Come la cultura tossica e misogina degli anni Duemila ha rovinato una generazione di ragazze - THE VISION

Se dovessi descrivere gli anni Duemila a una persona che non li ha conosciuti, la prima immagine che mi verrebbe in mente è quella di Lindsay Lohan, Britney Spears e Paris Hilton sedute tutte insieme su un’auto di lusso dopo una delle loro leggendarie serate. Correva l’anno 2006 e loro tre erano le donne più influenti, fotografate e raccontate della cultura pop mondiale. Ogni mossa delle tre era diligentemente fotografata, commentata e analizzata dai tabloid e da siti di gossip come TMZ e Just Jared, entrambi fondati nel 2005. “Bimbo Summit”, titolò il New York Post, utilizzando un termine dispregiativo che indica donne superficiali, molto curate, che spesso hanno fatto ricorso alla chirurgia plastica.

Esistono varie teorie sulla genesi di questa foto: come ha raccontato la stessa Paris Hilton, all’epoca tra lei e l’attrice Lindsay Lohan non correva buon sangue a causa di una rivalità amorosa. Paris e Britney, braccate dei paparazzi, si rifugiarono in macchina e quasi per caso si ritrovarono anche Lindsay seduta sul sedile. Secondo il blog specializzato “Pop culture died in 2009”, la foto fu concordata per mettere a tacere le voci su questa rivalità, soprattutto perché Lindsay pochi giorni prima aveva dichiarato a un paparazzo di essere stata picchiata da Paris in una scenata di gelosia. Qualsiasi sia la verità su quella serata, una cosa è certa: l’ossessione della cultura pop per ragazze giovani e famose – ancora meglio se in competizione fra loro – e per i loro corpi spogliati, giudicati e sfruttati, spesso da manager e fidanzati senza scrupoli, con il plauso del pubblico. Una cultura che Vox ha ribattezzato “bubblegum misogyny”, una misoginia divertente e normalizzata, parte integrante della cultura pop.

Lindsay Lohan, Britney Spears e Paris Hilton

La Gen Z, come ogni altra generazione che si rispetti, prova nostalgia per un’epoca mai vissuta. Quest’epoca sono proprio gli anni Duemila, cristallizzati nell’estetica Y2K (acronimo di “Year 2 Kilo”, anno duemila): jeans a vita bassa, mollettine colorate, accessori trasparenti, glitter e cristalli in ogni dove. La cosa più interessante di questo recupero nostalgico è che, forse per la prima volta, si tratta anche di un recupero critico. A breve distanza di tempo, i documentari Framing Britney Spears e This Is Paris hanno scoperchiato il vaso di pandora delle vite scintillanti delle più famose e rappresentative celebrità Y2K. Questi film hanno molto scosso l’opinione pubblica, la cui sensibilità è sicuramente cambiata rispetto a vent’anni fa, anche se in realtà hanno raccontato cose che tutti sapevano da tempo e che, se oggi ci sembrano storie di abusi, all’epoca non erano nient’altro che gossip. 

Un anno dopo la famosa foto in automobile, Britney diventò protagonista del più grande scandalo degli anni Duemila: nel 2007 entrò in un salone di parrucchieri in California e si rasò la testa, per poi essere immortalata mentre prendeva a ombrellate l’auto di un paparazzo. Ancora oggi la scena è oggetto di meme e frasi motivazionali (“Se Britney Spears ha superato il 2007, anch’io posso superare questa giornata”), ma in realtà fu un episodio terrificante, che le fece perdere la custodia dei figli e la condannò alla conservatorship, una forma di tutela legale che si assegna a persone che non sono nel pieno delle loro facoltà e che per questo devono nominare un tutore che amministri il loro patrimonio. A distanza di più di dieci anni dalla vicenda, i beni della cantante sono ancora gestiti dal padre ed è nato un movimento che ne auspica la libertà, #FreeBritney.

Britney Spears prende a ombrellate l’auto di un paparazzo, California, 2007

La storia di Britney Spears è forse la più rappresentativa dei danni che la cultura del gossip causava alle sue protagoniste: una bella adolescente, magra e bianca, sessualizzata sin dalla minore età nonostante fosse anche costretta pubblicamente a fare voto di castità fino al matrimonio; dipinta per anni come la ragazza della porta accanto che all’improvviso degenera in una spirale di sesso, alcool e droga, la cui salute mentale è stata in realtà distrutta dalla continua esposizione mediatica e dalla speculazione di persone che la portavano volutamente al limite. Anche la carriera di Lindsay Lohan, bambina prodigio che esordì a 12 anni nel classico Disney Genitori in trappola e si consacrò nel film manifesto degli anni Duemila, Means Girls, è stata devastata in modo simile. Paris Hilton è stata forse la più fortunata, nonostante abbia recentemente raccontato degli abusi subiti da adolescente in collegio, sia nel suo documentario sia al parlamento dello Utah durante le audizioni per una legge che prevede un maggior controllo statale su questo tipo di scuole. Senza parlare, poi, della diffusione di un video che la ritraeva mentre faceva sesso a diciannove anni, un vero e proprio caso di revenge porn che tutti anche in questo casi ricordano come una storia divertente. 

Foto segnaletiche di Lindsay Lohan dal 2007 al 2013

L’autrice femminista Laurie Penny ha chiamato il sessismo dei media del Duemila il moderno “problema inespresso” delle donne, citando il classico del femminismo La mistica della femminilità di Betty Friedan. Se a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta i giornali delle casalinghe davano consigli su come doveva essere la donna perfetta, i tabloid dell’epoca erano ossessionati da tutto ciò che una donna non doveva essere. Ogni volta che la celebrity di turno veniva arrestata per ubriachezza, rubava il fidanzato a un’altra o faceva qualcosa di riprovevole, i giornalisti andavano a intervistare le passanti che esprimevano tutto l’orrore che queste donne causavano in loro. Nel 2006, US Weekly lanciò un sondaggio riempiendo due pagine di foto di donne famose che scendendo dalle auto mostravano inavvertitamente le mutande: lo fanno apposta per attirare l’attenzione? Sì, secondo l’84% dei lettori

Paris Hilton nel video di Eminem per “Just lose It” (2009)

Al posto di puntare il dito contro la crudeltà dei media, il pubblico colpevolizzava le giovani donne che questi giornali sfruttavano per vendere di più. Nel 2009 il video del singolo di P!nk “Stupid Girl” prendeva in giro le “ragazze stupide” che anziché voler diventare presidenti pensavano solo a comprare chihuahua, passarsi l’autoabbronzante e investire passanti mentre si mettevano il rossetto in macchina. Il video fa anche riferimento al sex tape di Paris Hilton e ai disturbi alimentari, mostrando ragazze che vomitano e si fanno i complimenti fra loro urlando sovreccitate “I wanna be skinny!”. Il video si apre mostrando una bambina che si trova a dover scegliere tra il proverbiale angioletto sulla spalla – che rappresenta le sue reali passioni, il football e la musica – e il diavolo – che invece si accompagna a bambole e prodotti di bellezza, la via maestra per diventare una “stupid girl”. Oggi quella bambina avrebbe più o meno la stessa età che le varie celebrities avevano quando venivano esposte sui giornali e pubblicamente umiliate per i loro disturbi alimentari o i problemi di salute mentale, spinte dai propri manager a litigare fra loro e spesso usate come merce di scambio dai propri fidanzati. 

Lindsay Lohan partecipa a un’udienza presso il tribunale municipale di Beverly Hills, ottobre 2009, California

Al di là delle varie Britney Spears e Sienna Miller, le vittime collaterali della cultura tossica degli anni Duemila furono proprio quelle bambine e adolescenti che assistevano quotidianamente alla loro mortificazione, interiorizzandone la misoginia. Le ragazze della mia generazione sono cresciute nella convinzione che il corpo sia il loro unico bene e che qualsiasi difformità da uno standard oggettivamente irraggiungibile sia colpa loro, che i problemi di salute mentale siano motivo di vergogna e di derisione pubblica, che la competizione tra ragazze sia qualcosa di normale e anzi auspicabile, che lo slut shaming sia meritato. Oggi queste narrazioni ci sembrano lontane, ma la bubblegum misogyny è ancora radicata: secondo molti commentatori, la presentatrice tv inglese Caroline Flack si sarebbe tolta la vita lo scorso anno anche a causa dell’eccessiva copertura mediatica sul suo coinvolgimento in un caso di violenza domestica; e come non citare il trattamento – capace di mescolare il sessismo a una buona dose di razzismo – dei tabloid inglesi nei confronti di Meghan Markle e contro cui quest’ultima, insieme al marito Harry, ha intrapreso una battaglia legale.

Meghan Markle

La Gen Z sta riscoprendo la spensieratezza degli anni Duemila, ma ne sta anche evidenziando i lati peggiori con grande consapevolezza. Anche se si possono fare molte critiche al modo in cui i modelli di empowerment vengono mercificati o al fatto che, al netto di tutti i discorsi sulla body positivity, i canoni di bellezza restano sempre molto stringenti, il fatto che oggi la cultura pop stia andando nella direzione dell’esaltazione delle potenzialità delle ragazze – sia che scelgano l’angioletto sulla spalla, sia scelgano il diavolo – non può che essere positivo.

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