Senza lo Stato è toccato alle Fondazioni salvare l’arte

Durante la Notte dei Musei di Parigi la coda per entrare alla Fondazione Louis Vuitton segue tutto il perimetro esterno all’edificio, fino alla piscina di ardesia. Il simbolo scintillante, con la “L” e la “V” incrociate, inconfondibile, indica l’ingresso, tra metal detector e guardiani in nero. All’interno del gigantesco coleottero disegnato da Frank Gehry che spunta dal Bois de Boulogne, vicino ai quartieri più borghesi della città, i visitatori cercano di capire il senso della visita, tra scale, ascensori, frecce e hostess. Si sbuca in una sala in cui si esibisce una giovane violinista, stretta tra una grossa tela multicolor di Takashi Murakami e un pubblico armato di iPhone. Dopo altre tre sale di iconografia giapponese metallizzata – tra cui un’intera stanza Kawaii coperta di carta da parati con fiorellini sorridenti – raggiunta la terrazza a più livelli, si capisce il senso di tutto questo sforzo, manodopera e risorse: guardare il mondo dall’alto. Da questa prospettiva si possono ammirare i boschi e i prati del Bois e si intravede lo skyline di Parigi mentre il sole tramonta dietro il boschetto di grattacieli argentati della Défense.

Ai piani inferiori, prima di arrivare al Grotto sotterraneo, la mostra prosegue con una gigantesca statua che raffigura il gatto Felix. I pezzi in esposizione provengono dalla collezione Louis Vuitton, sono cioè la loro “roba”, per citare Giovanni Verga. Quasi a dire: “Guardate, noi possediamo tutte queste cose, ma a voi è permesso guardarle.” Pagando, ovviamente. E così alcune statue di Giacometti vengono messe un po’ a caso tra un Yves Klein e qualche collage di Matisse. Tutto comunque molto francese e novecentesco.

Fondation Louis Vuitton, Parigi

Investire nell’arte è diventata prassi comune per le grandi aziende di moda e del lusso. È una forma di nuovo mecenatismo che sostituisce quello dei signori: si è passati da Cosimo de’ Medici a Hermès, da Isabella Gonzaga a Miuccia Prada. Il primo “istituto” di questo tipo in Francia è stata la Fondation Cartier pour l’art contemporain, nata nel 1984 e trasferita dieci anni dopo in un edificio progettato da Jean Nouvel, a due passi dal cimitero di Montparnasse e dalla tomba di Baudelaire, che scrisse: “Una passione sfrenata per l’arte è un cancro che divora ogni altra cosa.” Sotto il suo tetto in vetro e acciaio ospita monografiche di artisti e aprirà, per la prima volta quest’estate, un avamposto temporaneo a Shangai, città considerata nuovo terreno fertile per l’arte contemporanea, in particolare dai francesi. Nella città più grande della Cina c’è infatti in corso una mostra del francese Christian Boltanski; il famoso gallerista Emmanuel Perrotin aprirà lì la nuova sede cinese e anche il suo omonimo Macron ha confermato la scelta della città per l’apertura di un Centre Pompidou satellite.

Ma neo-art-colonialismo a parte, il lato più interessante delle fondazioni francesi sta nella rivalità tra i due maggiori gruppi di moda del Paese: Bernard Arnault di LVMH (tra i vari Louis Vuitton, Bulgari, Möet-Chandon, Sephora) e François-Henri Pinault di Kering (Yves Saint Laurent, Gucci, Balenciaga, Christie’s e altri). La disputa per la corona del più ricco di Francia sembra aver trovato il giusto terreno di lotta: quello di chi ha la fondazione d’arte più cool, di cui noi comuni mortali possiamo beneficiare almeno in quanto pubblico. Se Arnault ha messo in campo la nuova fondazione Louis Vuitton, Pinault aprirà a breve, oltre alle sedi già esistenti di Palazzo Grassi e Punta della Dogana a Venezia, un nuovo spazio per la sua collezione a Les Halles, nella vecchia Bourse de Commerce risistemata dall’architetto Tadao Ando.

La Bourse de Commerce, nuova sede della Collection Pinault, ristrutturata da Tadao Ando, Parigi

Meglio mostrare la propria importanza attraverso il mecenatismo, certo, anche perché le riduzioni fiscali fanno sempre gola. Questa esplosione delle fondazioni in Francia negli ultimi anni si deve infatti, oltre allo spirito nobile dei patron, anche alla legge Aillagon del 2003, chiamata “loi sur le mécénat”, che ne ha reso più facile la creazione grazie ai maggiori sgravi fiscali (60%) e l’istituzione di un servizio ministeriale dedicato. Grazie a questa legge anche le Galeries Lafayette hanno dato il via a uno spazio per l’arte contemporanea nel Marais, disegnato da Rem Koolhaas, e così anche Carmignac può mostrare la sua collezione privata, sull’isola di Porquerolles. Non è un caso che monsieur Aillagon, ministro della cultura con Chirac e autore della legge, lasciato il mandato, sia diventato consigliere di Pinault e direttore di Palazzo Grassi.

Palazzo Grassi e Punta della Dogana, le due sedi storiche della Pinault Collection a Venezia

È vero che dove non può il pubblico, allora si lasci almeno fare al privato, soprattutto in Paesi dove lo stato ha dimostrato poca capacità di gestione e potenziamento di quello che nelle guide e nelle leggi si chiama patrimonio artistico. Questo è il caso dell’Italia. Se il Colosseo è stato ripulito da decenni di smog, se la Piramide Cestia è tornata al suo bianco originale, se la Fontana di Trevi è di nuovo splendente e la Barcaccia di Piazza di Spagna è stata rimessa a nuovo, si devono infatti ringraziare Diego della Valle, Yuzo Yagi, Fendi e Bulgari.

Il sistema Fondazione, che ha un motore privato ma una fruizione pubblica, potrebbe avere il pregio, soprattutto in un Paese nepotista e baronale come l’Italia, di permettere carriere nel mondo dell’arte, cosa invece molto più complessa nel sistema dei musei civici, statali e comunali: luoghi di nomine politiche, funzionarismo ministeriale e scarse risorse economiche, dove il lavoro curatoriale delle grandi mostre viene spesso appaltato ad aziende come Electa (Mondadori) e 24ore Cultura (Sole 24ore). La fondazione privata sembra inoltre spesso capace di un’audacia che manca ai ministri della Cultura: rinuncia alle Frida Kahlo o i Wharol che piacciono tanto al grande pubblico e che sono ottimi per far cassa, per portare in Italia e far conoscere artisti contemporanei, come fece la Fondazione Prada con Anish Kapoor e Louise Bourgeois negli anni Novanta. Dopo vent’anni di mostre, nel 2015 Prada ha rimesso a nuovo l’ex Distilleria Società Italiana Spiriti, creando un parco giochi dell’arte contemporanea e dell’architettura internazionalista. “Non sembra nemmeno di stare in Italia,” ho sentito dire la prima volta che ci sono stato. Il New York Times, dopo l’inaugurazione della torre di Koolhaas l’ha chiamata “una città dentro una città.”

Un’installazione dei Gelitin alla Fondazione Prada, Milano
Veduta della mostra “The Boat is Leaking. The Captain Lied.” presso Ca’ Corner della Regina, sede della Fondazione Prada a Venezia

Se negli ultimi anni l’hype su Milano è esploso, anche finito l’effetto Expo, si devono forse ringraziare anche queste fondazioni – e, secondo molti milanesi, Pisapia – perché hanno creato, e continuano a farlo, spazi e luoghi di trasmissione della cultura, dai cineforum – sempre firmati Prada – ai bike tour organizzati da Pirelli – Hangar Bicocca.

Veduta della mostra “Hypothesis” di Philippe Parreno, Pirelli HangarBicocca, Milano

Armani ha firmato il Silos, uno spazio che celebra i quarant’anni di carriera dello stilista piacentino in un gigantesco armadio-vetrina in cui sono esposti oltre seicento vestiti, ma che ospita anche esposizioni fotografiche di atleti muscolosi in bianco e nero, curate personalmente da Giorgio, o di scatti di artisti della beat generation e di feste di Hollywood firmati Larry Fink. Trussardi, al contrario, invece di creare nuovi spazi ad hoc, ha scelto di utilizzare e di intervenire direttamente su quelli messi a disposizione dalla città stessa, aprendo i portoni dei palazzi e installando opere, come fece per esempio nel 2016, lasciando che l’artista inglese Sarah Lucas giocasse con gli stereotipi sul corpo e sulla bellezza in un albergo degli anni ’20 disegnato da Portaluppi, o lo scorso aprile, quando ha invitato, Jeremy Deller, a ricreare una Stonehenge gonfiabile a grandezza naturale a CityLife, “Sacrilege”, aperta ai salti del pubblico.

Veduta della mostra “INNAMEMORABILIAMUMBUM” di Sarah Lucas, Fondazione Nicola Trussardi, Milano

A Reggio Emilia, il vecchio stabilimento Max Mara è stato trasformato dal suo proprietario in uno spazio per l’arte, anche qui dedicato a una collezione permanente di opere raccolte negli anni da Maramotti, ma anche tela bianca per artisti emergenti e mostre temporanee – l’ultima quella di foto apocalittiche del duo svizzero Lutz & Guggisberg – oltre a residenze per giovani artiste inglesi in collaborazione con la Whitechapel gallery – attualmente c’è Helen Cammock, impegnata nel creare dialoghi immaginari con James Baldwin.

Ma il mondo delle Fondazioni, in Italia, non è monopolio esclusivo delle case di moda. Ci sono anche quelle create dagli artisti stessi, come la Fondazione di Michelangelo Pistoletto, “un luogo dedicato alla cura e allo sviluppo della sensibilità che arte e cultura riattivano e rinvigoriscono”, che in un’ex manifattura laniera a Biella ospita mostre, eventi, performance e “terme culturali”; oppure la Fondazione Pomodoro, dal 2013 in Darsena, sul Naviglio grande a Milano, anche in questo caso archivio personale dello scultore ultranovantenne che ha disseminato il mondo di sfere bronzee, e spazio espositivo, dove si può assistere a didattiche colate di cemento e ammirare il processo di produzione delle statue.

Il pericolo della divulgazione e della vanità valgono forse il gioco, sia per l’impatto che le Fondazioni possono avere sulla percezione dell’arte, in particolare di quella contemporanea – considerata così distante e spesso vittima del populistico “potevo farlo anch’io”: sia per il modo in cui attraverso gli eventi e le sedi modificano il rapporto cittadino-città. Cambiano i quartieri, si creano luoghi che spesso prima erano non luoghi. Si attira turismo, si obbliga a ristrutturare, alla cura, si coinvolgono enti, donatori ed esperti, si riempiono gli animi del desiderio piccolo-borghese di “stasera facciamo qualcosa di culturale” e allo stesso tempo si potenzia il brand dell’organizzatore-collezionista, i padroni si arricchiscono di un prestigio nobile, che è forse il vero effetto del mecenatismo sul mecenate. Basta sempre tenere a mente la differenza teorica tra museo e collezione privata, certo, tra propagandare e mostrare, tra la stratificazione della ricerca e la vetrina ben illuminata. Ma così a tutti è permesso di guardare e visitare possedimenti privati che un giorno, come è successo con i castelli dei grandi signori del passato, diventeranno pubblici, senza dover aspettare una rivoluzione.

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