Buzzati aveva capito il mondo di oggi già nel secolo scorso

Nel 1966, Buzzati scrisse un racconto dal titolo “Cronache del 2000”, in cui immaginava di essere ibernato e di risvegliarsi nella Milano del terzo millennio. Nella città del futuro, a dominare la scena erano degli apparecchi tecnologici chiamati “teletini”, che lui descriveva come “un malcostume diffuso da pochi mesi in seguito di certi telefoni-televisori tascabili con i quali è possibile parlare e vedersi entro un raggio di trenta chilometri. Una moda diventata una sorta di frenesia. Le donne passano intere giornate a chiacchierare e a spettegolare con le amiche fornite anch’esse di teletini.” In pratica, 52 anni fa Buzzati ci parlava degli smartphone.

Dino Buzzati non è stato soltanto uno degli scrittori più influenti del Novecento, uno dei giornalisti più longevi del Corriere della Sera e uno dei pittori più audaci della sua epoca; è stato il narratore di una condizione umana che ha manifestato i sintomi da lui previsti in tempi non sospetti, l’uomo-ponte tra un’epoca e l’altra, anticipandone i vizi esistenziali, la distorsione del progresso e le contraddizioni ataviche. Uomo schivo, educato, timido fino all’inverosimile, Buzzati scriveva di mostri e misteri, ma aveva paura del buio. Fino all’ultimo dei suoi giorni non andava a letto senza prima aver acceso tutte le luci della casa, una dimora arredata sotto il segno dell’horror vacui: appendeva i quadri anche al soffitto, non dovevano esserci spazi vuoti. E non doveva mai regnare il silenzio, che lui temeva tanto quanto il buio.

Aveva soltanto ventun anni quando entrò per la prima volta nella sede del Corriere della Sera. Arrivò in via Solferino come praticante, convinto di restare lì per poco tempo, e assalito dal timore di essere cacciato da un momento all’altro. Rimase lì per tutta la vita.

Fece l’intera gavetta partendo dalla cronaca nera, dalle estenuanti nottate in redazione fagocitato dalle pareti dell’edificio. Nel frattempo la sua mente viaggiava, traducendo in letteratura le sue evasioni montane, la ricerca di un ignoto distante dai fumi della città. Scrisse Bàrnabo delle montagne e, successivamente, Il segreto del bosco vecchio. La sua carriera giornalistica intanto stava crescendo, fino a raggiungere il traguardo dei primi elzeviri. Eppure la routine della redazione lo snervava, aveva paura di consumare l’intera vita dentro ai margini dell’impotenza e della sottomissione. Questa condizione lo portò a scrivere Il deserto dei tartari, e la sua vita cambiò.

Nel romanzo, Buzzati metaforizza l’esistenza dell’uomo moderno, l’attesa del nulla, di un nemico che non bussa mai alla porta eppure diventa una ragione esistenziale. La scelta di Giovanni Drogo di sottrarsi alla vita, di consegnarsi all’esilio per poi morire in disparte, perdendosi l’arrivo dei tartari, è di un’attualità disarmante. La Fortezza Bastiani, il luogo catatonico dove tutto si ripete infinitamente, non è altro che la vita stessa in tutta la sua irreversibilità. La solitudine dell’individuo mitigata dall’attesa di qualcosa, di una forma indefinita, rappresenta il primo tassello dell’arte di Buzzati, un uomo che voleva “semplicemente” fuggire dalla sua redazione.

Il Corriere della Sera però continuò a rappresentare la sua ancora. Nel corso degli anni Buzzati raccontò i passaggi cruciali della storia italiana. Fu suo il pezzo in prima pagina dopo la liberazione del 25 aprile, granitico nella memoria come gli articoli sulla tragedia del Vajont, sulla strage di Piazza Fontana o le cronache appassionanti delle sfide tra Coppi e Bartali al Giro d’Italia. L’attività letteraria aveva ormai spiccato il volo, consentendogli di vincere il Premio Strega nel 1958, con i suoi Sessanta racconti. Eppure considerava la sua popolarità come un “crudele equivoco”. Lui non si sentiva uno scrittore e nemmeno un giornalista. Si sentiva un pittore.

Buzzati teneva un diario, e lì le parole erano accompagnate da disegni di ogni tipo: raffigurazioni delle sue amate montagne, schizzi labirintici e geometrie sconnesse dalla realtà, mostri e fantasmi. I suoi quadri inizialmente si ricollegavano alle tematiche dei suoi racconti, ovvero il fantastico, l’attesa e il mistero. Poi scoprì la pop art, i colori acrilici e Andy Warhol, che incontrò personalmente a New York, e la virata fu esplicita. Buzzati si allacciò ai temi della solitudine delle grandi metropoli, all’ossessione erotica sotto forma di donne nude o rivestite di sola pelle. Si mostrò ancora una volta un anticipatore delle mode quando, nel 1969, realizzò Poema a fumetti, mescolando le sue due grandi passioni, decidendo di non scrivere né un fumetto, né un romanzo, ma un ibrido che rappresentava una novità assoluta: un romanzo grafico tra mistero ed erotismo, un graphic novel ante litteram.

Spesso gli scritti di Buzzati hanno abbracciato una fantascienza atipica, più di stampo ballardiano che legata ai crismi del genere. Ne “Il grande ritratto”, Buzzati tocca il tema dell’intelligenza artificiale e della macchina che sovrasta l’uomo. Il romanzo parla del tentativo di rendere umano un cervello elettronico, attraverso l’esperimento di uno scienziato che vuole ricreare meccanicamente la sua moglie defunta. Il suo nome, Laura, suggerisce l’idea di una rivisitazione della figura femminile del Petrarca, proiettata in un futuro distopico. Un azzardo, all’epoca, dato che in Italia questo genere si limitava alle collane come Urania, viste con stizza dai critici letterari. Ma Buzzati ha sempre ripudiato le formalità dei salotti, l’intellettualismo dozzinale, e ha continuato a scrivere, nei suoi racconti, di dischi volanti, alieni e astronavi.

In un articolo intitolato “Apollo 14: soli soletti”, del 1971, Buzzati rifletteva sul calo d’interesse per le imprese spaziali russe e americane, non percepiva più il riscontro sull’epopea del singolo: “ […] come tutti sanno, l’eroismo a suono di trombe ed applausi è cosa facile. Mentre è duro rischiare la vita quando pochi o nessuno ci guardano. L’individuo singolo ormai non conta più, ma solamente il gruppo, l’équipe, il team, l’idea”. Al contrario, la fantascienza di Buzzati si è sempre basata sulla rivalsa del soggetto sull’oggetto, sull’individuo che si annida dietro all’angheria delle macchine.

Ormai sembrava quello, il tracciato scelto da Buzzati per continuare la sua carriera. Fino a quando è arrivato Un amore, il romanzo atipico di Buzzati. Qui l’autore prende spunto dalla sua vita reale, scrivendo di un uomo attratto da una giovane ragazza che si prostituisce. Entra in gioco il conflitto dell’uomo maturo, il tormento dell’anima di fronte al confine tra la borghesia e una realtà popolare distante dai propri canoni. È un Buzzati ferito, disperato, che anche fuori dalle pagine diventa scontroso e disilluso. Un giorno incontra Almerina Antoniazzi (che intanto aveva letto Un amore e aveva avvertito la tristezza dell’autore), si innamora dell’innocenza di questa ragazza ben più giovane di lui e la sposa. All’epoca Buzzati aveva 60 anni, lei 25.

Con lei, Buzzati trascorrerà gli ultimi anni della sua vita, continuando a scrivere e a dipingere. Quando doveva realizzare un articolo, chiedeva ad Almerina di portarlo in macchina nel luogo dove erano avvenuti i fatti che doveva narrare, spesso di notte. Lei guidava, lui restava cogitabondo sul sedile del passeggero guardando oltre il finestrino, per poi fare un cenno alla moglie, dicendole: “Va bene così, torniamo a casa”. Non erano nemmeno arrivati a destinazione, ma lui aveva già elaborato l’idea in testa. L’articolo era fatto,  Almerina faceva un cenno col capo e lo riportava a casa, sfrecciando sull’asfalto notturno.

Con lei Buzzati trascorrerà gli ultimi anni della sua vita, continuando a scrivere e a dipingere. Quello che ci resta della sua opera è la trasversalità delle sue trame, un percorso che va dalle montagne e arriva all’interno di un’astronave, tra viaggi interiori ed esteriori. Pochi hanno saputo comprendere il presente come Buzzati, capace di codificarlo per le generazioni successive in una continua serie di profezie poi avverate. Adesso, nel 2018, l’inquietudine dell’uomo non cessa di alimentare le dinamiche del mondo, viviamo sull’attenti in attesa dei tartari, tutti dietro a quei “teletini”.

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