La libertà di scelta e di pensiero sono il valore più importante, ci disse Oriana Fallaci

Oriana Fallaci ha subìto da parte degli intellettuali di sinistra una vera e propria damnatio memoriae. Gli ultimi articoli e libri che ha scritto prima di morire hanno fatto sì che il ricordo che la maggior parte del pubblico serbasse di lei fosse quello di una donna ormai vecchia che aveva perso il lume della ragione, o peggio ancora di una razzista. Fallaci dopo l’11 settembre del 2001, si scagliò violentemente contro l’islam, sollevando scalpore anche tra chi l’aveva sempre apprezzata in passato. Io stessa non rientro tra gli ammiratori dei suoi ultimi lavori, ma ho amato così tanto i suoi libri precedenti, dai quali è sempre emersa la figura di una donna spietata nella sua libertà, che mi è insopportabile pensare che il giudizio che resta su di lei sia spesso troppo insolente e così grossolano. Oriana Fallaci è stata tra le donne italiane del recente passato a cui le italiane moderne dovrebbero riconoscere un importante tributo.

Nacque a Firenze nel 1929 e pur diventando in età adulta un’intellettuale di mondo, nella vita più volte rimarcò il forte legame con la sua Terra. “Fiorentino parlo, fiorentino penso, fiorentino sento, fiorentina è la mia cultura e la mia educazione,” scrisse in La vita di Oriana narrata da Oriana stessa per i lettori dell’Europeo. Anche i suoi genitori incisero molto sulla sua formazione e sul suo carattere: il padre Edoardo fu un perseguitato politico sotto il regime fascista, venne anche imprigionato e torturato, ma non abbandonò mai la lotta clandestina tanto da coinvolgere anche la moglie Tosca Cantini e la piccola Oriana, che a soli 14 anni faceva la staffetta partigiana, con il nome di battaglia Emilia.

Da quel momento Oriana Fallaci continuò per tutta la vita a infilarsi tra le linee nemiche, ma con un mezzo diverso: la scrittura. Intervistò i grandi della Terra, molte di queste preziose conversazioni sono racchiuse nel libro Intervista con la storia, in cui Fallaci parlò vis à vis con Henry Kissinger, Yassir Arafat, Gheddafi, Khomeini, Ariel Sharon e Giulio Andreotti. Il sentimento con cui affrontò questi incontri epocali non fu certo l’ammirazione cieca, Oriana Fallaci odiava il potere e mal sopportava il pensiero che il destino di molti fosse nelle mani, spesso meschine, di pochi: “Il lato più tragico della condizione umana a me sembra proprio l’aver bisogno di un’autorità che governi, di un capo”, scrisse nella prefazione di Intervista con la storia. La sua avversione nei confronti del potere aveva qualcosa di allegorico, una Eva che si ribella a Dio e ad Adamo: “Mi sembra doveroso avvertire il lettore quanto sia convinta del fatto che le mele nascano per essere colte, che la carne si possa mangiare anche di venerdì”. Il potere si presentò spesso ai suoi occhi con le fattezze di un uomo e questa circostanza deve aver sicuramente inciso sul suo rapporto con il genere maschile: Fallaci fu femminista, sì, ma solo perché odiava il potere, mai per partito preso, per moda o per cameratismo con le altre donne. Nella prefazione al suo primo libro di inchiesta intitolato Il sesso inutile, viaggio intorno alla donna, scrisse “Le donne non sono una fauna speciale e non capisco per quale ragione esse debbano costituire, specialmente sui giornali, un argomento a parte: come lo sport, la politica e il bollettino meteorologico”.

Non odiava gli uomini, ma ne amò solo uno: Alexandros Panagulis. Panagulis fu il rivoluzionario greco che il 13 agosto 1967 attentò, senza riuscirci, alla vita del colonnello Geōrgios Papadopoulos, il militare a capo del colpo di Stato che dall’aprile del 1967 fino al luglio 1974 impose alla Grecia una dittatura militare anticomunista. Panagulis durante la sua prigionia venne rinchiuso in quella che egli definì “la tomba”: una cella costruita appositamente per lui, una stanza seminterrata di due metri per tre con una piccola anticamera dove trascorse tre anni e mezzo di vita. Fallaci e Panagulis si conobbero nell’estate del 1973, il giorno dopo la sua scarcerazione. La scrittrice italiana lo aveva raggiunto ad Atene per intervistarlo, dato che ormai era diventato un simbolo in tutto il mondo della resistenza al fascismo. Oriana Fallaci raccontò i loro tre anni di amore a di lotte politiche in Un uomo. Il libro venne pubblicato tre anni dopo la morte del suo amato compagno: “La solita tragedia dell’individuo che non si adegua, che non si rassegna, che pensa con la propria testa, e per questo muore ucciso da tutti”. Panagulis morì tragicamente nel 1976 a seguito di un incidente stradale in circostanze ancora non chiare.

Le sfide dolorose, purtroppo, non hanno mai smesso di essere presenti nella vita di Fallaci, ma lei le affrontò sempre scrivendo, analizzandole. Nel 1975 pubblicò un altro libro destinato ad essere una pietra miliare nella formazione delle coscienze di milioni di donne in Italia e nel mondo: Lettera ad un bambino mai nato. “A chi non teme il dubbio a chi si chiede i perché‚ senza stancarsi e a costo di soffrire di morire chi si pone il dilemma di dare la vita o negarla questo libro è dedicato da una donna per tutte le donne”, questo il pensiero inciso sulla prima pagina. In principio il tema dell’aborto doveva essere affrontato tramite un’inchiesta che il direttore dell’Europeo le commissionò, ma dopo sei mesi di lavoro Fallaci si ripresentò con questo struggente monologo, nato da una sua esperienza personale: aveva da poco perso il figlio concepito con Panagulis. Il libro è un susseguirsi di momenti terribili e dolcissimi: è il dialogo primordiale tra una donna incinta e il feto che sa di portare in grembo. La vita è talmente grande che all’unico essere senziente in quel momento, la donna, sfugge continuamente il significato, allora si pone infinite domande. La lettera affronta senza remore il tema sempre attuale e doloroso dell’aborto e dell’interruzione di gravidanza, spingendosi alla ricerca del senso della vita e ponendosi l’amaro interrogativo: “È giusto imporre la vita, anche se esistere implica sofferenza? E se fosse meglio non nascere?”. Ma il libro è anche una lunga riflessione sulla solitudine dell’essere umano e sulla difficoltà di essere donna in un mondo a misura di uomo: “Avrai tante cose da intraprendere se nascerai donna […] avrai da batterti per spiegare che il peccato non nacque il giorno in cui Eva colse una mela: quel giorno nacque una splendida virtù chiamata disubbidienza. Infine avrai da batterti per dimostrare che dentro il tuo corpo liscio e rotondo c’è un’intelligenza che urla d’essere ascoltata. Essere mamma non è un mestiere. Non è nemmeno un dovere. È solo un diritto fra tanti diritti. Faticherai tanto ad urlarlo. E spesso, quasi sempre, perderai. Ma non dovrai scoraggiarti”.

Oriana Fallaci, con il suo esempio e i suoi scritti, ha insegnato alle donne delle generazioni successive alla sua che la libertà è un valore per tutti, uomini e donne, ma che per queste ultime è infinitamente più difficile ottenerla. Ci ha insegnato che la libertà è una conquista dolorosa e ci ha messo in guardia dicendo che chiunque, in qualsiasi momento, può sottrarcela. Cosa che sta avvenendo sempre più spesso in tutto il mondo occidentale. Negli Stati Uniti, Terra tanto amata da Fallaci, il quadro sta sensibilmente peggiorando pur essendo stati per anni i protagonisti di importanti battaglie per i diritti civili che hanno poi coinvolto il resto del mondo. A inizio mese negli Stati dell’Alabama e del West Virginia sono stati approvati alcuni emendamenti contro le interruzioni di gravidanza da inserire all’interno delle rispettive Costituzioni. In Alabama il nuovo emendamento riconosce e sostiene “la santità della vita prima della nascita e i diritti dei bambini non ancora nati, il più importante dei quali è quello alla vita”. In Italia, purtroppo, non ci distinguiamo in meglio: pochi giorni fa è emersa una notizia allarmante risalente al luglio scorso. A Giugliano in Campania, un medico obiettore di coscienza si è rifiutato di eseguire un aborto d’urgenza, senza il quale una donna incinta di 18 settimane sarebbe potuta morire. E anche al Nord la situazione non è più rassicurante: il 4 ottobre il Consiglio comunale di Verona ha approvato una misura “per la prevenzione dell’aborto e il sostegno alla maternità”. Inoltre ha stanziato “cospicui finanziamenti” per le organizzazioni antiabortiste cattoliche che si occupano di sostenere economicamente le donne per convincerle a rinunciare a un’interruzione di gravidanza già programmata. L’Italia è anche il Paese in cui nei primi dieci mesi del 2018, sono state uccise 106 donne, come riportato dall’istituto di ricerca Eu.r.e.s., e in cui le lavoratrici hanno ancora stipendi più bassi rispetto agli uomini del 16,3%.

Ecco allora che torna l’insegnamento di Oriana Fallaci. Se oggi, ancora tra mille difficoltà, abbiamo la forza di pensare che l’aborto sia una questione di civiltà che non riguarda solo le donne, è grazie anche a lei; se siamo consapevoli che la maternità e il matrimonio non siano un dovere né tanto meno un destino ma una scelta, è grazie anche a lei, che squarciava la società patriarcale italiana degli anni Sessanta con frasi come quella che scrisse ne Il sesso debole: “La rivoluzione più grande è quella che cambia le donne e il loro sistema di vita. […] Non si può fare la rivoluzione senza le donne”.

Non sarebbe, quindi, corretto cercare di stilare il bilancio di una carriera così lunga e sofferta. Solo un pubblico pigro predilige le etichette: è più comodo considerare Fallaci una razzista o una femminista tout court, piuttosto che sforzarsi di riconoscerle la sua agognata libertà intellettuale. Se riunissimo tutti i lettori di Fallaci in una stanza è probabile che molti di loro si siederebbero accanto a persone di cui non condividono neanche un’idea. Quale autore può vantare un pubblico così variegato? Solo un autore libero.

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