Non possiamo tollerare gli intolleranti, ci avvertì Karl Popper

Spesso le parole vengono utilizzate in contesti che le allontanano dal loro senso etimologico più stretto. È il caso di “letteralmente”, ad esempio: quante volte ci è capitato di sentire frasi come “Mi sono letteralmente cascate le braccia” o “Ha impiegato letteralmente una vita per arrivare”, o di utilizzarle noi stessi. La stessa sorte, seppur in maniera meno diffusa, è riservata al concetto di paradosso, declinato in tutte le sue forme aggettivali o avverbiali. A volte “paradossalmente” è utilizzato quasi come fosse un intercalare colto, da usare nel discorso per far sembrare il nostro ragionamento più complesso; il concetto di paradosso però, così come tutte le parole, ha un significato e un’origine ben precisi. Deriva dalle parole greche parà (contro) e dòxa (opinione) e indica un’asserzione che, per il contenuto o per la forma in cui è espressa, appare inverosimile o contraria al comune senso pratico.

Tra i primi a utilizzare questo concetto furono gli stoici, che proposero l’idea che il male e il dolore fossero, in realtà, esperienze positive in quanto la loro stessa esistenza generava – e in qualche modo giustificava, per contrasto – il bene e il piacere. Memorabile per chiunque abbia studiato filosofia al liceo è il paradosso di Achille e della tartaruga, ideato dal filosofo eleatico Zenone: se il celebre piè veloce si trovasse a inseguire il lento animale, partendo quindi in un punto precedente sul percorso rispetto a esso, non lo raggiungerebbe mai. Questo perché, quando Achille si troverà nel punto in cui è partita la tartaruga, essa si sarà già spostata più avanti, e così all’infinito. Si tratta in questo caso di un paradosso puramente teorico, basato su un artificio retorico. Tuttavia, rende bene il concetto di quel genere di paradosso, ripreso poi da diversi altri pensatori, non solo in ambito filosofico, ma anche economico, fisico, matematico e biologico.

Tra i paradossi più celebri del pensiero contemporaneo vi è sicuramente quello della tolleranza, proposto dal celebre filosofo austriaco Karl Popper.

Nato a Vienna nel 1902 e morto nel 1994, Popper ha attraversato, si può quasi dire letteralmente, tutto il secolo breve; il secolo delle grandi guerre e dei totalitarismi. Ed è proprio questo quadro politico desolante che ha probabilmente spinto Popper a diventare uno dei pensatori liberali per eccellenza, un difensore della democrazia e delle libertà individuali, un feroce critico dei regimi autoritari (fossero questi ispirati a istanze fasciste o comuniste, per lui non faceva alcuna differenza). Miseria dello storicismo (1944), opera cardine del suo pensiero, Popper lo dedica infatti agli “Innumerevoli uomini, donne e bambini di tutte le credenze, nazioni o razze che caddero vittime della fede fascista e comunista nelle Inesorabili Leggi del Destino Storico.”

Ciò che non convinceva il filosofo era l’idea deterministica che esistesse, nel futuro dell’umanità, una sorta di prevedibilità legata a un’ideologia salvifica con la presunzione di poter traghettare l’uomo verso una società perfetta. Da epistemologo, Popper applicava il suo razionalismo critico alla società e, come nella scienza non esiste una teoria assoluta e incontrovertibile (perché in ogni momento può emergere un errore, o un dato che impone di rivalutare tutto il sistema) non può trovare applicazione pratica l’idea di una società utopica. Secondo Popper, che riprende la distinzione operata da Henri Bergson, le ideologie utopiste ispirano necessariamente politiche che portano alla creazione di società chiuse, autoritarie; al contrario, un approccio più umile e conscio delle contraddizioni e delle complessità insite nelle comunità umane dà la possibilità di vivere in quella che lui definisce una società aperta – liberale, inclusiva, rispettosa dei diritti individuali. Di conseguenza, offrire soluzioni assolute a problemi complessi è un inganno: lo sterminio degli ebrei, dei dissidenti e delle minoranze non avrebbe fatto della Germania una società perfetta, così come l’espropriazione delle proprietà in favore di un’uguaglianza solo apparente non ha fatto delle società comuniste delle comunità perfette – e nemmeno desiderabili. O sbarrare le porte ai migranti non renderà l’Italia un posto necessariamente migliore.

Ma, paradossalmente, una società aperta, tollerante, deve imporre un limite alla sua stessa tolleranza, pena la sua autodistruzione. La tolleranza infatti deve terminare laddove inizia la minaccia dell’intolleranza. È questo il famoso paradosso di Popper, che l’autore illustra ne La società aperta e i suoi nemici, un’opera del 1945 in cui si legge: “La tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi.” Il paradosso di Popper è molto più pratico rispetto a quello di Zenone, e di facile intuizione, almeno all’apparenza. Sembra che il filosofo stia semplicemente esprimendo quel concetto democratico comunemente accettato – e storicamente attribuito a Martin Luther King – che prevede che la libertà di un individuo finisca laddove inizia quella di un altro. In realtà, il paradosso di Popper è più complesso di quanto sembra. Non si può semplicemente dire che la società aperta deve improvvisamente sbarrare le porte di fronte a qualsiasi istanza intollerante.  Per l’autore infatti, il contrasto tra maggioranza e opposizione è, e deve essere tutelato, come il principio fondante di una società democratica. Conscio, dopo l’esperienza di Weimar, che la maggioranza può portare la stessa democrazia all’autodistruzione, la tutela delle voci dissidenti è, per Popper, fondamentale.

È qui che nasce la contraddizione, il paradosso. Come può una società tollerante limitare la libertà di pensiero, parola e azione di un individuo che ne fa parte – seppur dichiaratamente intollerante? La risposta, secondo il filosofo John Rawls, è che non può. O meglio, non può senza diventare, per definizione, una società intollerante essa stessa. Quello che però lo stesso Rawls concede a Popper è che la società, per tutelarsi dall’autodistruzione di cui parla il filosofo de La società aperta e i suoi nemici, debba stabilire un limite oltre il quale il pensiero dell’intollerante non diventa effettivamente un pericolo. Dove tracciare questa linea tuttavia, rimane un dubbio e trasforma semplicemente il paradosso di Popper in una domanda: fin quanto una società tollerante può tollerare l’intollerante?

La soluzione di questo paradosso, indistricabile sul piano teorico, si ritrova in realtà nella più pratica delle applicazioni democratiche: il sistema dei pesi e dei contrappesi, tutte quelle istituzioni che si spartiscono in maniera equa e bilanciata i poteri dello Stato: dalla basilare suddivisione tripartita di Montesquieu fino ad arrivare ai poteri più effimeri, come quello della stampa ad esempio, nel suo ruolo di cane da guardia del potere, o della società civile, libera di organizzarsi per contrastare le forze distruttive che provengono dal suo interno. Quando questi contrappesi vengono messi in discussione da istanze intolleranti, allora la società aperta deve attivarsi per “isolare” il gruppo che le porta avanti; non con la censura, ma attraverso mezzi democratici. Questi possono essere difensivi (gli istituti giudiziari che tutelano gli individui e le istituzioni da reati come la querela, il vilipendio, la violenza o l’istigazione all’odio o alla discriminazione) o attivi (l’educazione dei cittadini a una cultura tollerante e inclusiva, la comprensione delle ragioni che hanno spinto un gruppo di individui ad abbracciare una fede intollerante e la loro riabilitazione nel sistema democratico).

Tutto questo può sembrare ancora molto teorico, ma non lo è. In tutto il mondo, negli ultimi dieci anni, si sono rafforzate, per motivi vari e complessi, le istanze degli intolleranti, che stanno mettendo in discussione gli istituti democratici di base di cui sopra. Negli Stati Uniti Donald Trump cerca da tempo di minare la credibilità della stampa parlando di fake news ogni qualvolta esca una notizia che pone in cattiva luce il suo governo, lamentandosi dell’assenza di articoli positivi sul suo conto e, soprattutto, etichettando alcuni media come enemy of the American people (nemici del popolo americano), parafrasando un epiteto storicamente molto caro ai dittatori. Lo stesso avviene in Italia, dove il M5S e la Lega hanno iniziato una campagna denigratoria nei confronti della stampa che parte dal “pennivendoli e puttane” di Di Battista, passa per la “lista nera” di Di Maio e arriva fino alla revoca – poi sospesa – della scorta per Sandro Ruotolo o alle minacce – poi laconicamente rimangiate – verso Saviano.

Sandro Ruotolo

Lo stesso atteggiamento sbruffone e un po’ fascista il governo italiano l’ha dimostrato nei confronti della società civile – gli intellettuali dissidenti sono tutti radical chic buonisti, i volontari sono “furbetti”, le Ong sono “taxi del mare” – e nei confronti delle istituzioni e del principio di separazione dei poteri – vedasi tutta la lista di personalità critiche, che nulla c’entravano con la politica, ma a cui Salvini ha consigliato di candidarsi. Come anche l’abuso dello strumento della fiducia in Parlamento e l’assenza di discussione alle Camere che le opposizioni lamentano dal giorno due dell’insediamento di questo governo. Infine, a essere continuamente messi in discussione, sono i diritti delle minoranze, gruppi che devono essere tutelati per definizione in quelle che si definiscono società aperte: Bolsonaro con gli indigeni, Salvini con i negozi etnici, Putin con gli omosessuali, quasi tutti i Paesi europei con i migranti.

È in quest’ottica che le istituzioni diventano fondamentali in quanto permettono di mantenere in bilico l’esigenza di apertura della società liberale e quella di tutela dell’individuo dalle istanze di chiusura che possono provenire da un individuo o da un gruppo. In quest’ottica, la domanda si sposta da “Dov’è il limite” a “Quali sono i mezzi che una società aperta, liberale, democratica, può utilizzare contro l’intollerante?”. Fin quando questi mezzi saranno quelli democratici, non si potrà parlare di intolleranza della società tollerante. Anche perché, fino a quando ci sarà qualcuno che, nel nome della maggioranza, si arrogherà il diritto di limitare i diritti di un gruppo di persone, non ci sarà libertà per nessuno. Il punto è che una società non si può dire liberale fintanto che non tutela i diritti di tutti e, per dirla con Bakunin e spostarsi sul piano individuale, “Io non sono veramente libero che quando tutti gli esseri umani che mi circondano, uomini e donne, non sono ugualmente liberi”. Dunque sì, la libertà degli intolleranti finisce laddove inizia quella dei tolleranti.

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