Rivalutare Andreotti è un insulto a chi lo Stato lo ha rispettato davvero

Il 14 gennaio 1919 nasceva a Roma Giulio Andreotti, sette volte presidente del Consiglio, otto volte ministro della Difesa, cinque degli Esteri; un senatorato a vita e diversi epiteti – il Divo, Belfagor, il Gobbo, la Volpe, Belzebù. Oggi sarebbe stato il suo centesimo compleanno. La sua è una figura che, nella maggior parte dei casi, viene definita come “controversa”; un aggettivo che suona tanto democristiano quanto il soggetto a cui è riferito. Va per la maggiore perché sembra rendere giustizia al contrasto tra le tinte vivaci di un uomo pacato, ironico – a tratti anche simpatico – e quelle più fosche, relative al suo rapporto con i peggiori personaggi della storia italiana: Licio Gelli, Totò Riina, Salvo Lima, Corrado Carnevale, per citarne alcuni. Ma le ombre del Divo Andreotti erano molto più profonde rispetto alle luci, e la sua rivalutazione, iniziata sin dal giorno del processo che lo vedeva imputato per mafia e per l’omicidio del giornalista Carmine Pecorelli, è solo frutto di un’abitudine tipicamente italiana, quella di farsi cullare da una comoda quanto infondata nostalgia dei tempi andati.

Francesco Cossiga e Giulio Andreotti durante il giuramento del VII governo Andreotti

Il giorno della sua morte, il 6 maggio del 2013, le dichiarazioni sono arrivate da tutto lo spettro parlamentare e hanno perlopiù evidenziato l’importanza che il famoso Gobbo ha ricoperto nella storia italiana, dal dopoguerra fino agli anni Novanta: D’Alema lo ha definito “uno dei maggiori protagonisti della vita politica e democratica del Paese”; Gianfranco Rotondi “uno dei più grandi statisti”. Mastella, tanta era l’ammirazione che provava nei suoi confronti, ha persino confessato di avergli chiesto dei consigli durante il suo mandato da ministro; pare che in quell’occasione Andreotti gli abbia suggerito di “eliminare la contrapposizione tra magistratura e politica”; una cosa, a quanto riporta Mastella, che lo aveva fatto soffrire moltissimo. Certamente, togati più “allineati” con il governo avrebbero evitato grane a entrambi. E anche a Silvio Berlusconi, che infatti alla notizia della morte non ha perso occasione per riportare l’attenzione sul suo cavallo di battaglia, le toghe rosse. “Contro la sua persona,” ha dichiarato, “la sinistra ha sperimentato una forma di lotta indegna di un Paese civile, basata sulla demonizzazione dell’avversario e sulla persecuzione giudiziaria. Un calvario che Andreotti ha superato con dignità e compostezza, uscendone vincitore”.

Giulio Andreotti e Silvio Berlusconi

Ecco, questa è la prima vera grande bugia che ha dato il via alla rivalutazione di Giulio Andreotti, che non è affatto uscito vincitore dal processo che lo ha visto imputato per associazione a delinquere con Cosa Nostra. Nessuno ha vinto in quel processo: né lui, né lo Stato, tantomeno la verità. Quella dell’assoluzione di Andreotti è una bugia che ha cominciato a diffondersi il 14 ottobre 2004, e che, diversamente dalle altre, non ha avuto le gambe particolarmente corte, tant’è che è ancora percepita come dato di fatto da molti italiani – tra cui anche giornalisti e scrittori. Quel giorno, nelle aule del tribunale, davanti a microfoni e telecamere, una giovane avvocata gridava “Assolto! Assolto! Assolto!”. Era Giulia Bongiorno, oggi ministra per la Pubblica Amministrazione in quota Lega, allora difensora dell’imputato. Eppure, la sentenza non ha stabilito esattamente questo, e non ci vuole una laurea in giurisprudenza per capirlo. In primo grado, nel 1999, i giudici avevano assolto il Divo “per assenza di prove”; d’altronde padrini e capi-mandamento non girano con il biglietto da visita, né i politici utilizzano il centralino di Palazzo Chigi per discutere di compravendita di voti. Il giorno della sentenza di appello, la decisione del primo grado è stata messa in discussione: Andreotti è stato sì uno dei principali referenti di Cosa Nostra nel mondo politico, ma le prove sufficienti alla condanna sono state trovate “fino alla primavera del 1980”, per cui il reato (per il quale ancora non era previsto il 416bis) è andato in prescrizione. Da quella data in poi, non ci sono sufficienti evidenze per stabilire la colpevolezza del Divo. Dunque, Andreotti non è stato “Assoltissimo, assolutamente assolto” come dichiarato dalla futura ministra, ma salvato dalla prescrizione – anche perché, fosse stato assolto, che senso avrebbe avuto per ricorrere in Cassazione? Restano forti dubbi anche sulla sua innocenza nel caso dell’omicidio Pecorelli, per il quale è stato condannato a 24 anni di carcere in appello in quanto mandante, per poi essere assolto per non aver commesso il fatto.

Andreotti è stato il regista della politica italiana in un periodo che dal punto di vista delle sentenze in tribunale non risulta oggi ancora definito o concluso in quanto sono ancora molte le verità da accertare circa il reale legame tra lo Stato e la mafia in quegli anni di stragi. Ci sono però sufficienti dubbi e ragioni per comprendere quanto possa essere inopportuno parlare del Gobbo come di “Un grande statista” – a meno che non si voglia rivalutare l’idea che si ha di un uomo che appartiene alle istituzioni. Se si tratta solo dell’apparenza, certo, il Divo ha dimostrato più contegno di quanto non faccia la politica oggi. È difficile immaginare un Andreotti ministro che si fa fotografare mentre mangia pane e Nutella il giorno in cui un terremoto sconvolge la vita di decine di famiglie; impossibile figurarsi il Divo che rilascia una dichiarazione sgrammaticata e priva di senso, che dimostra totale incompetenza oppure fiera ignoranza in un’intervista televisiva; non avrebbe mai portato mortadella in Parlamento per festeggiare la fine di un governo, riso di fronte a un’indagine della magistratura, augurato la morte ai suoi avversari politici, gridato all’impeachment per poi rimangiarselo dopo meno di 24 ore, compromesso un’operazione in corso per fregiarsi di una conquista non sua. Ma questo non significa che Giulio Andreotti avesse rispetto per le istituzioni. In quegli anni, erano altri gli uomini e le donne che davvero ne difendevano e comprendevano il senso profondo, e pare assurdo doverlo ricordare. Si chiamavano Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Antonino Caponnetto, Pio la Torre, Carlo Alberto dalla Chiesa, Piersanti Mattarella. Si potrebbe andare avanti a lungo. Un uomo che rispetta lo Stato non incontra di nascosto Stefano Bontade, l’allora capo di Cosa Nostra, per discutere dei politici “scomodi”; non scende a patti con la mafia per interessi che – fino a prova contraria – restano del tutto individuali. In fondo, chi ha guadagnato dall’enorme consenso che Cosa Nostra riusciva a raccogliere? Abbiamo evitato le stragi, forse è vero, ma il motivo per cui la mafia poteva permettersi di minacciare lo Stato era a monte: aveva legittimato quegli stessi uomini che sedevano in Parlamento e al governo, e per questo pretendeva qualcosa in cambio. Non si può parlare di quei personaggi come di “uomini delle istituzioni”, rivalutandone la memoria solo perché ora appartengono a un passato in cui apparentemente l’onore e il rispetto contavano di più.

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In un’interessante intervista del 1980, in cui si comprende perfettamente lo stile del politico democristiano – così come l’elegante professionalità del giornalista – Enzo Biagi incalza Giulio Andreotti proprio sul tema del consenso, del quale il Divo è sempre stato un maestro incontrastato, raccogliendo cifre record che forse solo Berlusconi riuscirà a eguagliare. “Com’è possibile,” gli chiede “ottenere un’adesione così plebiscitaria? […] Ci vogliono dei soldi. A lei chi li ha dati?” A quel punto il Gobbo fa l’unica cosa che gli riesce molto male, fingere di essere un ingenuo. Ho fatto il pellegrino in tutti i comuni del Lazio, è merito della stima e fiducia che la gente mi ha accordato, scrivo su una rivista, parlo in radio. Conclude persino con un “Credo che non darebbe nessuna soddisfazione la vita politica se uno i voti dovesse comprarseli”. I panni del naïf sono probabilmente quelli cui l’uomo dai mille soprannomi risulta meno credibile. E infatti è piuttosto divertente vedere come prosegue lo scambio tra il giornalista e il politico, che tenta di giustificare gli investimenti dell’Eni di Enrico Mattei nelle campagne elettorali dei vari partiti, Dc in primis. In questo scambio emerge in maniera lampante il motivo per cui Andreotti non può e non dovrebbe mai essere rivalutato: più di altri è il simbolo di quella politica che oggi, costantemente, ripetiamo di voler eliminare. Una politica mai trasparente, opportunista, a tratti criminale, che porta avanti le peggiori malefatte nascondendosi dietro un dito. Andreotti le ha sempre occultate dietro esperienza, capacità di mediazione e una profonda conoscenza della macchina politica, anche internazionale. E se Berlusconi ha per anni distolto l’attenzione alimentando il mito del self-made man, oggi per Salvini il diversivo è costituito dalla sua presunta missione per salvarci dall’invasione di migranti e per il M5S, paradossalmente, dalla sbandierata lotta alla casta.

Giulio Andreotti con Ciriaco De Mita a un congresso della Dc

Rivalutare la figura di Giulio Andreotti alla luce di una prescrizione, o di un confronto con i modi formali e pacati della sua politica con quelli chiassosi e confusi che dominano oggi, è assurdo. Eppure sembra che non riusciamo ad abbandonare del tutto quest’idea. “Dobbiamo dunque augurarci che la discussione sul centenario dello statista rinunci all’inutile tentazione di riaprire i processi,” dice Massimo Franco, autore della biografia del Divo, in un’intervista pubblicata sul Corriere. “Il giudizio storico si è già dimostrato incommensurabile con il giudizio penale. E a noi oggi interessa solo il primo, l’unico che non sia ancora stato emesso. La confusione tra questi due piani è stata invece a lungo la regola,” conclude. E invece no, i due piani non solo vanno considerati insieme, ma quello del giudizio storico deve essere strettamente connesso a quello morale. Prima di tutto perché, se è vero che i processi si sono chiusi, è altrettanto vero che non hanno davvero stabilito una verità, ma hanno lasciato diversi aspetti ancora da chiarire. L’assenza di prove o la prescrizione possono forse bastare in un’aula di tribunale, ma non di fronte ai cittadini o agli storici.

Bettino Craxi e Giulio Andreotti

Grandi passi avanti sono stati compiuti grazie al perseverare di alcuni magistrati che hanno portato avanti i processi nonostante le difficoltà, come è ad esempio avvenuto con la storica sentenza che, il 20 aprile dell’anno scorso, ha stabilito che tutti i termini più scettici che sono stati accostati alla trattativa Stato-mafia – “presunta”, “fantomatica”, “la bufala” –  possono essere archiviati: la trattativa c’è stata e ha coinvolto diversi governi, tra cui anche quello del Divo. E proprio in sede di simili processi non sono mancate le dichiarazioni di pentiti altamente attendibili, come Tommaso Buscetta, che ha definito con le sue testimonianze quanto quella di Andreotti sia stata una figura fondamentale per istaurare il rapporto tra Cosa Nostra e le istituzioni, minando le fondamenta della nostra democrazia – le cui conseguenze viviamo ancora oggi. O quella di Francesco Onorato, che lo ha accusato di essere il mandante, insieme a Bettino Craxi, dell’omicidio Dalla Chiesa.

Quindi sì, cent’anni fa nasceva un uomo che ha influito sulle sorti del nostro Paese per molto tempo, un uomo che sicuramente verrà ricordato – e deve esserlo – come un protagonista. Ma è importante anche non dimenticare che si tratta del protagonista di una storia negativa, il nemico di un’Italia fatta delle molte vittime di mafia e dei loro familiari, che ancora oggi chiedono verità e giustizia; l’emblema di tutti quelli che, fuori e dentro le istituzioni, hanno lavorato in questi anni perché queste verità rimanessero nascoste, per proteggere pochi e insultare tutti gli altri. Il motivo per cui è importante oggi, in un giorno in cui si sprecheranno mille parole di elogio per il Divo, ricordarlo, è che, come ha dichiarato il magistrato Antonio Ingroia il giorno della sua scomparsa, “Andreotti è morto, ma l’andreottismo sicuramente no”.

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