L’appartamento come simbolo della nostra epoca

Negli scorsi mesi molti analisti hanno messo in evidenza una frase pronunciata da Donald Trump all’apice di uno dei suoi ultimi comizi: “Avete notato che tutti chiamano i miei oppositori l’élite? L’élite! Perché sono loro l’élite? Io ho un appartamento molto migliore del loro. Sono più intelligente di loro. Sono più ricco di loro. Io sono diventato presidente e loro no.”

Del concetto di élite e della contraddizione insita nella riflessione trumpiana si è già parlato tanto: Trump si presenta sia come paladino del popolo contro l’élite, sia come membro di quella stessa élite che vuole distruggere. Mi interessa invece il passaggio solo apparentemente più faceto e sconclusionato, sul quale nessuno ha ancora posto l’accento: “Io ho un appartamento molto migliore del loro.”

La prima cosa che mi è venuta in mente è il film American Psycho, uno dei ritratti più acuti dello yuppismo anni Ottanta, basato sull’omonimo romanzo di Bret Easton Ellis. Oltre agli omicidi e alla musica elettronica, le ossessioni del personaggio interpretato da Christian Bale erano i biglietti da visita, i vestiti firmati e, soprattutto, gli appartamenti. L’idea che passava era che qualsiasi generico executive newyorkese avrebbe ucciso per un appartamento un po’ più grande, con una vista leggermente migliore su Central Park.

Tutta la storia ruota attorno all’appartamento. Non si parla mai di case, ville o grattacieli. Fin dalla creazione della sua griglia nel primo Ottocento, Manhattan infatti è una città di appartamenti. Anche l’uomo più ricco di Wall Street vive in un (lussuosissimo) appartamento all’interno di un (lussuosissimo) edificio. Nella città della congestione, non c’è mai stato spazio per un abitare individualizzato. Sarebbe poco efficiente. Anzi, come sottolineato in Delirious New York, la casa è sempre stata percepita come un ostacolo alla piena partecipazione ai rituali della vita metropolitana. La casa è per chi vive nella suburbia. Quindi, anche se possiedi un’intera torre, come nel caso di Trump, il massimo vanto è dire che abiti in un bellissimo appartamento dentro la torre. Solo gli sfigati come il Presidente degli Stati Uniti sono costretti a vivere in una casa.

In questa prospettiva, l’appartamento è un dispositivo, svolge il ruolo di unità di misura. Mentre i soldi si muovono in una dimensione virtuale, l’appartamento è la principale manifestazione tangibile dello status sociale. Ma sempre incasellato all’interno della griglia della città e del condominio.

Per questo l’appartamento assume spesso le sembianze di un set teatrale: all’interno di una cornice standardizzata, qualsiasi scenografia può essere allestita per esprimere la condizione – reale o desiderata – dell’inquilino di turno. Da questo punto di vista, non sorprende il fatto che, dopo aver costruito Trump Tower negli anni Ottanta, il futuro Presidente abbia scelto lo stile Luigi XIV per il suo appartamento privato. Il compito è stato assegnato a un interior designer che aveva lavorato per anni come sarto. E non è un caso, perché in un contesto simile, progettare un appartamento diventa più che altro un’operazione di sartoria.

Per capire Trump è essenziale leggerlo come prodotto e produttore della Manhattan anni Ottanta. Sono gli anni della Reaganomics, una politica economica basata su una forte deregolamentazione. Ma è anche il periodo in cui si diffonde il politically incorrect e si mettono da parte le convenzioni che avevano dominato il discorso pubblico del dopo-guerra. Per esempio, Howard Stern viene proclamato “King of all media” sull’onda del successo dei suoi programmi radiofonici a dir poco anticonvenzionali: diventa normale per milioni di americani sintonizzarsi per ascoltare attrici pornografiche che si dilettano con elettrodomestici erotici.

Oltre a essere ospite ricorrente e mattatore dei programmi, Trump è il campione di questa cultura, che cresce e si impone parallelamente al suo brand personale. Non è solo un modo di vestirsi o di pettinarsi: è un sistema di valori, che va dal modo di trattare le donne al modo di trattare i dollari.

Ivana Trump di fronte all’Hotel Plaza, acquistato da Donald Trump nel 1988 e venduto nel 1995, New York, 1987

Negli ultimi mesi Trump ha portato alla Casa Bianca tanti superstiti un po’ attempati di quella cultura. Basti pensare che il suo ex-portavoce Anthony Scaramucci ha pagato 100mila dollari per una breve apparizione nel sequel del film Wall Street.

Anthony Scaramucci

Nonostante le ambizioni critiche di Oliver Stone, the Mooch e tanti altri hanno finito per identificarsi nella figura tutta brillantina e avidità di Gordon Gekko. Il mondo da lui rappresentato è infatti anche l’ispirazione per il popolarissimo show The Apprentice, campione di incassi per 14 stagioni. E come prevedibile, il set del programma è un appartamento a Manhattan. Nello stesso periodo parte anche Big Brother, che ruota intorno al concetto della casa. Sono due modelli alternativi. Mentre la casa del Grande Fratello è un luogo isolato che rappresenta la fuga dalla complessità del mondo, l’appartamento incarna l’opposto: la fuga dalla semplicità della casa e da tutte le diramazioni della domesticità (matrimonio, famiglia, responsabilità, routine e chi più ne ha ne metta).

Donald e Ivanka Trump in “The Apprentice”

Non è un caso che, fino agli anni Ottanta, Playboy fosse solito pubblicare progetti architettonici di appartamenti per scapoli o uomini sposati e poco fedeli. Un progetto del 1962 viene descritto come l’appartamento ideale per “giovani uomini felicemente sposati con i molteplici vantaggi dell’urbanità.”

 

Playboy Town House, maggio 1962

Ma quando Trump si vanta del suo appartamento, non parla solo da utente: bisogna tenere presente che, prima di fare televisione e di entrare in politica, si è imposto sulla scena newyorkese come costruttore e venditore di condomini. Per la verità, ha ereditato il business da suo padre. Ma tutto il suo successo è stato inizialmente legato al settore immobiliare, il cosiddetto real estate. Nelle scuole americane esiste un detto secondo il quale il real estate è il business dove finiscono a lavorare gli ultimi della classe. Ma si tratta in realtà di un settore che non va affatto sottovalutato, anche perché riflette molti tratti caratteristici della cultura di un Paese, in particolare quello americano. In primo luogo, il real estate ha un suo linguaggio specifico. Anche l’oggetto più ordinario viene descritto come favoloso, superbo, lussuoso, un’occasione imperdibile, una cosa da non credere. E quando una proprietà è veramente impresentabile, si prova comunque a venderla come realistic (realistica). È un linguaggio fatto di iperboli, superlativi, esagerazioni. Conta solo l’aggettivo.

Trump parla tutt’ora come un agente immobiliare. Ora vende altre cose, ma il linguaggio è rimasto invariato. La cosa sorprendente è la facilità con cui ha portato quel modo di esprimersi nel dibattito politico, ma impressiona soprattutto l’efficacia di questo transfer. Per far passare una qualsiasi riforma, si dice che è straordinaria, la migliore di sempre, la proposta più intelligente mai avanzata. Lo stesso meccanismo poi si può usare all’inverso per distruggere gli avversari politici. Qualsiasi oppositore diventa un disastro, una disgrazia, il peggior politico di tutti i tempi. E questo meccanismo funziona benissimo, lo sappiamo bene.

Donald Trump alla conferenza di presentazione di un nuovo progetto per il World Trade Center, New York, 2005

Questo linguaggio è legato a una cultura dell’appartamento, inteso come allontanamento, compartimentazione e, nelle forme più estreme, segregazione. In primo luogo, è una segregazione di se stessi. Nell’universo trumpiano, l’appartamento è un interno senza esterno nel quale si allestisce una rappresentazione più o meno irrealistica dell’Io. Ma chi vive in una condizione di auto-appartamento tende inevitabilmente a mettere anche il resto del mondo in scatole standardizzate. Appartare significa costruire muri per frazionare lo spazio e le persone che lo abitano. In definitiva, appartare significa dividere. Non è un caso che il termine Apartheid derivi dallo stesso verbo.

In quest’ottica, ricordo che le dichiarazioni di Trump con cui ho aperto l’articolo sono arrivate durante un comizio organizzato per discutere (e giustificare) la nuova politica americana sull’immigrazione clandestina. Il riferimento all’élite era una risposta alle reazioni critiche di mezzo mondo di fronte alle immagini di bambini separati dalle loro famiglie sul confine messicano. Bambini divisi e appartati in apposite gabbie metalliche.

La frase con cui il protagonista di American Psycho seduceva le sue vittime era sempre la stessa: “Vuoi vedere il mio appartamento?” E l’offesa più intollerabile, il commento di una prostituta rimorchiata e portata nell’appartamento di un collega assassinato: “Questo appartamento è meglio del tuo.”

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