Perché dovremmo leggere tutti Porci con le ali, il libro che ha sconvolto l’Italia degli anni ’70

Quando uscì Io sono un autarchico nel 1976, il primo film di Nanni Moretti, fu un caso cinematografico piuttosto singolare perché la pellicola divenne subito un cult in tutta Italia, nonostante sembrasse pensato più per una proiezione tra amici in qualche cineforum romano infrattato. La stessa cosa successe con Ecce Bombo, uscito solo due anni dopo, consacrando ufficialmente il regista del “Mi si nota di più se vengo o sto in disparte?” nell’immaginario di una generazione italiana, dei ragazzi e delle ragazze che avevano fatto il Sessantotto, poi il Settantasette e che ora brancolavano nell’anticamera buia degli anni Ottanta. Quando a Moretti negli anni è stato chiesto il perché di tanto successo, la sua risposta è sempre stata che in realtà non lo sapeva nemmeno lui, ma che soprattutto non si sarebbe mai aspettato che un film che parlava di uno specifico gruppo di giovani che venivano da uno specifico quartiere di Roma – Prati –  sarebbe diventato invece un manifesto generazionale. C’è un altro fenomeno culturale che si è sviluppato sempre a Roma, sempre alla fine degli anni Settanta e sempre in una realtà molto circoscritta, quella di due studenti del Liceo Mamiani, ma che evidentemente parlava a nome di molti più ragazzi e ragazze di quanto pensassero i suoi autori: Porci con le ali, il “diario sessuo-politico di due adolescenti”, come recita il sottotitolo, è stato un caso editoriale che ha segnato un’epoca, diventando non solo un campione di vendite totalmente inaspettate ma anche un vero e proprio scandalo nazionale.

In una puntata della trasmissione di Alberto Arbasino Match, i due ospiti che si incontrano sono Susanna Agnelli, fresca del successo di Vestivamo alla marinara e Lidia Ravera, una dei due autori di Porci con le ali, giornalista di estrema sinistra attiva nei  gruppi politici extraparlamentari. L’incontro tra le due autrici è molto interessante, non solo perché si tratta di personaggi che in quel momento stavano ricoprendo un ruoli diametralmente opposti, ma perché erano entrambe artefici di un racconto che, come dicono loro stesse, stava dando la possibilità agli italiani di sbirciare dentro il buco di una serratura: la prima dentro quello della famiglia Agnelli, la seconda dentro quello dell’universo della liberazione sessuale, della politica giovanile, degli enormi cambiamenti di una generazione post-sessantottina che sarebbe diventata il simbolo di un’epoca.

Lidia Ravera

Porci con le ali, infatti, potrebbe essere annoverato tra i libri “proibiti”, tra i casi letterari che si ritagliano una grossa fetta di pubblico proprio per questa loro componente peccaminosa che ci spinge tutti, indistintamente, a scrutare in una dimensione privata; e in effetti lo è, avendo avuto un successo di pubblico enorme e milioni di copie vendute che si continuano a vendere anche a distanza di più di quarant’anni – anche se è difficile fare una stima di quanti lettori abbia effettivamente avuto, dato che dopo il sequestro avvenuto nel 1976 da parte del procuratore Giovanni De Matteo cominciarono a circolare centinaia di copie pirata. Ma a differenza di qualsiasi romanzo simile più recente, non è solo di adolescenza che parla. O meglio, i suoi protagonisti, Rocco e Antonia, due studenti del Liceo del quartiere Prati di Roma – il Terenzio Mamiani – raccontano attraverso la scrittura a quattro mani di Lidia Ravera e Marco Lombardo Radice – psichiatra che si occupava proprio di assistenza agli adolescenti e che è morto prematuramente alla fine degli anni Ottanta – la loro vita sessuale in modo esplicito, crudo, anche disturbante per certi aspetti, ma la intrecciano con qualcos’altro.

Marco Lombardo Radice

Rocco e Antonia sono due adolescenti che stanno scoprendo loro stessi in quella fase dell’esistenza di ogni essere umano in cui il corpo manda impulsi da adulti ma la testa è ancora a metà tra l’infanzia e l’ignoto; la loro personalità, la loro individualità – quella che tutti noi ci ritroviamo a comporre e scomporre cercando sia di appartenere a qualche gruppo in cui ci identifichiamo, omologandoci, sia di distinguerci da tutti – si scontra con qualcosa di più grosso, ossia la politica. Ma la politica “vera”, quella delle ideologie, del materialismo dialettico, degli interrogativi morali che si pongono in relazione all’interpretazione della collettività, della lotta di classe, ma anche della liberazione sessuale, dell’abbattimento della morale borghese, della riappropriazione del corpo femminile e della negazione delle imposizioni virili e patriarcali. In altre parole, Rocco e Antonia sono adolescenti nel momento del Novecento più problematico e allo stesso tempo entusiasmante per esserlo, ossia gli anni in cui il personale diventava politico, certo, ma anche quelli in cui l’interesse per l’attivismo era per certi versi obbligatorio, trasformando qualsiasi quesito individuale in una speranza universale. Già dalle prime parole con cui si apre il romanzo c’è qualcosa di mai letto prima in Italia, una scena di masturbazione femminile, argomento decisamente tabù, che include prima una filastrocca oscena che Antonia usa per eccitarsi – “Cazzo. Cazzo cazzo cazzo. Figa. Fregna ciorgna. Figapelosa, bella calda, tutta puzzarella. Figa di puttanella.” – e poi una fantasia necrofila, quella di lei che si immagina di essere morta e di avere un amplesso su un tavolo di obitorio. Il rapporto tra uomo e donna, raccontato attraverso le esperienze sessuali di Rocco e Antonia, è anche il rapporto tra società e femminismo, i cambiamenti che hanno luogo nel corpo della protagonista e i suoi interrogativi, le sue richieste, le sue perplessità, camminano in parallelo con le istanze che le nuove correnti di lotta sociale chiedono al mondo. Compresa l’incomprensione da parte degli uomini di certe richieste e di modificare il modo in cui si pongono con l’altro sesso, cosa che appare chiara sin da subito nel modo totalmente diverso in cui Antonia e Rocco generano le loro fantasie erotiche: una distanza che fino a quel momento era rimasta taciuta per il semplice fatto che non importava a nessuno dell’appagamento femminile.

Non dico che essere adolescente nel post-Sessantotto sia per forza la cosa migliore che potesse capitare, idealizzare quel periodo è ovviamente fuorviante, così come dare per scontato che la liberazione sessuale sia stata “solo” una liberazione, appunto. Lo comunica chiaramente Antonia e lo conferma Lidia Ravera durante la stessa puntata della trasmissione di Arbasino: per una giovane donna la pressione sociale di essere vergine si era tramutata nella pressione sociale di non esserlo, e la protagonista del romanzo comunica chiaramente il disagio che si è ritrovata a provare quando si è sentita in obbligo di fare certe cose solo per dare prova della sua libertà. Allo stesso modo, anche Rocco appare spesso confuso e combattuto in questo suo ruolo maschile che si andava ridefinendo sotto nuovi valori e nuovi termini di convivenza, anche con i propri lati più “controversi”, come la sua bisessualità. I due si ritrovano così a passare da discorsi anti-borghesi a fantasticare sul nome dei propri bambini, si trovano a passare dall’amore eterno che li anima, una pulsione vitale ritenuta inesauribile, al disinteresse reciproco; in altre parole, vivono l’adolescenza con tutta la confusione esistenziale che questa porta con sé, bombardati da idee, saggi, manifestazioni, volantini da distribuire, doveri e vecchi valori da smontare. Allo stesso tempo, ogni attimo che vivono insieme, dai rapporti sessuali clandestini nei bagni di casa di amici a quelli più fastidiosi, invasivi – come succede nel capitolo “Oltre la sodomia l’amore” – in cui Antonia percepisce la distanza sia mentale che fisica che c’è tra lei e Rocco, cosa di cui lui si rende conto solo in parte proprio per la mancanza di attenzione che il mondo ha imposto fino a quel momento per la sessualità femminile, è come una piccola lotta personale, uno sciopero individuale, una rivoluzione interiore che deriva da enormi cambiamenti esteriori.

Tutto ciò rende molto più problematica l’età del loro sviluppo, ma anche molto interessante da leggere a distanza di quasi mezzo secolo per chi con questo approccio alla realtà iper-politicizzato non può che avere un rapporto immaginario. La politica non è sparita, certo, così come non sono spariti i problemi da analizzare, ma negli anni si è innegabilmente diluito l’interesse che quella generazione aveva sviluppato quasi come un dovere collettivo, spesso anche come parodia di sé stessa e cliché, ma sempre stimolante in modo molto meno univoco di un semplice dibattito sulla sessualità. Non a caso, infatti, Porci con le ali faceva parte di una collana della casa editrice Savelli che si chiamava “Il pane e le rose” – nome che citava le famose parole di Marx – e che puntava proprio ad approfondire sia con testi politici che con testi narrativi tutti gli aspetti della società di quegli anni senza sacrificare né la parte più piacevole, né quella più seria. Un compromesso che oggi sembra molto difficile da raggiungere e che separa nettamente intrattenimento da analisi sociale, come se le due cose non potessero – e dovessero – andare insieme.

Perché la cosa più interessante di Porci con le ali, al di là dello scandalo che fece per il modo esplicito in cui racconta l’universo variegato e indomabile della sessualità umana, specialmente nella fase della sua scoperta, è proprio l’aggrovigliarsi contraddittorio e invadente tra l’esterno e l’interno della vita di un ragazzo e una ragazza tutto sommato normali che vivono un’adolescenza come quella di tantissimi altri. E sarà infatti anche questo il motivo che ha trasformato questo romanzo in un cult generazionale, proprio il fatto che per la prima volta in Italia qualcuno raccontava sì l’esperienza politica e tutti i suoi aspetti più complessi, ma anche il modo in cui questa invadeva la vita privata di ogni persona che si interessava all’attivismo e all’impegno, sia culturale che sociale.

Antonia e Rocco si trovano tra le mani la responsabilità di avere un ideale e allo stesso tempo il diritto di essere giovani, spensierati e di poter sperimentare sia con la novità di un ambiente che si è appena liberato da certe imposizioni sia con la presenza inevitabile di altre regole, altri codici sia scritti che non. Porci con le ali è uno di quei casi in cui un singolo romanzo o film assume il ruolo di specchio e al contempo anche quello di sasso per farne mille pezzi, esattamente come fu Ecce Bombo negli stessi anni: il successo stesso di questo fenomeno editoriale fu infatti oggetto di dibattito e di critica, venendo demonizzato dagli ambienti in cui era nato il libro, creando un’ulteriore chiave interpretativa. Passati ormai quarantaquattro anni da quella prima edizione – che sulla copertina portava le illustrazioni “scandalose” di Pablo Echaurren – la storia di Rocco e Antonia e dei suoi autori che provarono a mettere per iscritto la sessualità dei giovani senza trasformarla in un saggio pedagogico, ma trattandola con la spontaneità di ciò che oggi potrebbe essere una serie tv, è una breve testimonianza di un tempo che fu. Il mondo è cambiato: per certi aspetti è migliorato, per altri no, rileggendo oggi questo libro, però, la cosa che più impressiona, non sono certo le scene erotiche alle quali siamo ormai più che svezzati, ma il fatto che il personale all’epoca era sì politico, ma la politica era anche molto, molto personale.

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