Amare la Patria significa combattere il nazionalismo, ci dimostrò Camus

Oggi più che in passato il dibattito sul diritto a essere riconosciuti come cittadini del Paese in cui si vive è attuale. Ce lo ha ricordato recentemente la mancata strage dell’autobus, a Milano, in seguito alla quale il passaporto è stato trattato da alcuni politici come un premio da elargire, più che come un diritto inalienabile di chi è nato sul suolo italiano, vi è cresciuto e ci ha studiato. Eppure, la sensazione che devono provare tutti quei ragazzi italiani che dallo Stato non sono riconosciuti come tali non è affatto nuova, ed è un autore francese del secolo scorso a ricordarcelo.

Albert Camus avrebbe potuto avere addirittura due patrie, l’Algeria e la Francia, come i ragazzi su quel bus, come chi fa esultare uno stadio e come moltissimi altri di cui non conosciamo i nomi. Alla fine, però, si ritrovò però paradossalmente senza un posto che potesse davvero chiamare “casa”: tutti lo vedevano sempre come uno straniero, in Africa e in Europa. Questo sentimento di estraneità si radicò tanto a fondo nel cuore di Camus da diventare per lo scrittore una condizione esistenziale, tanto duratura quanto dolorosa. Tale condizione è ben riassunta da Roberto Saviano nella sua introduzione a Lo Straniero, il romanzo che, nel 1942, segnò l’affermazione dello scrittore: “Camus è straniero a tutto. Alla sua terra d’Algeria, che lo considera straniero, alla Francia che lo considera algerino, ai comunisti che lo considerano un reazionario, ai conservatori che lo considerano un comunista. La sua estraneità lo rende cittadino solo della riflessione continua”.

Albert Camus a 7 anni (al centro vestito di nero) nel laboratorio di suo zio, Algeri, 1920

Camus prese definitivamente coscienza di quanto i due mondi a cui credeva di appartenere lo ripudiassero allo stesso modo nel 1956. Quell’anno, l’hotel El-Djazai si chiamava ancora Hotel Saint-George e, nonostante il periodo complicato di Algeri e dell’Algeria, era ancora un albergo abbastanza importante da ospitare uno scrittore famoso. Camus era tornato dopo 14 anni passati in Francia: voleva in qualche modo impedire che la sua terra natia venisse distrutta da una guerra che non avrebbe fatto altro che colpire i più deboli, i civili. Nel libro Albert Camus: A Life, lo scrittore e giornalista francese Olivier Todd racconta che, dopo aver terminato il check-in in albergo, Camus si rese subito conto di come in quella guerra non potesse riconoscersi in nessuna delle due fazioni in lotta: i due Paesi che si litigavano l’Algeria, quelli in cui aveva diviso l’intera esistenza, lo guardavano con il medesimo sospetto. Da un lato, i coloni francesi di destra complottavano per assassinarlo: era nato in Algeria, lì aveva studiato e lì aveva iniziato a fare il giornalista per testate comuniste e anti-colonialiste. Dall’altro per i rivoluzionari algerini lo scrittore era un pied-noir, uno dei milioni di coloni di origine europea che sfruttavano l’Algeria durante il dominio francese; quindi, era solo un nemico da eliminare. Ancora oggi, alcune parti dell’opera di Camus sfuggono a chi lo vuole vedere come un autore compromesso e filo-colonialista, mentre vengono spesso strumentalizzate da chi non lo considera francese. “Il Mediterraneo separava in me due universi”, scriveva Camus ne Il Primo Uomo, l’opera più autobiografica di un uomo diviso tra due continenti solo apparentemente vicini. 

Anche il giornalista algerino Arezki Metref ha evidenziato bene il paradosso che costrinse Albert Camus a sentirsi perennemente straniero: “Il dramma di Camus, segnato dalla sua infanzia povera ad Algeri, è che egli apparteneva ai colonizzatori per origine e ai colonizzati per condizione sociale”. Camus era convinto che le due anime dell’Algeria potessero convivere pacificamente, per questo si era opposto alla guerra per l’indipendenza e aveva invece proposto una federazione algerina in cui europei, arabi e altri gruppi vivessero in armonia. Questa visione pacifista e promotrice della multiculturalità è tuttora spesso fraintesa. Camus, che per tutta la vita era stato etichettato come straniero, sognava un mondo in cui quella parola non esistesse o quantomeno venisse spogliata delle sue accezioni negative. Luoghi come l’Algeria e la Francia dovevano essere di tutti, indistintamente, nessuno doveva sentirsi ospite. Il concetto di patria non poteva essere usato per escludere, per far sentire straniero chi non aveva intenzione di considerarsi tale. Secondo il filosofo e saggista francese Michel Onfary, lo scrittore vedeva nell’Algeria: “Un cosmopolitismo possibile, un caleidoscopio di popoli che si potevano mischiare”. Amava il posto in cui era nato perché, lì, Oriente e Occidente avrebbero potuto coesistere.

Camus non voleva essere costretto a scegliere tra i due luoghi che avevano segnato la sua vita. Apprezzava allo stesso modo Francia e Algeria e, per amor di patria, era disposto anche a soffrire delle loro inevitabili mancanze: ”Esiste la bellezza ed esistono le umiliazioni. A prescindere dalle difficoltà, per quanto possibile, vorrei rimanere fedele a entrambe,” scriveva ne L’Estate. I Paesi di Camus erano due ed egli lo ricordava sempre, non solo quando si palesavano motivi per essere orgoglioso delle due terre natie. Per l’autore franco-algerino il significato di patria aveva una sfumatura del tutto diversa da quella comune, diffusa ancora oggi. Nel 1937, il giovane Camus, nella sua lezione inaugurale presso la Casa della Cultura di Algeri, chiariva che “La Patria non è l’astrazione che spinge gli uomini al massacro, ma è un certo gusto della vita comune ad alcuni“. Secondo lo scrittore, la patria era qualcosa che valeva la pena amare quasi al pari di un genitore. Tale sentimento, per quanto viscerale, non doveva tuttavia mai trasformarsi in una scusante per sfogare la propria frustrazione o sfogare la violenza. 

Camus provò a ribadire nuovamente questo concetto, cui evidentemente teneva molto, vent’anni dopo. Nel 1957, si trovava in Svezia per ricevere il premio Nobel e ne approfittò per partecipare a un summit con un gruppo di studenti. In quell’occasione, pungolato dalle insinuazioni di un ragazzo algerino, lo scrittore pronunciò una frase che fece nascere al tempo infinite polemiche: “Amo mia madre e la giustizia, ma fra mia madre e la giustizia scelgo mia madre”. La madre cui faceva riferimento non era in realtà solo la donna che lo aveva partorito e allevato: parlava anche dell’Algeria. Il punto di vista dello scrittore era chiaro: se, per avere la sospirata giustizia, è necessario distruggere il posto dove si è nati e cresciuti, allora tanto vale rinunciare in partenza. Se la giustizia cui si riferiva quello studente algerino si conquistava mettendo bombe sui tram e annientando il Paese che Camus amava quasi fosse una seconda mamma, allora quella non era vera giustizia. Quel sentimento che animava lo studente che a Stoccolma se l’era presa con lui non andava confuso con il patriottismo, ammoniva Camus. Si trattava di un qualcosa di più simile a un bieco nazionalismo e, proprio per questo, era un sentimento sbagliato a prescindere.

Albert Camus riceve il Premio Nobel per la letteratura, Stoccolma, 1957

Albert Camus odiò sempre i nazionalismi, che definiva “segni di decadenza”. L’idea di patria aveva un senso ai suoi occhi solo quando riferita a un sano sentimento di nostalgia per la terra natia. Nella prefazione dell’edizione italiana di Lettere a un amico tedesco, l’autore spiega: “Amo troppo il mio Paese per essere nazionalista”. Il patriottismo promosso da Camus è diverso da quello usato come scusa per trincerarsi, in difesa di supposti confini naturali. In un articolo per Combat, pubblicato nel 1944, Camus spiegò di diffidare di chi parlava di patria in maniera impropria, per proprio tornaconto: ”Il patriottismo non è una professione. È un modo di amare il proprio Paese che consiste nel non volere che sia ingiusto e dirglielo”. Nel breve saggio Le Nozze, l’indissolubile legame cui si fa riferimento nel titolo è in realtà quella tra Camus stesso e la sua Patria, un amore indistruttibile e sincero, in grado di resistere anche alla distanza. Camus fu d’altronde lui stesso, in prima persona, un migrante perenne e, per questo, convisse con l’idea di un infinito esilio: “La patria si riconosce sempre al momento di perderla. È il tempo dell’esilio, della vita arida, delle anime morte”. Sentirsi esiliati, diceva uno dei padri dell’esistenzialismo, è la legge del mondo moderno. Un mondo fondato, oggi più di allora, su una solitudine e un’incomprensione solo amplificata da strumenti nati per avvicinarci. In queste condizioni, si chiede Camus, ha ancora senso il mito di una patria che esiste solo per essere difesa da chi sarebbe ugualmente suo figlio?

L’Europa oggi sembra credere solo in un amor di patria dai contorni distorti, che tracima spesso in una paura dello straniero per cui i greci coniarono la parola “xenofobia”, tornata molto di moda. Ma trasformare l’amore per il proprio Paese in un sentimento fanatista ed esclusivo non ha senso, così come credere che esistano persone più o meno degne di avere il nostro stesso passaporto. Camus è stato vittima di chi credeva invece che fosse così: scrittore algerino o francese secondo convenienza, ma mai totalmente accolto da nessuno. L’uomo che avrebbe potuto avere potenzialmente due patrie finì per non averne nessuna. In tanti, oggi, rischiano di condividere il suo stesso destino.

Non sentirsi a casa in nessun posto è un rischio che oggi milioni di giovani corrono, anche nel nostro Paese, e bisogna scongiurare questo pericolo. Un Paese ci vuole, anche solo per non sentirsi soli, ed è un diritto inderogabile per chiunque.

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