Se il femminismo si interessa solo delle donne bianche ha già perso

Il 25 ottobre, Sahle-Work Zewde è stata eletta presidente dell’Etiopia e dopo aver prestato giuramento ha promesso di impegnarsi duramente per rendere la parità di genere una realtà. Una grande svolta per l’Etiopia e per l’Africa, se si considera che è l’unica presidente donna dell’intero continente. Eppure l’Africa in passato aveva già dato prova del fatto che le donne fossero tutt’altro che sottomesse a un’ideologia patriarcale e sessista e che, soprattutto in epoca pre-coloniale, riuscivano ad avere una voce anche in ambito politico-istituzionale – basti pensare alla società matriarcale di certi gruppi etnici, come ad esempio gli igbo, in Nigeria.

Sahle-Work Zewde

Quando si parla di femminismo, però, si fa quasi sempre esclusivamente riferimento al movimento delle suffragette nato in Inghilterra alla fine dell’Ottocento, che ha portato le donne alla conquista del diritto al voto nel 1928. Un traguardo storico importante di grande ispirazione per tutto ciò che riguarda la parità di genere e l’emancipazione femminile. Spesso però, per ragioni storiche, tendiamo ad avere una visione eurocentrica della storia, senza pensare che ad esempio a quell’epoca le donne di colore presenti in Paesi come il Regno Unito o gli Stati Uniti durante i grandi movimenti per il suffragio, in realtà, erano ancora considerate alla stregua di animali e tenute sotto un regime di schiavitù.

I movimenti suffragisti hanno cercato di rivendicare i diritti delle donne, è vero; tuttavia, nonostante queste lodevoli intenzioni, non mancano di contraddizioni. Negli Stati Uniti del XIX secolo, ad esempio, mentre grandi personalità del movimento suffragista come Elizabeth Cady Stanton e Susan B. Anthony tracciavano il percorso della lotta per l’emancipazione femminile, le donne afro-americane continuavano a dover affrontare una realtà ben diversa, fatta di razzismo e di segregazione. Inoltre, Stanton era più concentrata sulla sorte delle donne bianche della medio-alta borghesia, più che delle donne in generale, appartenenti a un’altra etnia o a una diversa classe sociale. Si potrebbe dire che il femminismo in origine fosse concepito come un movimento esclusivo per le donne ricche e bianche, le uniche che all’epoca avevano gli strumenti socio-culturali per battersi. Ma se per loro il diritto di voto significava essere considerate alla pari degli uomini, per le donne afroamericane significava, ancora di più, essere considerate come esseri umani. La tensione salì quando con il Quindicesimo Emendamento, del 1870, si stabilì che nessuno Stato poteva impedire agli uomini afro-americani di poter votare, mentre le donne vennero di nuovo escluse dal voto ed è qui che la finta “sorellanza” del femminismo statunitense cadde rovinosamente. Anziché utilizzare quest’occasione per unire le forze, indipendentemente dal colore della pelle o dalla classe sociale, la Stanton considerò questa decisione come un atto contro le donne bianche stesse e la sfruttò per ottenere ciò che voleva. Essere considerate inferiori rispetto a un uomo nero che aveva acquisito il diritto di poter votare non era tollerabile.

Elizabeth Cady Stanton

Nel 1913, in occasione di una manifestazione suffragista organizzata a Washington dall’attivista Alice Paul, l’attivista afro-americana Ida B. Wells, impegnata anche nella lotta al linciaggio nei confronti degli afro-americani, chiese di partecipare insieme al suo gruppo di suffragiste nere. Per motivi razziali le venne negata la partecipazione. Nonostante ciò, Wells si presentò lo stesso con il suo gruppo, come forma di resistenza. Nel 1920, con il Diciannovesimo Emendamento, il governo statunitense estese il diritto al voto a tutte le donne. Ma se da un lato questo fu un evento storico che mise fine a secoli di discriminazioni di genere e permise finalmente anche alle donne afro-americane di votare, dall’altro non fu abbastanza per mettere fine alle discriminazioni razziali che ancora subivano. Bisognerà aspettare il 1965 con il Civil Rights Movement e grandi personalità come quella di Martin L. King per arrivare al Voting Rights Act, il quale avrebbe garantito protezione alle minoranze con il diritto al voto, proibendo ogni tipo di discriminazione durante le elezioni.

Ida B. Wells

Fu così che nacquero il femminismo nero e personalità come quella di Angela Davis. I due movimenti femministi stavano su parallele diverse dato che il femminismo nero, oltre a occuparsi di disparità di genere, si occupava anche di discriminazione razziale – un problema molto lontano per le componenti del femminismo bianco. Un ulteriore passo successivo fu quello fatto dalla Combahee River Collective, un’associazione socialista di femministe nere fondata nel 1974, che si dichiarò apertamente anti-sessista e anti-razzista, impegnata non solo nella lotta al razzismo, ma anche all’omofobia e al capitalismo: una presa di posizione forte se si considera il momento storico in cui era nata.

Angela Davis

Queste sono solo alcune delle contraddizioni che ci sono state nella storia del femminismo, eppure ancora oggi tali contraddizioni possono ripresentarsi quando si parla di femminismo senza fare attenzione alle diverse sfumature e alle diverse forme di discriminazione che le donne devono affrontare. Pensiamo al caso del velo islamico. In Occidente si tende a pensare che le donne hijabi siano succubi e si sentano oppresse da un sistema patriarcale, ma non è così per tutte. È vero che, sfortunatamente, ci sono diversi casi in cui alle donne musulmane viene imposto di indossarlo contro la propria volontà – spesso anche a causa di un’interpretazione culturale modificata nel corso del tempo e non veritiera di ciò che c’è scritto nel Corano, come spiega l’attivista femminista e musulmana Samina Ali. Tuttavia ci sono anche donne che, pur indossando l’hijab, combattono contro ogni tipo di discriminazione o imposizione. Se una delle pietre miliari del femminismo è la libertà individuale femminile, mi chiedo come si possa essere femministe senza rispettare le scelte personali di donne con un background socio-culturale differente, e non tentare nemmeno di capirne le ragioni profonde. Anzi, penso che sia fondamentale combattere contro ogni tipo di discriminazione sessista, unendosi anche a quelle donne che combattono per la stessa causa, a prescindere da cosa decidano di indossare. Non si può combattere l’islamofobia, ad esempio, se si escludono le donne con il velo dal movimento femminista solo perché considerate tutte oppresse e prive di senso rivoluzionario. 

Per questo ritengo che uno degli aspetti fondamentali del femminismo debba essere l’intersezionalità, termine coniato dall’attivista afro-americana Kimberlé Crenshaw, il che implica combattere ogni tipo di discriminazione, cercando di comprendere che ogni donna ha delle caratteristiche diverse e che non tutte vengono discriminate allo stesso modo o per lo stesso motivo. Il femminismo non può avere futuro se non si tengono in considerazione queste caratteristiche e se ci si rinchiude in un white feminism di nicchia, in cui si dà tutto per scontato. Bisogna informarsi sulle donne del mondo della nostra contemporaneità che stanno lottando per la stessa causa – come Chimamanda Ngozi Adichie, attivista e scrittrice nigeriana, o Obiageli Ezekwesili che si è candidata per le prossime elezioni presidenziali in Nigeria ed è co-fondatrice del movimento Bring Back Our Girls, per le ragazze rapite a dai terroristi di Boko Haram.

Chimamanda Ngozi Adichie
Obiageli Ezekwesili

Credo che un primo passo sia proprio smettere di analizzare la complessità del mondo femminile tramite un punto di vista unicamente occidentale, per evitare di cadere nello stesso errore delle suffragette americane. È necessario analizzare le esperienze altrui, cercando di avere quindi una conoscenza globale della questione della parità di genere. Solo così si può aspirare a un mondo più equo, in cui tutte le donne possano contare su un appoggio reciproco e internazionale.

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