Il problema non sono gli ultimi, ma il potere, ci disse De André

“20 dicembre 1969. De André Fabrizio, ligure, universitario a Milano, filocinese, noto cantautore e contestatore”. Con queste parole un documento della Direzione generale di pubblica sicurezza descrive Faber. Dal giorno che segnerà l’inizio della strategia della tensione, con l’esplosione nella Banca nazionale dell’agricoltura di Piazza Fontana a Milano, sono passati otto giorni e una serie di indagini a tappeto sta colpendo tutti gli ambienti della sinistra extraparlamentare italiana, nonostante fin da subito i più leciti sospetti portino alla destra neofascista. In quel momento De André è un intellettuale quasi trentenne che parla di anarchia e ateismo, un cantautore che è apparso qualche volta in televisione ma non ha ancora mai suonato dal vivo perché, dice, non è un attore, una persona allenata a controllare il volto in maniera idonea; è un suonatore di chitarra che accompagna i suoi testi in musica.

In quegli anni le forze dell’ordine, dalla polizia antiterrorismo fino ai servizi segreti del Sisde, iniziano a interessarsi alla sua figura; sarà un interesse che resterà vivo durante tutti gli anni Settanta, seppure niente gli verrà mai ufficialmente contestato. Addirittura, in un documento a firma Marcello Guida, il questore di Milano che più si è speso per indirizzare le indagini su piazza Fontana contro l’anarchico Giuseppe Pinelli (morto mentre si trovava in stato di fermo presso la questura di Milano), si parla di Faber come del ”Sedicente De André” e si riportano nel dettaglio le sue abitudini. “Il predetto De André, cantautore, viene regolarmente in questo capoluogo ogni mese, alloggiando sistematicamente all’Hotel Cavour in questa via Fatebenefratelli 21 e ripartendo il giorno successivo, dopo aver preso contatti con dirigenti di case discografiche”.

Nulla di strano in realtà per un musicista, eppure sembra che Faber fosse percepito come un potenziale pericolo – o forse come un potenziale capro espiatorio – da una certa parte delle forze dell’ordine. Un pericolo lo è stato, in senso figurato, ma per la tenuta della timida morale borghese di quegli anni. Borghese egli stesso e pieno di contraddizioni, ha cantato, con un linguaggio tanto diretto quanto tragico, di sentimenti e personaggi che quell’Italia – e forse anche quella di oggi – voleva lasciare nel buio dei vicoli: le prostitute, i drogati, la meschinità di una vita dedicata all’omologazione con la maggioranza, l’ipocrisia di un’etica solo formale, etero-imposta da una religione che il cantautore ha voluto schiaffeggiare con quello che reputa egli stesso il suo miglior lavoro, La buona novella. 

Secondo una ricostruzione dello storico Mimmo Franzinelli, il ministro dell’Interno Francesco Cossiga non è mai stato informato delle indagini a carico di Faber, che dunque sarebbero state arbitrarie e fuori legge. Sembra che invece De André sapesse che non solo lui, ma anche i suoi amici e conoscenti erano tenuti sotto controllo dalla Digos. Questi sospetti non solo non portarono mai a niente di concreto, ma analizzando la sua produzione artistica, non sembrano nemmeno coerenti con il suo pensiero. Fabrizio De André, infatti, è stato tra i primi a raccontare la storia del terrorismo rosso, in un album, Storia di un impiegato (1973), che definirà “tormentassimo”, tanto da confessare di aver pensato di bruciarlo una volta terminato. “Era la prima volta che mi dichiaravo po­liticamente e so di aver usato un lin­guaggio troppo oscuro, difficile, so di non essere riuscito a spiegarmi,” confesserà in seguito. Persino lo stimato collega Giorgio Gaber lo criticherà per questo, accusandolo di usare parole “da liceale che si è fer­mato a Dante” e di non aver voluto chiarire se si pone da extraparlamentare o liberale. Ed effettivamente, Storia di un impiegato è un album difficile; sicuramente più della canzone melodica riprodotta sui palchi più popolari. Tra i primi concept album prodotti nel nostro Paese, tratta il tema del rapporto dell’individuo col potere e lascia diversi spazi aperti all’interpretazione. Eppure, tutto può essere fuorché un’apologia della violenza, una giustificazione delle bombe che avrebbe collocato De André in quella posizione di “simpatizzante delle Brigate rosse” in cui volevano metterlo i documenti del Sisde.

Con il figlio Cristiano

Nelle stesse parole di Faber, l’impiegato protagonista del concept è “un colletto bianco che non appartiene a nessuna classe: non al capitalismo, non al pro­letariato. Ispirato dal maggio francese cerca il riscatto con un gesto da anar­chico individualista: una bomba. Fi­nisce in prigione, figlio scartato della borghesia, e qui capisce finalmente molte cose; capisce soprattutto che la rivolta individuale è solo un fatto este­tico, che è necessaria un’azione collet­tiva per cercare di cambiare le cose”. Quella dell’impiegato che si allontana dagli agi della tranquilla vita borghese per mettere una bomba contro il potere (per poi colpire un banale chiosco di giornali e restare solo nel suo imbarazzo perché condannato e disprezzato anche dalla donna che ama) non è una parabola felice. È la storia di qualcuno che, nel tentativo di raggiungere la libertà attraverso i mezzi sbagliati si trova privato della stessa, rinchiuso in un carcere dove sarà costretto a confrontarsi con la verità: il suo gesto, ispirato dalla volontà di distruggere il potere, di vendicarsi di tutti quei padroni avuti in vita, dal padre al giudice, non ha fatto altro che consolidare il potere stesso, che infine si prende gioco di lui. L’azione individuale, dunque, non può servire: è necessario unirsi contro i soprusi della maggioranza. Infatti l’album si chiude con una rivolta che da personale – “Di respirare la stessa aria di un secondino non mi va” – diventa quella dei carcerati contro i loro piantoni – “E abbiam deciso di imprigionarli durante l’ora di libertà”.

Fabrizio De André con la moglie Dori Ghezzi e la figlia Luvi

Con quest’album – ma non solo – De André critica tutti coloro che si sono adagiati in una vita fatta di “Grazie a Dio” e “Buon Natale”, che si sentono normali, che “tanto non importa adesso torno a lavoro” come recita il testo de La bomba in testa, e che si credono assolti nella loro ignavia; non trova però nella rivolta egoista dell’individuo una soluzione – né un’assoluzione. Anzi, al centro del credo politico di Faber c’è la tolleranza degli spazi e delle libertà del prossimo, una tolleranza che è alla base della civiltà e che mal si concilia con la rivoluzione violenta che priva della vita le vittime e della libertà i carnefici. Per De André, anarchico “Vuol dire semplicemente che uno pensa di essere abbastanza civile per riuscire a governarsi per conto proprio, attribuendo agli altri, con fiducia (visto che l’ha in se stesso), le sue stesse capacità”. Parafrasandolo, bisogna farne di strada per passare dalla passiva obbedienza di chi china il mento per non vedere, alla violenza di chi sceglie il tritolo per contrastare il potere; ma per arrivare a pensare che la semplice sostituzione di un potere con un altro possa renderci liberi bisogna essere coglioni.

Fabrizio De André fotografato nella sua casa a L’Agnata, Tempio Pausania, 1997

De André sceglie come personaggi gli antieroi – un terrorista fallito, Michè che uccide e verrà ucciso per amore; un nano che diventa giudice e si vendica animato dal rancore; un fannullone che dedica la sua vita all’ozio; l’assassino accolto dal pescatore – ma non li eleva mai allo stato di eroi. Semmai li comprende, li accoglie con i loro difetti e i loro errori in quanto esseri umani. Questa è la carità di De André: una carità non cattolica, che non giudica, ma accoglie e raccoglie per poter raccontare. “Io scrivo di persone che hanno cercato, a volte anche in maniera balorda, al di fuori delle leggi scritte, di riuscire a trovare la propria libertà – che certe volte può contrastare, a volte contrasta necessariamente con le leggi scritte. Ma per me l’importante è far capire alla gente che le leggi scritte possono essere scritte in ogni caso, in ogni luogo, in ogni tempo, ma sempre da un gruppo che è al potere”. Nell’ascoltare De André dobbiamo dunque astenerci dal giudizio dei personaggi che ci vengono narrati perché la morale fatta di rigide convenzioni, così come la legge, non dovrebbe essere immobile e universale; semmai dobbiamo immedesimarci in loro per non ripetere gli stessi errori nella vita reale.

Di cosa ci abbia insegnato Fabrizio De André si è scritto molto e molto si può ancora scrivere, e non saprei dire se Faber ne sarebbe contento. Di certo, quando un autore pubblica la propria opera, la regala a chi la ascolta e a chi la legge – anche a chi probabilmente non l’ha capita, non la vuole capire e non la capirà mai. Ma in fondo, è anche questo un diritto dell’ascoltatore, per quanto possa infastidire sentir pronunciare le parole di un intellettuale stimato nella bocca di un ministro che sembra aver abbandonato da tempo qualsiasi tipo di carità, atea o cattolica che sia.

In questo, la canzone e la poesia sono uguali e possono avere lo stesso fine. Seppure De André si sia sempre voluto discostare dalla definizione di poeta, che spesso, e per un motivo, gli è stata accostata – così come anche altri cantautori, come Francesco De Gregori, capace di scrivere versi meravigliosi ma mai presuntuoso abbastanza da mettersi al pari dei sommi – le sue opere hanno lo stesso merito dei capolavori letterari: arrivano alla gente e dalla gente vengono discussi, generando un dibattito sui valori che non può che far bene a una società spesso troppo sicura di sé e delle sue convinzioni. Ma, aldilà di tutto, è meglio se continuiamo a considerarlo un suonatore di chitarra, che accompagna i suoi testi in musica. Anche perché, come lui stesso disse, dopo i diciotto anni solo due tipi di persone continuano a scrivere poesie: “i poeti e i cretini. E quindi io precauzionalmente preferirei considerarmi un cantautore.”

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