I partigiani ci insegnano che dobbiamo combattere per una società più giusta, ci disse Italo Calvino

Nel luglio 1945, solo due mesi dopo la Liberazione dal nazifascismo, nelle vetrine delle librerie italiane comparve Uomini e no, romanzo scritto dal giornalista Elio Vittorini: fu il primo libro sulla Resistenza. Vittorini, nato a Siracusa nel 1908, era un traduttore e consulente editoriale che nel 1938 si trasferì a Milano per lavoro. Durante la seconda guerra mondiale partecipò all’azione dei gruppi di lotta antifascista e si iscrisse al Partito comunista clandestino. Lo scrittore divenne una delle figure simbolo della Resistenza milanese al fianco di Eugenio Curiel – il giovane intellettuale a capo del Fronte della gioventù – e intanto scriveva il suo romanzo. Uomini e no è praticamente una cronaca in diretta di quanto accadde nelle strade di Milano nei giorni della Liberazione. Una genesi così repentina poteva voler dire solo una cosa: tra i protagonisti della Resistenza serpeggiava l’urgenza di raccontare quello che avevano vissuto. 

Elio Vittorini parla con Arnoldo Mondadori, 1957

Anche Italo Calvino lesse il romanzo di Vittorini e ne fu profondamente influenzato, tanto che si convinse di dover narrare la sua lotta partigiana, quella tra i monti della Liguria, per rendere merito ai tanti uomini e donne con cui aveva condiviso quei momenti. Calvino riuscì a dare forma a questa necessità nell’ottobre 1947 pubblicando il suo primo romanzo, intitolato Il sentiero dei nidi di ragno. Il romanzo descrive la guerra con gli occhi di Pin, bambino cresciuto per le strade di Sanremo, pestifero, sboccato, ma molto coraggioso. Pin è orfano e la sua famiglia è composta solo dalla sorella, chiamata in città la “Nera di Carrugio Lungo”. La ragazza si prostituisce per guadagnarsi da vivere e tra i suoi clienti ha soldati e marinai tedeschi. Il mestiere della giovane è motivo di scherno per gli avventori dell’osteria che frequenta Pin, ma lui incassa le battute sulla sorella e a sua volta passa gran parte del tempo a prendere in giro quel gruppetto di adulti che non gli sono né amici né parenti, ma che lo aiutano a superare con un piccolo sorriso la violenza delle giornate che seguono la firma dell’armistizio dell’otto settembre 1943. 

La storia di Pin entra nel vivo quando i frequentatori dell’osteria chiedono al giovane di rubare la pistola dal cinturone del marinaio nazista che fa spesso visita alla sorella. Il ragazzino prende il compito come una sfida e un gioco e con maestria lo porta a termine. Quando è pronto per consegnarla agli adulti, Pin si rende però conto che loro hanno già perso interesse per quella pistola, reputandola un modello obsoleto: “I grandi sono una razza ambigua e traditrice, non hanno quella serietà terribile nei giochi propria dei ragazzi”, pensa il bambino. Pin decide di nasconderla in un posto da lui chiamato il “sentiero dei nidi di ragno”, un luogo remoto tra le montagne che ritiene essere l’unico al mondo in cui i ragni fanno il nido. Il furto della pistola porta all’arresto di Pin, che finisce in prigione. In galera il destino di Pin cambia: incontra Lupo Rosso, un partigiano sedicenne che lo aiuta a evadere. Da quel momento il ragazzino di Carrugio Lungo incontrerà un’umanità multiforme, sacrificata, che si nasconde sui monti per combattere contro gli invasori e a cui decide di unirsi più per il desiderio di inclusione e protezione che per ragioni politiche. 

Un gruppo di partigiani sfila per la strade di Genova, 25 aprile 1945

È da questo punto in poi che emerge la peculiarità del romanzo che Italo Calvino voleva scrivere sulla Resistenza: i partigiani dell’intellettuale ligure non sono eroi. Tutti i personaggi del libro sono frutto dell’esperienza personale dello scrittore ai tempi della guerra, quando combatté su quelle stesse montagne. “Per questo facciamo i partigiani”, dice Giacinto l’artigiano, “per tornare a fare lo stagnino, e che ci sia il vino e le uova a buon prezzo e che non ci arrestino più e non sia più l’allarme. E poi anche vogliamo il comunismo. […] Il comunismo è che se entri in una casa e mangiano della minestra, ti diano della minestra”.  Non ci sono eroi inventati su quelle pagine, ma uomini veri che agiscono per “un’elementare spinta di riscatto umano”, una spinta che li fa diventare “forze storiche attive”, come scrisse Calvino nella prefazione al libro aggiunta nel 1964. La scelta di descrivere un’umanità disperata e generalmente poco idealista regalò un punto di vista prezioso tanto per i contemporanei di Calvino – che poterono identificarsi in quelle vicende che avevano vissuto in prima persona – quanto per le generazioni future. 

Gli italiani di oggi devono sapere di non doversi confrontare con figure eroiche e prive di dubbi, ma con uomini che scelsero da che parte schierarsi nella lotta tra fascismo e libertà. Nel libro compare una sola figura più idealista e riflessiva, quella di Kim, un giovane studente di medicina con “un desiderio enorme di logica, di sicurezza sulle cause e gli effetti”. Kim permette a Calvino di strutturare un discorso più articolato e di chiarire il significato di quella lotta. In un passaggio che mette in luce l’onestà intellettuale di Italo Calvino, afferma per bocca di Kim di riconoscere che i partigiani e i fascisti sono animati dallo stesso furore: una collera causata dalle difficoltà della vita che schiacciano, che umiliano, che condannano a “dover essere cattivi”. Kim confessa che a volte “basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima e ci si ritrova dall’altra parte”, però poi aggiunge che la differenza, non irrilevante, è tra chi vuole “risolvere qualcosa” e chi invece vuole perpetuare la propria schiavitù e condannare anche le generazioni future a subirla. “C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto” dice lo studente di medicina, “tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi”. Una lezione fondamentale ancora oggi: eroe è chi decide di stare dalla parte giusta, non da quella che gli conviene.

Calvino era consapevole che superata la gioia della fine della guerra, nel Paese si sarebbero scontrate fazioni opposte, mosse dalla volontà di ridimensionare il valore della Resistenza. Come scrisse nella prefazione al romanzo, il suo intento fu quello di rispondere ai benpensanti che volevano denigrare l’impresa dei partigiani dubitando dei loro ideali. “Non rappresenterò i migliori partigiani”, scrisse Calvino, “ma i peggiori possibili […] Ebbene? Cosa cambia? Anche in chi si è gettato nella lotta senza un chiaro perché […] ha agito una spinta che li ha resi centomila volte migliori di voi, che li ha fatti diventare forze storiche attive quali voi non potrete mai sognarvi di essere!”.

Italo Calvino

Le provocazioni e i dubbi originati dalla scarsa conoscenza della storia o, peggio, dalla poca onestà intellettuale sopravvivono anche nel 2019. Il ministro degli Interni Matteo Salvini ha fatto sapere che non parteciperà a nessuna delle manifestazioni organizzate per l’anniversario del 25 aprile. Il ministro ha giustificato questa assenza, dicendo che “Siamo nel 2019 e mi interessa poco il derby fascisti-comunisti”. Salvini ha paragonato con una metafora la lotta dei partigiani per la Liberazione dal nazifascismo a un incontro di calcio. Il ministro dell’Interno non è solo in questo rigurgito di revisionismo: quest’anno il sindaco forzista di Lentate sul Seveso, Laura Ferrari, ha abolito le celebrazioni del 25 aprile, giustificandosi con il fatto che la Liberazione sia stata monopolizzata da una sola parte politica. Anche il candidato sindaco di Firenze per il centrodestra, Ubaldo Bocci , ha reso noto che non parteciperà all’annuale manifestazione di fronte a Palazzo Vecchio, ottenendo questa risposta dall’Associazione nazionale partigiani: “Chissà se Bocci sa di essere candidato a sindaco di una città Medaglia d’Oro della Resistenza. Chissà se Bocci conosce almeno un poco la storia della Firenze di quei giorni”.

Serve capire se questi casi vanno letti come episodi isolati o come segnali di un revisionismo che cerca di confondere le carte e proporre una narrativa distorta. Rileggere Il sentiero dei nidi di ragno, e in generale la letteratura sulla Resistenza, è necessario per non dimenticare i valori fondanti della Repubblica italiana, che abbiamo l’obbligo di tenere vivi e di tramandare alle generazioni future. Perché, come disse lo stesso Calvino in un’intervista con Ferdinando Camon contenuta nel saggio Calvino. Colloquio con Ferdinando Camon, vol. II: “Certe cose sulla vita partigiana nessuno le ha mai dette, nessuno ha mai scritto un racconto che sia anche la storia del sangue nelle vene, delle sostanze nell’organismo”, e a noi spetta il compito di mostrare il rispetto e l’umiltà di imparare da quanto ci è stato tramandato e decidere di stare, come scrisse l’autore, dalla parte “del riscatto umano”.

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