Come Euripide ci insegna a disobbedire a una società ingiusta

L’antica Grecia ce la immaginiamo di solito come racchiusa in un periodo storico quasi paradisiaco, fatto di templi e statue, simposi e dei, in cui i filosofi discutono sull’uomo e la natura, i poeti cantano l’amore e gli eroi e i politici sono impegnati strenuamente a difendere gli ideali dell’appena nata democrazia. È l’immagine dell’essere umano all’apice delle sue potenzialità, un idillio felice che racchiude sicuramente una certa verità storica, ma che è pure abbellito delle fantasticherie tipiche dell’uomo moderno affascinato da epoche che non ha mai vissuto. L’occidente, di certo, deve gran parte del proprio assetto culturale ad Atene, culla della filosofia, dell’arte e del pensiero politico. Tuttavia, pur sembrando indiscutibilmente perfetta, la città greca non può sottrarsi dalle critiche provenienti dai suoi stessi cittadini e il quadretto paradisiaco in cui la immaginiamo inizia a sgretolarsi non appena si intaccano i suoi valori tradizionali e conservatori.

Non ci si aspetterebbe mai, ad esempio, che un popolo così evoluto condanni per empietà i filosofi Anassagora e Protagora, bruciandone pubblicamente le opere, o, per le stesse ragioni, mandi a morte Socrate, uno dei più importanti pilastri del pensiero occidentale. Pur essendo, sotto certi aspetti, una città progressista e innovatrice, Atene rimane comunque attaccata con forza al suo spirito conservatore. Pertanto, bisogna muoversi con estrema cautela quando si vuole esprimere un pensiero non condiviso dalla comunità. Per sopravvivere è necessario imparare a stonare dal coro, a praticare un tipo dissidenza celata e intelligente ed Euripide, in questo, è stato un campione.

Euripide riceve in dono una maschera teatrale, simbolo di conoscenza; Smirne, Turchia

Tragediografo di mestiere e intellettuale per natura, Euripide ha saputo utilizzare il teatro – luogo profondamente politico, oltre che artistico – per dare voce a varie problematiche legate alla società e alla cultura della sua città. Egli affida il suo pensiero alle parole dei personaggi che popolano le sue tragedie, nascondendolo sotto l’artificio della finzione scenica. Non sbraita il suo scontento, non sbandiera il disappunto. È un intellettuale schivo: preferisce tenersi in disparte dai circoli culturali e politici per poterli osservare da lontano, con lucidità e freddezza. La sua attitudine riflessiva nei confronti dell’essere umano fa crollare i miti di cui si nutre la società, ritraendo eroi deboli e vigliacchi, donne forti e controverse e divinità fin troppo umane. La sua è una tragedia del contrasto e del dibattito.

Quando rappresenta Elettra, Euripide colpisce due volte il cuore pulsante della cultura ateniese attraverso la celebre storia di Elettra che, insieme al fratello Oreste e per volere del dio Apollo, uccide la madre Clitennestra vendicando così la morte del padre Agamennone. Egli non fa altro che riprendere un mito noto a tutti, nonché una delle più importanti tragedie di Eschilo, le Coefore, distruggendone, però, il suo impianto tradizionalista. Se nell’opera di Eschilo le azioni dei personaggi rispondono ciecamente ai voleri di un dio, Euripide, invece, seguendo lo stresso intreccio mitico, tratteggia una vendetta compiuta non tanto per obbedire a chissà quali ordini divini, ma piuttosto per un desiderio personale. Cinquanta anni dividono l’Elettra di Euripide dal suo modello, il tempo necessario per l’evoluzione di un pensiero laico e razionale. Facendo ciò, egli non solo colpisce in centro Eschilo, padre della tragedia e portavoce di valori conservatori, ma crea un nuovo interrogativo: come si può ancora credere in un dio che ordini di uccidere la propria madre?

È la stessa domanda che ritorna, in fin dei conti, nelle Baccanti, una delle tragedie più enigmatiche e oscure di Euripide. Qui, Dioniso, generalmente associato ai piaceri del vino e del sesso, è rappresentato come un dio capriccioso e subdolo: per vendicare un torto subito dalla madre, fa impazzire le donne di Tebe che, in preda alla trance più sfrenata, fanno letteralmente a pezzi il loro re. Rappresentati di fronte a una società che regola i propri ritmi sulla religione, gli dei di Euripide sono volutamente in contrasto, perché carichi di tutte le bassezze umane: è un’operazione intellettuale sapiente perché, sottolineando l’illogicità di fondo del pensiero religioso, dà voce alla visione del mondo del poeta, più razionalistica e lontana da ogni dogmatismo.

William-Adolphe Bouguereau, La Giovinezza di Bacco, 1884; collezione privata

Mentre Euripide scrive, Atene è logorata da un conflitto impossibile contro Sparta e il tetro spettacolo della guerra è uno spunto di riflessione costante nel pensiero del poeta. Di fronte a una politica del terrore, fatta di città distrutte e massacri di ogni sorta, Euripide riesce a sfruttare il mito della guerra di Troia per condannare l’ideologia militare, mettendone in luce le atrocità e l’inutilità. Quando le sue Troiane vanno in scena, Atene è appena partita per una spedizione in Sicilia – che si rivelerà ben presto disastrosa – e ai suoi cittadini Euripide decide di raccontare il triste destino delle donne di Troia al termine di quello scontro mitico. Sono mogli, madri e figlie costrette a sopportare gli orrori della guerra, destinate alla schiavitù e obbligate a rinunciare ai loro affetti, tutte ritratte nell’atto doloroso di fare i conti con ciò che resta della loro famiglia.

La critica di Euripide nei confronti della politica militare si spinge a tal punto da toccare note quasi comiche, costruendo un intero dramma proprio attorno alla figura di Elena, che secondo il mito dà avvio alla guerra di Troia. Nell’omonima tragedia, infatti, la donna non ha mai lasciato il marito per scappare con Paride e tutta la guerra sarebbe stata combattuta per nient’altro una sua sosia perfetta. E in sostanza, se si arriva a combattere una guerra per un fantasma, significa che ogni guerra è illogica, è un errore.

Jacques Louis David, Gli amori di Elena e Paride, 1788; Musée du Louvre, Parigi

La finezza di Euripide sta nel far muovere sulla scena personaggi controversi e analizzare le profondità dei loro sentimenti. Non è un caso se Medea è uno dei nomi più conosciuti non solo del teatro greco ma di tutto il mondo classico. Affidare a una donna l’intera struttura tragica del dramma a lei dedicato, è già di per sé un’operazione azzardata per quell’Atene misogina e maschilista. Abbandonata dal marito Giasone e lasciata completamente sola in terre straniere, l’infelice si vendica uccidendo i propri figli, diventando l’archetipo letterario dell’anti-madre, che non genera ma sopprime la vita. Euripide porta in teatro una donna sapiente e forte, a tal punto da suscitare timore in chi le sta attorno: l’obiettivo è turbare gli ateniesi, non abituati di certo a vedere quel genere di donna nelle proprie case. “Preferirei tre volte imbracciare lo scudo piuttosto che partorire una volta sola!”, dice Medea di fronte alle donne di Corinto e al mondo intero, lamentandosi della condizione femminile del tempo. Non è tanto lo slancio proto-femminista che qui deve colpire – non abbiamo fonti certe ad attestare che Euripide fosse devoto alla causa – quanto il fatto che di fronte agli occhi del pubblico agisca una donna consapevole delle discriminazioni di cui il sesso femminile è vittima e ha il coraggio di parlarne apertamente. E nello scontro tra Giasone e Medea, tra grecità e barbarie, l’astuzia di Euripide è anche quella di far vacillare la salda fiducia che il popolo nutre nei confronti della supremazia ellenica, ritraendo il greco Giasone come debole e vigliacco. Le simpatie di Euripide sono tutte rivolte verso la solitudine della barbara Medea: una madre senza più diritti, lontana dalla patria e dagli amici, abbandonata in terre a lei sconosciute. Da sola contro il mondo, il suo gesto disperato sembra l’unico atto in risposta a un destino così arido.

John William Waterhouse, Giasone e Medea, 1907; collezione privata

Euripide non intendeva rinnovare l’intera società con una tragedia, ma metterne in discussione gli assetti culturali più saldi, attraverso un tipo di dibattito fine e intelligente, affidato al teatro. L’artificio scenico che usava, in un’Atene in cui era necessario esprimersi con una certa prudenza, non serviva tanto a evitare un possibile processo, ma era proprio ciò che il teatro stesso offriva: il poter giocare con la finzione analizzando crude verità. Euripide mette in discussione ogni aspetto della vita, ogni caposaldo politico, morale o religioso, per dimostrare che tutti i dogmi si dissolvono in quel relativismo che sta alla base della realtà. Sono giochi intellettuali sottili i suoi, perché prendono vita in personaggi difficili da inquadrare, mai del tutto positivi o negativi: ed è proprio questo senso di impossibilità a categorizzare che stimola continuamente un dibattito acuto. Per quanto poco apprezzato dai suoi contemporanei, e accusato addirittura dal filosofo Nietzsche di aver ucciso la tragedia, Euripide insegna tuttora a osservare con cura i pro e i contro di ogni questione, a soppesare ogni dettaglio prima di lanciarsi in un giudizio approssimativo e generalista. Dopo venticinque secoli, il suo teatro è ancora un monito: rimanere sordi significa scegliere con consapevolezza di essere ottusi.

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