La grammatica dei sentimenti è davvero cambiata per colpa di Internet?

Le nuove tecnologie e l’universo social hanno modificato il nostro modo di relazionarci con gli altri. Fra le interazioni dei social e le app di dating per quanto riguarda le nostre relazioni private è aumenta esponenzialmente – almeno all’apparenza – la disponibilità di potenziali partner, e si sono generate nuove modalità di approccio. Le relazioni ormai vengono influenzate anche dal nostro comportamento e dalle nostre abitudini virtuali – pratiche che vengono etichettate con nomi fantasiosi come ghosting o breadcrumbing.  Forse per capire meglio quello che sta succedendo dobbiamo riflettere sul piccolo vocabolario che si sta delineando, e demistificare alcuni falsi miti.

In principio era la friend zone, termine nato negli anni Novanta e mutuato da una scena della serie tv Friends, che ha finito per affermarsi nell’era dei social. Sono tante le pagine nate per scherzare sulla questione, la più grande conta quasi 2 milioni di iscritti. Ma dietro l’idea di friend zone si nasconde una logica binaria in cui non esistono sfumature: i rapporti possono svolgersi solo in maniera univoca, o si è amici oppure si è partner in amore. Come se le ricchezza delle relazioni umane si dovesse esaurire a questo sparuto ventaglio di possibilità. Ma trattandosi di una categoria semi-seria non è il caso di farne un dramma, in fondo scherzare sulla friend zone è il miglior modo di esorcizzare la complessità delle relazioni moderne.

Le cose si complicano quando si tenta definire altre presunte specificità delle relazioni all’interno di categorie create ad hoc. La più famosa è ghosting, con cui si indica la pratica di smettere di rispondere a chiamate e messaggi, un modo di evitare lo scontro diretto e far capire al partner che ci si vuole allontanare. È un comportamento che viene messo in pratica spesso quando si intessono relazioni online, quando si chatta con qualcuno sulle app di dating, o nel periodo in cui il rapporto è alle prime fasi e si decide di dargli un taglio in modo netto. Sicuramente il ghosting può risultare fastidioso, ed è il rovescio della medaglia di una quotidianità invasa dalle notifiche. Tuttavia è difficile ravvisarvi qualcosa di realmente innovativo: la fuga nelle relazioni è un elemento che da secoli fa parte della grammatica dell’amore, non so se dobbiamo chiamare ghosting le fughe rocambolesche di Casanova dalle sue amanti, oppure le corrispondenze epistolari a cui poneva bruscamente fine Stendhal.

Il benching e il breadcrumbing sono parole altrettanto diffuse. La prima rimanda all’universo del basket e significa ”tenere qualcuno in panca”, ovvero avere “un giocatore” in panchina, ma sempre pronto per entrare in partita. Fa benching chi ha molti partner e se li giostra, scegliendo se frequentare l’uno o l’altro, ma mantenendo i rapporti con tutti, in una sorta di relazione poliamorosa non perfettamente concordata, una sorta di evoluzione degli “scopamici”. Il breadcrumbing, allo stesso modo, è un termine evocativo che ricorda l’atto di seminare briciole, come per attirare un canarino. Potremmo definirla un’estensione della friend zone, in cui qualcuno che ci piace si accorge del nostro interesse e – per mantenere una sorta di dominio illusorio – ci dà corda attraverso i social, magari inviando qualche messaggio, lasciando un like, commentando una foto. Lo zombeing, poi, come si può facilmente intuire è il classico ritorno dell’ex: una persona con cui hai chiuso i rapporti da molto tempo che all’improvviso dà segni di vita, attraverso un messaggio o un like.

Se ci si astrae dal contesto dei social, si può notare come questi termini in realtà non designino nulla di nuovo. Le spiegazioni di questi comportamenti rimandano al classico – problematico, nessuno vuole negarlo – “galateo” del corteggiamento.

Lo stashing, il cuffing e l’uncuffing sono legati a rapporti già avviati. Per stashing si intende quella situazione in cui, pur frequentandosi da tempo, il partner è restio a presentare l’altro ad amici e parenti, si perpetua dunque un rapporto esclusivo in cui è difficile soppesare il partner in una situazione di socialità. Il sospetto è che si ponga il partner in secondo piano, come se fosse una ruota di scorta, da qui l’etimologia del verbo, che rimanda all’atto di nascondere qualcosa. Il cuffing, letteralmentemettere la cuffia”, incuffiare, indica la tendenza a rimediare un nuovo partner per la stagione invernale e in seguito – una volta risvegliatosi il desiderio con l’arrivo della primavera – ad abbandonarlo. Questa è la fase dell’uncuffing, e cioè togliersi la “cuffia” per andare alla ricerca di nuovi rapporti. Si tratta di una dinamica inconscia che evidenzia una debolezza: chi agisce in questo modo denota il bisogno di avere qualcuno accanto, ma vuole evitare le responsabilità di un rapporto duraturo.

In Frammenti di un discorso amoroso, Roland Barthes ci ricorda che “il discorso amoroso non è privo di calcoli: io ragiono, certe volte calcolo, sia per ottenere una certa soddisfazione, o per evitare un certo dolore, sia per rappresentare interiormente all’altro, in un moto di stizza, i tesori d’ingegnosità che io dilapido per niente in suo favore (cedere,dissimulare, non ferire, divertire, convincere). Ma questi calcoli sono soltanto delle impazienze: in essi non vi è alcuna idea di guadagno finale”. Il crescente cinismo della nostra società si riflette nei rapporti umani: aumenta lo spazio del calcolo di cui parla Barthes. I sentimenti risultano sempre più ancorati a un materialismo performativo, o a un narcisistico desiderio di conquista, a discapito della reale volontà di interfacciarsi con l’altro. Ma l’uso disinvolto di un certo vocabolario finisce per influenzare anche il nostro modo di pensare: quando affibbiamo un’etichetta a qualcuno o a una particolare situazione stiamo sempre semplificando e giudicando in modo frettoloso.

Nelle nostre esistenze virtuali ci rapportiamo attraverso una serie di azioni discrete: la logica binaria di like/dislike, i commenti che non contemplano la sfumature della voce o l’espressione facciale, il ristretto ventaglio di possibilità in cui ci ingabbiano le emoticon o le reaction di Facebook. Perdiamo molta delle nostra variegata capacità espressiva nei limiti dei dispositivi che usiamo, allo stesso tempo stiamo ossessivamente scomponendo il mondo in categorie sempre più minuziose. Il nuovo vocabolario dei sentimenti è il tentativo di applicare la stessa sterile razionalità a un ambito magmatico, per uniformare la molteplicità delle relazioni alle troppo familiari – e troppo poco flessibili – dinamiche dei social. Nell’universo digitale entriamo in contatto con miriadi di utenti in un tempo relativamente breve: sono interazioni che durano l’arco di qualche commento, uno scambio like, un paio di battute in chat. Quando cerchiamo un partner sulle app di dating frazioniamo la nostra attenzione in una serie di conversazioni e puntiamo a ridurre i convenevoli. Abbiamo sempre più scelta e sempre meno tempo da dedicare a una singola persona, tendiamo sempre più a vedere i rapporti come uno scambio. Per questo ci riduciamo ad applicare categorie che delimitino il campo di possibilità, eliminando le incertezze del rapporto con l’altro. Utilizziamo scorciatoie linguistiche e di pensiero, di contro impoveriamo la nostra percezione dello spettro emotivo altrui. Ma quando il partner ci parla dal vivo noi siamo costretti a rispondergli, non c’è alcuna faccina da apporre come sigillo, e se ci innamoriamo di qualcun altro non potremo spiegare i sussulti del cuore con il benching e il breadcrumbing. Se vogliamo utilizzare queste etichette in maniera giocosa siamo liberi di farlo, anche solo per comunicare fra amici o rievocare situazioni intricate, ma stiamo attenti a non farci dominare da una neolingua ormai troppo invasiva.

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