e anche chi lo pratica fatica spesso a trovare risposte a domande che quindi finisce per smettere di porsi. I testi tradotti sono pochi e oscuri e ogni insegnante, anche dopo solo 200 ore di formazione, si sente chiamato ad aggiungere la sua verità, confondendo ancora di più le cose. Così lo yoga resta circondato da maya e oscilla tra la disciplina faticosissima che richiede sia elasticità che grande resistenza fisica che abbiamo modo di vedere su Instagram praticato da dee dalle gambe lunghe e manzi tatuati, a pratiche mentali che sconfinano nella psicomagia, il tutto nella maggior parte dei casi in modo rigorosamente generalista e approssimativo.

Certo è che lo yoga, oggi, sta spopolando in tutto il mondo, soprattutto tra le donne. Solo in America, nel 2016, i praticanti di yoga erano 76% donne, corrispondenti a 26,4 milioni di persone, un dato incredibile rispetto alle statistiche di solo quattro anni prima. E questo è un dettaglio interessante dato che nasce come disciplina esclusivamente per uomini, con molte tecniche specifiche per il corpo maschile, atte ad esempio a trattenere l’eiaculazione. Sembra che le donne siano più attente al loro benessere, o quanto meno alla sua ricerca. La cosa ancora più interessante è che sembra anche che per fare yoga servano assolutamente leggins traforati sulle cosce, top intrecciati e una serie di gadget anche molto costosi, quando lo yoga sarebbe forse l’unica disciplina per cui non serve veramente niente, se non il proprio corpo.

A questo proposito, per proseguire il discorso è necessario fare un chiarimento. Nella filosofia sistematica su cui si poggia lo yoga, il Sāṃkhya – uno dei sei darsana, le visioni interpretative riconosciute dalla religione hinduista che consiste in un modello di descrizione del reale fatto attraverso un’enumerazione a cascata a partire da due principi ontologici originari, al giorno d’oggi non particolarmente visionaria rispetto alla filosofia che si svilupperà in seguito – tutto è materia, anche la mente.

Uno dei versi fondamentali degli Yogasūtra di Patañjali – una serie di aforismi sullo yoga probabilmente databili tra il I secolo a.C. e il V d.C., – è: “Yogaś citta vṛtti nirodhaḥ”, lo yoga ferma le oscillazioni della mente. Anche le emozioni sono oscillazioni della mente. Se siete mai stati a una lezione di yoga probabilmente, tra le tante parole, avrete sentito parlare anche di apertura del cuore in quanto sede principale delle emozioni e dei sentimenti. Sono vritti, oscillazioni. Probabilmente avrete anche sentito fare riferimento oltre che a principi di biomeccanica anche a concetti abbastanza comuni di psicologia. Questo anche perché lo yoga che pratichiamo noi oggi è uno yoga molto recente, le cui tecniche in realtà hanno preso forma per la maggior parte all’inizio del secolo scorso, in America. Quando sentite parlare dell’esercizio della gentilezza, della comprensione, della crescita personale e della consapevolezza state ascoltando consigli sacrosanti, ma che ben poco hanno a che fare con l’India arcaica, quanto col pensiero e il lessico New Age.

Non so se Patañjali fosse d’accordo con me, ma quando si fa qualcosa sarebbe giusto domandarsi perché la si sta facendo, innanzitutto per evitare di bersi qualsiasi cazzata ci venga propinata, o almeno per valutare se quello che ci viene detto è una cazzata o no, o magari perché ci viene detto, altrimenti di che consapevolezza stiamo parlando? Probabilmente di quella, per dirla con Boris, degli occhi del cuore.

Dunque, oggi, quando andiamo a yoga pratichiamo posizioni codificate perlopiù nell’ultimo secolo infarcite di frasi rubate alla cultura New Age, oppure intrecciamo le dita per due minuti una volta alla settimana immaginando di smuovere elementi ed “energie sottili” seguendo tecniche spacciate come millenarie ma che sono state inventate probabilmente dopo Woodstock. Non c’è niente di male, anzi, è la prova che la disciplina è viva e in trasformazione, ma dobbiamo essere consapevoli di quello che stiamo facendo, perché in fondo è proprio questo che spesso si sente dire: lo yoga ci rende più consapevoli.

L’Haṭhayoga Pradīpikā, uno dei testi più antichi di cui siamo in possesso che descrive effettivamente degli asana (posizioni), risale al 1500 e rappresenta una summa dello yoga che si praticava all’epoca. Le posture erano pochissime ed è uno yoga che si praticava prevalentemente seduti. Come spiega bene Mark Singleton in Yoga Body: The Origins of Modern Posture Practice, questi asana si sono poi sviluppati nel corso del Settecento, ma tutta la parte del vinyasa, le sequenze di yoga dinamico come ad esempio il saluto al sole di cui tutti ormai abbiamo sentito parlare, si sviluppa alla fine dell’Ottocento, per poi formalizzarsi nei primi due decenni del Novecento. Le mudra che contiene, non sono posizioni particolari assunte dalle mani, come quelle che potete vedere all’arrivo in aeroporto a Delhi, ma per lo più posture da assumere con tutto il corpo, attivazioni di fasce muscolari profonde come ad esempio quelle perineali o posizioni degli occhi o della lingua. E lo stesso vale per la Gheraṇḍa Saṃhitā (datato tra il XVI e il XVII secolo d.C.), un altro testo antico che contiene 25 mudra, di cui pochissime comprendono anche un’effettiva posizione particolare delle dita delle mani da associare al resto.

Quello che sappiamo per certo è che lo yoga era una pratica ascetica, e gli asceti erano persone che si allontanavano dalla società. Una volta intrapresa la via dello yoga non si tornava indietro. Niente a che vedere dunque coi completi da 200 dollari e il benessere della nostra schiena, la nostra autostima o la capacità di concentrarci per essere più efficienti nello studio o al lavoro.

Questi asceti esistono ancora oggi e si chiamano sadu, potreste aver visto diverse foto famose che li ritraggono. Spesso sono out cast, scarti della società indiana, ma non solo. La scelta ascetica fa si che chiunque in India possa godere dei privilegi riservati a chi percorre questo cammino di devozione, anche chi è nato con meno privilegi di quelli di una vacca. I sadu esercitano il tapas, l’ardore (di cui scrive Roberto Calasso nell’omonimo libro edito da Adelphi), “la cosa più vicina all’essere vivi”. Per esercitare il tapas ci sono diverse tecniche, una delle quali ad esempio è di tenere un braccio sollevato finché non si atrofizza. Capite bene che da una scelta del genere, da una volontà tale, difficilmente si può tornare indietro. Dunque, stare in equilibrio sulle mani con le gambe slanciate in aria avvolte in una splendida nuance rosa antico migliorerà sicuramente la vostra autostima – e in un certo senso il vostro ego, che invece sarebbe intenzione dello yoga dissolvere – ma molto probabilmente non vi farà raggiungere la cessazione delle oscillazioni della mente, se non per quel millesimo di secondo in cui sarete tutti concentrati sul vostro equilibrio per evitare di sbattere il naso sul pavimento o non farvi venire un’ernia.

Nonostante tutto ciò, i benefici per la salute portati dallo yoga sono assolutamente tangibili, soprattutto quelli di uno yoga misurato e cucito su misura sul corpo del praticante. Migliora la flessibilità, l’equilibrio, insegna a rilassarsi e quindi aiuta a dormire meglio, riducendo l’insonnia e a quanto pare anche il colesterolo, e anche in gravidanza porta a grandi benefici sia per la madre che per il feto. Un recente articolo sull’European Journal of Preventive Cardiology dimostra come lo yoga riduca effettivamente il rischio di malattie cardiache. In media i praticanti di yoga perdono due chili, la loro pressione si abbassa e anche il colesterolo cala di 12 punti. La ricerca su come lo yoga migliori la nostra salute su molti fronti diversi considera tra le altre cose anche la fatica, i dolori cronici, l’obesità, l’asma, la sindrome del colon irritabile.

Lo yoga riduce lo stress, l’ansia e gli stati depressivi, fino a cambiare letteralmente il nostro cervello. A questo proposito è giusto dire che tutto ciò che facciamo influenza il nostro cervello, anche suonare uno strumento, disegnare, danzare o correre. In particolare uno studio del 2015 su Frontiers in Human Neuroscience attraverso la risonanza magnetica mostra come lo yoga riduca le perdite di materia grigia che subisce il nostro cervello con l’avanzamento dell’età. Persone che praticano yoga da tempo hanno cervelli della stessa dimensione di persone molto più giovani, e questa scoperta vale anche per gli esami fatti su persone che meditano. Dunque lo yoga e la meditazione ci proteggono dalla demenza senile, ma non solo. È stato visto che l’emisfero che viene protetto di più è il sinistro, quello collegato alle emozioni positive e al sistema nervoso parasimpatico, che ci permette di rilassarci.

Dunque lo yoga cambia il nostro cuore e il nostro cervello e insieme a loro influenza profondamente il nostro essere, la nostra mente, citta, che secondo il Sāṃkhya altro non è che parte della materia e deriva strettamente dal nostro corpo e dal suo funzionamento. Non c’è un alto e un basso, quindi, come vorrebbe ad esempio la religione cattolica, il corpo e lo spirito sono profondamente legati, nel bene e nel male, dovremmo imparare a riconoscerlo, per evitare di maltrattare entrambi.

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