Saudade, l’intraducibile concetto della presenza dell’assenza

“Prego per gli amici che ho perso, i parenti, mio zio che è scomparso,” mi ha detto Bruno. Stavamo chiacchierando nella navata di Santa Cruz das Almas dos Enforcados, una piccola chiesa cattolica nel centro di San Paolo, Brasile. Costruita dove un tempo sorgevano le forche, oggi ospita i credenti che vanno a pregare per i morti. “Quando sono qui, mi sento bene,” mi ha confessato. “Sento anche che ‘l’altro lato’ sta bene.” Bruno mi ha riferito di aver percepito qualcosa di speciale in questo posto, qualcosa che gli ha lasciato una “sensazione” addosso. “Il fatto di essere qui, a ricordare qualcuno che ha agito per il nostro bene, fa provare ancora più saudade,” mi ha detto.

Saudade è un’emozione centrale per i portoghesi. È accostabile alla nostalgia e alla mancanza, ma non ha una diretta traduzione in italiano. Così come canta il musicista brasiliano Gilberto Gil, nel pezzo Toda saudade, si tratta della presenza dell’assenza, “Di qualcuno o di qualche luogo – di qualcosa in ogni caso.” Si può provare saudade nei confronti di persone, posti, odori o cibi. Si può persino sentire saudade verso la saudade stessa. Per citare un detto, è bene provarla (é bom ter saudades): esiste infatti una sfumatura di piacere in questo sentimento perché, nonostante sia doloroso, il morso della saudade è anche il ricordo di qualcosa di bello che è avvenuto in passato.

Nel 1912, il poeta portoghese Teixeira de Pascoaes definì la saudade “Il desiderio di cose amate, reso doloroso dalla loro assenza.” È una sensazione pungente, che si dice venga percepita nel cuore. Il linguaggio della saudade è evocativo. Si può sentirsi morire di saudade (morendo de saudades), o volerla uccidere (matar saudades) assecondando il desiderio. Anche se esagerata, la macabra poetica attorno a questa parola mostra quanto i legami affettivi possano arricchire la vita umana di significato.

La chiesa di Santa Cruz das Almas dos Enforcados, San Paolo

La tradizione popolare fa risalire la saudade al sentimento di distanza e di perdita che provavano le famiglie degli esploratori portoghesi che partivano per una missione. Se questa storia di folclore cattura la poetica ambivalente del termine, la sua etimologia è invece poco chiara. La sua forma arcaica, soidade, apparve per la prima volta nei versi dei trovatori del Tredicesimo secolo, che raccontavano le sofferenze degli amanti distanti. La maggior parte degli accademici è convinta che questa forma derivi dal latino solitate (solitudine), e che solo in seguito sia stata influenzata dalla parola portoghese saudar (salutare), per poi arrivare a noi nella forma che conosciamo. Qualche studioso però ha proposto etimologie alternative, tra cui alcune che fanno risalire il termine saudade alla parola araba sawdā, che indica un umore triste, melanconico. Non si tratta di una questione da poco: la saudade fa parte del modo in cui i portoghesi percepiscono se stessi, e il dubbio sulla sua origine riflette un più profondo confitto sull’identità e sull’appartenenza etnica di questo popolo.

È stato il saudosismo, un movimento letterario del Ventesimo secolo, a rendere la saudade un segno identitario per il Portogallo. Fondato due anni dopo la rivoluzione repubblicana del 1910, che mise fine a una monarchia durata secoli, il saudosismo prometteva un rinnovamento culturale in tempi di grande incertezza. In The making of saudade (Creazione della saudade), nel 2000, l’antropologo portoghese João Leal scrisse che i saudosisti cercavano di restaurare lo “splendore perduto” della cultura portoghese. Volevano “Rimpiazzare le influenze estere – considerate responsabili del declino della nazione, iniziato con l’era delle scoperte – con un culto delle ‘cose portoghesi’, che riflettessero ‘l’anima portoghese’.” Celebrando la saudade come l’espressione più autentica dello spirito lusitano, il movimento poneva questo sentimento al centro di un credo.

Generalmente, i parlanti portoghesi si vantano del fatto che saudade sia una parola intraducibile. Nonostante si tratti di un antico detto – il re Duarte di Portogallo, che regnò dal 1433 al 1438, sottolineò già nel Quindicesimo secolo l’unicità del vocabolo – i saudosisti sono i responsabili della sua diffusione. Nel manifesto del movimento, Pascoaes ribadì che il termine non poteva essere tradotto, asserendo che “Gli unici che possano provare saudade sono i portoghesi.” Collegando questo sentimento con l’etnogenesi del popolo, egli sosteneva che la sublime unione di desiderio e dolore, racchiusa nella saudade, fosse la sintesi perfetta del sangue ariano e di quello semitico che scorre nelle vene dei portoghesi. Nonostante i contemporanei abbiano poi identificato dei termini equivalenti in altre lingue, la visione nazionalista che Pascoaes applicava alla saudade piacque molto a un’élite in cerca d’identità.

Esistono delle emozioni culturalmente specifiche? La questione è decidere se le sensazioni indicate da parole come saudade possano considerarsi uniche, appartenenti a una sola cultura, oppure se gli esseri umani provino le stesse sensazioni in tutto il mondo, ma le identifichino e chiamino in modo diverso, enfatizzandone alcune piuttosto che altre in base alla disponibilità di concetti culturali che possano descriverle. Gli psicologi Yu Niiya, Phoebe Ellsworth e Susumu Yamaguchi hanno suggerito che “Il modo in cui diamo un nome alle emozioni può fungere da magnete per l’esperienza emozionale, avvicinando sensazioni indefinite” a concetti più noti. Questo significherebbe che parole come nostalgia o saudade, che descrivono sensazioni, assumono sfumature affettive differenti in base al luogo e al periodo storico in cui vengono utilizzate.

Gli intellettuali brasiliani hanno spesso distinto la loro saudade da quella dei portoghesi. Nel 1940, lo scrittore brasiliano Osvaldo Orico descrisse la saudade brasiliana come “Più allegra che triste, più immaginazione che sofferenza… una saudade che non piange, ma canta.” La concezione di una saudade felice riflette quella ottimista e gioiosa della brasilidade (la “brasilianità”), emersa durante gli anni iniziali del primo regime di Getúlio Vargas (1930-1945). Ma la saudade può anche essere critica e amara. Nel suo studio del 2017 sulla saudade nel cinema brasiliano, Jack Draper, ricercatore di studi culturali all’Università del Missouri, sostiene che i registi della prima metà del Novecento abbiano usato la saudade per descrivere la vita rurale durante l’urbanizzazione e l’industrializzazione. Nell’attuale clima politico divisivo, alcuni conservatori esprimono apertamente saudade nei confronti della dittatura militare brasiliana, che vedono come l’antidoto contro la corruzione diffusa, la violenza e le difficoltà economiche.

Ma davvero si può provare saudade verso una dittatura, un impero o, in generale, verso un sistema di governo? O è che questa parola è tanto diffusa, potente e cara alle popolazioni che ne fanno uso, da essere strumentalizzata per fini politici? Forse sono entrambe le cose. Se i credenti come Bruno, e la Chiesa Santa Cruz das Almas dos Enforcados ci dicono qualcosa, è che la saudade è sempre un piacere e un’indulgenza. È un sentimento che riesce a dare, nonostante ti metta a confronto con ciò che ci è stato portato via. È un sentimento rivelatore: quando siamo presi nella morsa della saudade, ci rendiamo conto di ciò che conta per noi, e che ci rende ciò che siamo.

Questo articolo è stato tradotto da Aeon.

 

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