Leonora Carrington ha insegnato alle donne che possono essere le muse di loro stesse

Una giovane donna dalla capigliatura fluente, seduta su una poltrona blu in una stanza semivuota e vestita con una giacca verde e pantaloni da cavallerizza bianchi, fissa con uno sguardo intimidatorio lo spettatore. Non molto distante da lei c’è una iena e un cavalluccio a dondolo è sospeso in aria alle sue spalle, mentre dalla finestra si vedono in lontananza una foresta e un cavallo al galoppo. Questo è l’autoritratto che l’artista e scrittrice inglese Leonora Carrington ha lasciato di sé in una delle sue opere più celebri, Autoportrait à l’auberge du cheval d’Aube (1937-38). Lei stessa si definì una “female-human-animal”, indicando il il cavallo bianco come suo alter ego e simbolo di libertà.

Leonora Carrington, Autoportrait à l’auberge du cheval d’Aube, 1936-37

Nata a Lancaster, in Inghilterra, nel 1917 in una famiglia agiata – suo padre era un produttore di tessuti, sua madre una nobildonna di origine irlandese – si fece subito notare per il carattere eccentrico e ribelle: rifiutò l’educazione cattolica imposta dai familiari, si fece espellere da diverse scuole e impose sin da giovanissima la sua volontà di fare arte. Nel 1936, appena 19enne, vide per la prima volta le opere di Max Ernst e un anno dopo i due si conobbero durante una festa a Londra e si innamorarono. La loro relazione, osteggiata dal padre di Leonora, sconvolse i benpensanti dell’epoca, non solo per la grande differenza di età tra i due – Ernst aveva 46 anni – ma anche perché poco dopo si trasferirono a Parigi, per vivere come una coppia sposata. Nella capitale francese l’artista entrò in contatto con i maggiori del movimento surrealista: André Breton, Paul Eluard, Joan Mirò, Salvador Dalì, Yves Tanguy.

Nonostante la loro influenza sia evidente soprattutto nelle opere giovanili di Carrington, lei ha spesso rifiutato l’etichetta di artista surrealista, rivendicando lo sviluppo autonomo del suo percorso artistico e letterario. Le sue opere non erano solo un mezzo per esaltare la forza dell’inconscio e del sogno, ma anche un’espressione molto personale legata al suo carattere inquieto e insofferente verso i vincoli della società. I suoi racconti e i dipinti mettevano in luce  la sua realtà interiore e divennero nel corso degli anni sempre più autobiografici. Nell’universo creativo di Leonora l’umano si fonde con l’animale, l’orrore con la fiaba, lo spavento con il gioco, la letteratura con la pittura. A incoraggiare la sua ricerca fu Ernst, che le insegnò la tecnica del frottage e la spronò a scrivere i suoi primi racconti. Il prestigio e la personalità di Max Ernst ebbero un forte ascendente su Carrington, che però rifiutò sempre di limitarsi a rivestire il ruolo di sua musa personale. “Non avevo tempo per essere la musa di nessuno. Ero troppo occupata a ribellarmi alla mia famiglia e a imparare a essere un’artista”, ha dichiarato in una delle sue ultime interviste.

Leonora Carrington e Max Ernst

Nel periodo in cui visse con Ernst – con cui dopo la parentesi parigina si trasferì in Provenza a Saint-Martin-d’Ardèche – Leonora si dedicò completamente alla pittura e alla scrittura. In quegli anni scrisse i racconti La Dame Ovale – che diede il titolo ad una raccolta illustrata da Ernst – e La debuttante, per scrivere il quale si ispirò ai balli aristocratici a cui la costrinsero a partecipare per celebrare la sua entrata in società. Le protagoniste dei suoi primi scritti sono giovani donne, solitarie, provocatorie ed estranee al loro contesto sociale, che preferiscono la compagnia degli animali a quella degli uomini. Con i suoi racconti Carrington ha dato voce a una ribellione femminile sempre più diffusa contro i valori e le convenzioni della società borghese dell’epoca, che volevano una donna relegata al ruolo di moglie e madre sottomessa alla volontà del marito e ai bisogni dei figli.

La relazione tra Max e Leonora cessò bruscamente a causa dello scoppio della seconda guerra mondiale: nel 1939 Ernst fu prima arrestato dalle autorità francesi perché di nazionalità tedesca e poi dai nazisti che giudicarono i suoi dipinti espressione di un’arte “degenerata”. Il ricordo del loro amore è cristallizzato nei ritratti che i due artisti si fecero a vicenda: Portrait of Max Ernst (1939), dove l’uomo, vestito con un cappotto rosso, attraversa una landa ghiacciata facendosi guidare da una lanterna contenente un cavallo bianco, e Leonora in the morning light (1940).

Max Ernst, Leonora in the Morning Light, 1940

Il secondo arresto del suo compagno precipitò Leonora nella disperazione: il timore che Ernst non facesse più ritorno la spinse a bere, a indebitarsi e ad abbandonare la grande casa che condividevano per trasferirsi in Spagna, dove finì nel manicomio di Santander, dichiarata pazza e costretta a trattamenti disumani. L’esperienza lasciò segni indelebili nella mente e nell’animo di Leonora che anni dopo dichiarò: “Improvvisamente mi resi conto che ero mortale e che potevo essere distrutta”. I giorni passati nell’ospedale psichiatrico sono raccontati nel libro Down Below del 1944, definito da André Breton un testo su un viaggio “da cui si hanno poche probabilità di tornare”. I mesi del suo internamento ispirarono anche le opere Portrait of Dr. Morales e Map of Down Below.

Leonora Carrington e Max Ernst fotografati da Lee Miller nel 1937

Rilasciata per intercessione della famiglia, Leonora riuscì a lasciarsi alle spalle una parte dei traumi subiti nel manicomio grazie al diplomatico messicano Renato Leduc, che divenne suo marito e con cui si trasferì prima a New York nel 1941 e poi a Città del Messico nel 1942. Nella capitale messicana l’artista cominciò una nuova vita. Iniziò a sperimentare ed entrò in contatto con le tradizioni artistiche e popolari locali, rimanendo così colpita dalla vivacità culturale del Paese da scegliere di viverci stabilmente. Nel 1943 divorziò da Leduc per sposarsi poco dopo con il fotografo ungherese Emerico Imre Weisz: la loro casa divenne un punto di riferimento per altri artisti europei fuggiti in Messico tra cui la pittrice surrealista Remedios Varo, che divenne sua grande amica. Ad accomunare le due artiste furono soprattutto l’indole ribelle e l’interesse per l’esoterismo: Leonora e Remedios, entrambe “figlie” del surrealismo, nel loro Paese d’adozione riuscirono a sviluppare un’autonomia artistica fondata sulla compenetrazione tra la cultura europea e messicana. L’amicizia con Varo ispirerà la novella Il cornetto acustico, pubblicata nel 1974, e la sua riflessione sul tema della vecchiaia attraverso gli occhi di una 91enne costretta a vivere in una casa di riposo.

Il paese latinoamericano rappresentò per Leonora la piena conquista della libertà che aveva inseguito nel corso di tutta la vita. Fin dagli esordi, infatti, la sua carriera artistica incontrò numerosi ostacoli, primo tra tutti l’opposizione del padre che non accettò mai la sua scelta. In molte delle sue interviste ha raccontato di quanto sia stato difficile per lei affermarsi come artista donna e di aver spesso avvertito una certa diffidenza nei suoi confronti, anche all’interno del movimento surrealista, dominato da figure maschili e da una scarsa considerazione del genere femminile. In Messico Leonora fu finalmente libera di esprimersi, raggiungendo la piena maturità artistica: come scrisse in una lettera indirizzata all’editore francese Henry Parisot non si sentiva più “la giovane ragazza innamorata che si trasferì a Parigi”.

Le opere messicane, pur presentando alcuni punti di contatto con la sua produzione precedente, testimoniano una nuova fase del suo percorso artistico. A unire le due fasi rimase il suo interesse per il mondo animale, che la portò a visitare più volte lo zoo di Tuxtla Gutiérrez, nello Stato del Chiapas. Dalle sue osservazioni nacque il dipinto Pastoral (1950) in cui è rappresentato un giardino fiabesco popolato da tipici animali messicani come lo xoloitzcuintle (detto anche cane nudo messicano), l’antilocapra americana e il giaguaro nero. Nonostante la sua nutrita attività artistica, per Leonora non fu semplice ottenere la giusta affermazione nel Paese e fu solo una decina di anni dopo il suo arrivo che iniziò a collaborare con alcuni artisti messicani, partecipando a numerose mostre e progetti di gruppo, e ricevendo commissioni pubbliche. Nel 1963 le venne commissionata dal governo la creazione di un murale per il museo antropologico di Città del Messico, a riconoscimento del suo valore artistico. Per realizzare l’opera, intitolata El Mundo Magico de los Mayas, tornò ancora una volta nel Chiapas, visitandone le località più remote e inospitali, per studiare le abitudini degli indiani Lacandòn e leggere diversi manoscritti dell’epoca coloniale spagnola. Nel dipinto murale gli elementi tratti dalla realtà come la chiesa coloniale, i costumi dell’etnia Lacandòn e il paesaggio dove vive, sono descritti attraverso un filtro magico, molto comune nella visione artistica e letteraria del Centro e Sud America.

Leonora Carrington, El Mundo Mágico de los Mayas, 1963; Museo Nacional de Antropología, Messico

Anche se il percorso artistico della Carrington è proseguito ancora per decenni, El Mundo Magico de los Mayas è l’opera ideale per leggere la sua evoluzione: mentre i lavori iniziali riflettevano esclusivamente temi personali, i dipinti della maturità sono il frutto dell’unione tra le sue esperienze di vita e anni di studio dedicati alla psicologia junghiana e alla spiritualità, in particolare quella ibrida nata dalla fusione tra il Cattolicesimo e le religioni precolombiane del Messico. Leonora Carrington è morta a Città del Messico nel 2011 e fino al suo ultimo giorno ha lottato affinché la sua arte fosse un grimaldello per forzare la gabbia della realtà e vedere ciò che si nasconde dietro al nostro sguardo ordinario, troppo pigro o spaventato per andare oltre a quello che ci appare di fronte quotidianamente.

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