Narcos: Messico è da vedere in una botta sola - The Vision

Ci sono serie tv che hanno bisogno di tempo per coinvolgere lo spettatore, perché puntano su ritmi dilatati, o costruiscono il proprio mondo un pezzo alla volta. Altre serie, invece, fin dalle prime scene catapultano lo spettatore nel vivo della storia, investendolo con un immaginario iconico – come le stanze del potere di House of Cards o l’America anni Ottanta di Stranger Things – e coinvolgendolo in quella forma di zen contemporaneo che chiamiamo binge watching.

Narcos è una di queste, con il suo mondo di fazende, città tentacolari e associazioni criminali che fatichiamo a ritenere vere. Ci chiediamo come sia possibile accumulare così tanti soldi, al punto da influenzare paesi interi. Ci stupiamo del sangue freddo con cui vengono commissionati gli omicidi, e delle relazioni di potere che intercorrono fra governi e bande criminali. Poi andiamo a leggere le cronache, guardiamo le foto segnaletiche, e ci rendiamo conto che le storie raccontate sono fedeli alle cronache giudiziarie e ci spiegano nel dettaglio come sia potuto accadere tutto questo. Le storie raccontare potrebbero essere tratte da un romanzo d’appendice, ma sono crudelmente reali: come ricorda l’epigrafe all’inizio della prima stagione, infatti, “Il realismo magico è definito come ciò che accade quando una situazione realistica e molto dettagliata viene stravolta da un evento impossibile da credere.”

Dopo la parabola del colombiano Pablo Escobar, dall’ascesa alla caduta del “criminale più ricco del mondo”, e chiusa la storia del Cartello di Medellin, gli spettatori hanno conosciuto nella terza stagione le vicende legate agli eterni rivali di Pablo, il Cartello di Cali. Arrivati alla quarta, Narcos si sposta in Messico, fra Guadalajara e Sinaloa, e racconta l’attività di Felix “El Padrino” Gallardo, il più grande narcotrafficante messicano degli anni Ottanta, in un nuovo ciclo narrativo e con una una mitologia parallela a quella colombiana. Per questo era necessario ripartire dall’inizio, costruire nuovi personaggi e dare conto di altri rapporti di forza. Se all’avvio della prima stagione il protagonista, Escobar, era un narcotrafficante già avviato, in questa stagione la storia di Gallardo prende le mosse nel limbo fra legalità e illegalità. Pur avendo rapporti con i narcotrafficanti di Sinaloa, Gallardo è infatti ancora un poliziotto: sono la smania di rivalsa sociale e una certa volontà di dominio che lo portano ad abbandonare la legge. Da semplice tirapiedi del boss locale, ben presto si fa notare per la sua intraprendenza e l’acume politico. Il panorama del narcotraffico di fine anni Settanta vede tante bande criminali gestire un piccolo giro d’affari, ogni famiglia con la propria piazza: Gallardo vorrebbe riunirle in un’unica organizzazione, così da costruire una potenza criminale pari a quella colombiana. Ma mettere d’accordo soggetti di questo tipo non è facile, così come non lo è mantenere il potere in un ambito in cui violenza e corruzione sono la norma.

L’impresa di Gallardo comincia dalla cannabis, la prima sostanza commerciata dai messicani. Un’altra novità della quarta stagione sta infatti nella natura dei traffici: quello di cocaina, centrale nella saga precedente, subentra solo in un secondo momento. Quando “El Padrino” prende il potere, si intensificano i contatti con i colombiani – anche grazie al boss di Juarez Carrillo Fuentes, che abbiamo già conosciuto nella scorsa stagione – e il suo Cartello diviene il mezzo privilegiato per il traffico di cocaina in America. Con i soliti intermezzi in stile documentaristico, Narcos ci fornisce una dettagliata mappa del narcotraffico, dal Sudamerica agli Stati Uniti, indagando le componenti culturali e le falle sistemiche che sostengono il giro d’affari dei signori della droga. Dopo aver raccontato la Colombia dei produttori e gli Stati Uniti dei consumatori, il Messico ci viene rivelato come terra di transito, nodo centrale nel processo di smistamento.

Ogni personaggio in Narcos vive di emozioni contrastanti, come se esistessero sempre due volti della stessa medaglia. Alla figura pubblica, quella del narcotrafficante che non può permettersi passi falsi, si accompagna un lato privato in cui si mostrano le paure di una vita sempre in difesa. Lo stesso accade per gli agenti che combattono il narcotraffico: le speranze e l’acume impiegati contro i narcos spesso si accompagnano al desiderio di farla finita con questo lavoro, per proteggere la propria famiglia. E c’è un filo di fatalismo che lega tutti i personaggi: Don Neto, ad esempio, è solito affermare “Voglio morire guardando il mare”, come se la fine fosse solo questione di tempo, ma ciò non impedisce loro di inseguire i propri sogni di dominio. “Ho capito ben presto che bisogna controllare i mondo, prima che il mondo controlli te”; queste sono le parole di Gallardo, il suo credo, e la scommessa si gioca sulla capacità di rimanervi fedele.

A interpretare Gallardo c’è un attore di grande esperienza come Diego Luna, in grado di tradurre in emozioni tutti i tic del boss. Non si tratta di interpretare solo un uomo che lotta per difendere il proprio ruolo di leadership, ma di un uomo che in primis vuole proteggere la propria famiglia, e che è stretto fra istinto e obblighi del comando e forze più grandi di lui, a partire dal sistema clientelare che ha messo in piedi. Gallardo ci mostra che persino i signori della droga devono rispondere a qualcuno: in questo caso si tratta della Dirección Federal de Seguridad (Dfs), l’organo di sicurezza messicano, corrotto quanto la polizia,  che lo usa come pedina nei giochi orditi insieme al governo.

Tra i soci in affari di Gallardo ci sono Rafael Caro Quintero ed Ernesto Fonseca Carrillo, due figure altrettanto complesse. Quintero, che aiuta Gallardo sin da subito e si può definire il co-fondatore del Cartello di Guadalajara, è un esperto nella coltivazione di marijuana; un ragazzo semplice che, una volta preso il potere, ne rimane accecato. Quintero vive la condizione del boss in modo ambivalente: da una parte ama il potere e non manca di esercitarlo, anche in modo violento; dall’altra accusa la solitudine del leader, soffre per un amore perso e soprattutto si sente l’eterno secondo di Gallardo, a cui tuttavia vuole bene come un fratello. A questa dicotomia emotiva Quintero risponde con scatti d’ira e uno smodato uso di droghe che lo portano a perdere progressivamente lucidità, fino al momento in cui questo gli costa molto caro.

Carrillo, detto Don Neto, è il suo esatto opposto: scaltro e navigato narcotrafficante, dapprima restio a seguire Gallardo nell’impresa di mettere d’accordo i clan locali, rimane affascinato dalla visione del socio e ne diviene il leale braccio destro; un alleato affidabile che non si scoraggia quando c’è un ostacolo da affrontare, un colonnello prezioso, perché perfettamente a suo agio nel proprio ruolo. Magnanimo con i sottoposti, ama la bella vita e vuole godersi i soldi fino all’ultimo, conscio della tragicità della vita da trafficante. Sa bene che difficilmente la sua avrà un lieto fine, ma continua a operare fedelmente come ci si aspetta che faccia, perché è il destino che si è scelto. L’istrionismo di Don Neto non è un’invenzione, basta guardare il look con cui si mostra al momento della cattura, avvenuta nel 1985: occhiali da sole e sorriso irriverente, a nascondere fino all’ultimo i dolori di una vita non facile.

E se da una parte ci sono i narcos, dall’altra c’è chi cerca di contrastarli, come la Dea (la Drug Enforcement Administration americana), una spina nel fianco per i Cartelli in tutte le stagioni precedenti. Non ci sarà il carismatico agente Peña interpretato da Pedro Pascal, ma qualcuno di altrettanto determinato, l’agente Kiki Camarena, interpretato dall’attore Michael Peña. Camarena è un chicano che da Fresno, California, viene inviato in Messico come rinforzo alla sezione locale della Dea. La squadra di Sinaloa versa in una situazione di impotenza: riceve meno finanziamenti perché il Messico non registra ancora il volume di narcotraffico della Colombia e ha le mani legate dalle ingerenze della Dfs, l’intelligence messicana, al soldo di Gallardo. Ma Camarena è ostinato, non può tollerare una situazione del genere. Quando capisce che i narcos si sono riuniti in un’unica organizzazione, ha un’intuizione: seguire i soldi, per andare a colpire il cuore del narcotraffico. È grazie al suo operato che il governo americano si interesserà della situazione messicana, creando non pochi problemi agli affari di Gallardo. Camarena è il vero co-protagonista della serie, che ingaggia un duello a distanza con Gallardo e, come un vero rivale, ne riflette le preoccupazioni. Anche per l’agente la prima ragione di vita è la propria famiglia e proteggerla diventa molto più difficile mentre si combattono uomini spietati come i narcos. La compagna Mika, interpretata da Alyssa Diaz, è preoccupata per l’incolumità del loro figlio, ma è anche compiaciuta del carattere del marito, perché ne condivide gli ideali: nonostante ne critichi la sventatezza, lo sostiene e ne porta avanti le battaglie.

Il Cartello e quanto lo riguarda, dunque, non è solo un affare fra uomini. Nelle scorse stagioni abbiamo imparato a temere donne determinate quanto gli uomini che stanno loro a fianco. Hermilda, la madre di Escobar, aiutava il figlio a mantenere il suo impero. Judy Moncada, fra i boss del Cartello di Cali, era molto più di una semplice femme fatale ed esibiva un cinismo e un’intelligenza fuori dal comune. In questa stagione, Teresa Ruiz, interprete molto famosa in Messico, veste i panni di una figura chiave del Cartello, Isabella Bautista. Vecchia amante di Gallardo, intrattiene con lui un rapporto dalle sfumature contrastanti: il sodalizio in affari sfocia ben presto in rivalità personale. Se da una parte vuole compiacerlo, e per questo lo mette in contatto con i narcos colombiani, dall’altra sente di essere trattata come una sottoposta, solo perché donna, e mal lo sopporta. Isabella sfoggia la brillantezza del diplomatico e la determinazione del combattente, fa di tutto per far valere il proprio ruolo e veder riconosciute le proprie capacità, in un mondo dominato dagli uomini.

Narcos organizza il racconto secondo lo spettro delle passioni umane, e nel rispetto della cultura sudamericana, narrando un universo retto da codici morali precisi, senza dimenticare qualche nota di humour. Narcos Mexico è un’epopea  che ha il pregio di estendersi nel tempo e nello spazio. In primo luogo perché aggiunge un tassello importante nel racconto del narcotraffico fra America Latina e Nordamerica fino ad oggi affrontato. In secondo luogo, perché racconta l’avvio di una storia che potrebbe arrivare ai giorni nostri. In questa stagione seguiamo le vicende di Gallardo, ma non ci deve sfuggire che, fra i personaggi minori, c’è anche un giovane Joaquin Guzmàn, meglio conosciuto come El Chapo, che sospettiamo guadagnerà il proprio spazio nelle prossime stagioni.

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