Perché la creatività non è un talento, ma un esercizio quotidiano

Nel 2014 ho perso mio padre per una malattia rapida e crudele. Prima di allora mi sembrava di avere una vita molto simile a quella di altri come me, segnati da bambini con l’etichetta della “creatività”. La mia aveva a che fare con le parole e portava con sé una piccola condanna: fare della mia capacità di vocabolario e sintassi qualcosa di buono, di produttivo, che mi garantisse non il denaro, ma abbastanza lavoro da guadagnarlo. Pur di vivere di ciò che mi riusciva meglio e insieme mi divertiva, pur di poter scrivere e fare della mia scrittura una professione, mi è sembrato naturale adattarmi a una serie di sacrifici e lavori meno piacevoli e fantasiosi: se la creatività rappresenta una dote, esercitarla è una specie di lusso. Come certi sport – l’equitazione, lo sci, il windsurf – dove il talento serve, ma devi anche potertelo permettere o devono poterselo permettere i tuoi. 

Affrontare la precarietà, il contratto di cui non è mai certo il rinnovo, l’affitto da pagare, la spesa da fare, sette euro sul bancomat, il dentista, le persone con cui vivi, un ex particolarmente stronzo, un capo troppo eccentrico, un romanzo da finire e presentare, non era per niente semplice, ma credevo mi sarebbe riuscito sempre, facendo appello alla mia innata, riconosciuta creatività, buona anche per far fronte alla crisi dell’editoria e del mercato del lavoro. Poi tutto questo si è schiantato contro un muro di realtà.

Una mattina del 2017 mi sono trovata davanti al mio pc e al suo infinito foglio bianco. Fumavo molto ai tempi e mi era rimasta una sola sigaretta che tenevo tra le labbra senza mai accenderla. È stato più o meno quello il momento in cui ho accettato il fatto che la mia fantasia e la mia inventiva erano morte, esattamente come mio padre. Ero iscritta – lo sono ancora – alla newsletter di Gioia Gottini, una coltivatrice di successi, ma fu per istinto di autoconservazione più che per scelta ragionata che quella mattina decisi di leggerla. Due ore dopo ero in libreria per seguire il consiglio di acquistare La via dell’artista di Julia Cameron. 

Già in passato avevo letto testi del genere. Non parlo di libri di scrittura più o meno creativa o di quelli affidati ad autori come Patricia Highsmith, Stephen King, Raymond Carver o Murakami Haruki, dedicati alla produzione di scritti di successo, ma di piccole rivelazioni come Scrivere Zen di Natalie Goldberg, un manuale – il titolo originale è Writing down the bones – che non punta tanto all’insegnamento di una serie di norme, ma alla scrittura fine a se stessa. Goldberg, spinge il lettore a prender penna e foglio senza un preciso scopo, con regole esplicite: non smettere, non giudicare, non rileggere e, soprattutto, ricordare che “scrivere non serve a farsi amare”. Nel suo libro il processo creativo è tenuto distante dall’idea di ottenere un ritorno materiale. Se inizialmente questa idea mi è sembrata strana e anche deludente, l’ho poi vista come una liberazione. Solo più tardi ho capito che era una liberazione dalle mie aspettative e da quelle degli altri.

“Tutti noi abbiamo sognato di dipingere, ballare, scrivere, comporre musica, ma poi, spesso, abbiamo rinunciato a quel sogno, convinti di non avere sufficiente talento per l’arte. Ci siamo giustificati con gli impegni della casa o del lavoro, oppure nascosti dietro il timore, la vergogna, i sensi di colpa. Nessuno, infatti, ci ha mai spiegato come dare forma a quelle passioni, a quegli slanci creativi che spesso proviamo e che ammiriamo in certi personaggi della cultura e dello spettacolo”, recitava la quarta di copertina de La via dell’artista, lasciandomi molto perplessa. Prima di tutto, io non mi sentivo un’artista. Inoltre, l’idea che “creare” fosse un fatto semplice come ascoltare se stessi mi faceva ridere. Ma il percorso proposto da Julia Cameron era allettante: prima di tutto aveva un costo – 24 euro – e un tempo – 12 settimane – che sentivo di potermi permettere di perdere nel caso fosse andata male. In secondo luogo, non faceva alcuna menzione del successo, del ritorno economico, sociale o professionale dell’impresa. La creatività, per l’autrice, era un fatto del tutto intimo, personale e privato, e seguire il manuale un atto di “recupero creativo” per cui era previsto un accordo da stipulare e firmare, ma solo con se stessi: io ero pronta a farlo, probabilmente perché non avevo nient’altro su cui puntare.  

Julia Cameron

La creatività mi era sempre stata presentata come una risorsa da monetizzare, utile non solo a trovare nuovi modi per combinare parole e significati, ma anche per sbrogliare situazioni difficili, organizzare la giornata, l’appartamento, l’armadio, la cucina, fino a coinvolgere il modo in cui ci si presenta a lavoro, come ci si relaziona con la precarietà e persino come si reagisce a eventi traumatici o periodi di stress. Negli ultimi anni creatività è diventata una parola d’ordine, richiesta e rilanciata dagli esperti di business: un obbligo, un ulteriore standard da soddisfare per andare incontro alle leggi del mercato, dei social e della notorietà. L’espressione idiomatica americana “non puoi fare l’insalata di pollo con la merda del pollo” – sembra essersi ribaltata in “puoi fare l’insalata di pollo con la merda del pollo, basta che tu sia creativa”. Adesso un libro sconosciuto ai più, che aveva avuto un successo di cui non avevo mai sentito parlare (più di quattro milioni di copie in tutto il mondo dalla sua pubblicazione nel 1992) mi diceva il contrario: la capacità di relazionarsi in maniera nuova e originale alle situazioni, quella di produrre contenuti grazie alla fantasia e al talento, non aveva niente a che fare con la competizione, la riuscita, l’obiettivo, il circuire con le parole qualcuno o se stessi. La creatività per Cameron è il gioco di un bambino concentrato su quello che sta facendo come se fosse la cosa più importante del mondo, anche se si tratta d’una costruzione di mattoncini da metter via prima di cena. 

Siccome siamo stati tutti quel bambino, per Cameron siamo tutti creativi. Però da adulti abbiamo interiorizzato l’idea che quella creatività debba servire a qualcosa o a qualcuno. Per risvegliare la gioia del creare con il solo fine di divertire se stessi senza temere né le conseguenze né una punizione per uscire dal pregiudizio dell’artista sofferente che si adatta a qualunque cosa in maniera creativa, La via dell’artista propone una serie di esercizi. Ci sono, ad esempio, le “pagine del mattino” – la regola è di scriverne tre appena svegli, su qualunque tema venga in mente –; “l’appuntamento con l’artista” – due ore a settimana da trascorrere da soli facendo un’esperienza nuova, piacevole e in linea con i propri gusti personali e altri che spingono a farsi domande sulle proprie convinzioni più radicate.

Cameron, oltre a dare per scontata una certa sincerità da parte dei lettori, li avvisa che il processo comporterà qualche piccolo rischio: settimana dopo settimana, bisognerà vedersela prima di tutto con il riconoscimento della propria diffidenza e incostanza, poi con le proprie emozioni negative – rabbia, tristezza, scetticismo, invidia – e infine con gli auto-sabotaggi. Solo così il processo creativo tornerà ad essere, prima di tutto, la riscoperta della propria voce e dei propri pensieri, oltre che di un modo nuovo di viverli dando spazio alle proprie passioni. L’artista, il regista, lo scrittore, il poeta che è in noi, anche se facciamo tutt’altro, sarà finalmente libero di creare, condividere e, forse, di diventare ricco e famoso. Ma succede davvero? O meglio, questa tecnica ha mai funzionato per qualcuno che non sia la sua creatrice? Tra i sostenitori del metodo Cameron ci sono la giallista Patricia Cornwell che ne ha fatto menzione nella dedica del suo La traccia, il cantante Peter Townshend, chitarrista e autore della maggior parte delle canzoni dei The Who,  Alicia Keys e Helmut Newton, ma soprattutto Elizabeth Gilbert, che nel 2012 scriveva sul suo profilo Facebook che senza La via dell’artista non avrebbe mai scritto Mangia, prega, ama, il bestseller mondiale tradotto in 33 lingue, portato al cinema con un film di altrettanto successo con Julia Roberts. Questo significa che dopo aver completato le 12 settimane di lettura ed esercizi, si diventerà bravi, capaci e famosi quanto lei? Non proprio.

La stessa Gilbert è tornata sul tema della creatività quando, in seguito al successo, ha dovuto fare i conti con la paura di non riuscire più a eguagliarlo con altri libri, “condannata” a essere l’autrice di un solo e unico romanzo di fama mondiale. L’ansia da prestazione creativa non si sconfigge mai del tutto e credere che basti risvegliare una volta l’artista assopito dentro di noi per non avere mai più problemi, blocchi, nevrosi o aspettative, è un’illusione. “La creatività non è l’abilità di trovare idee e soluzioni brillanti. È la conseguenza di aver trovato quel che amiamo,” scrive Matteo di Pascale, creatore di Intùiti, un mazzo di carte usato per stimolare idee originali. 

Elizabeth Gilbert

Io non sono riuscita a completare il percorso in 12 settimane de La via dell’artista, non ancora, ma sono tornata a scrivere. La domanda “sono davvero una persona creativa, allora, siamo davvero tutti creativi?”, non me la faccio più. È come chiedersi se possiamo davvero avere tutti del basilico fresco ogni giorno direttamente nella nostra cucina. La risposta è, ovviamente, sì. Sì, se prendi terra, semi buoni, un buon vaso, e ne hai cura ogni giorno. L’istinto creativo è una pianta. E come per le piante, bisogna sapere che per farla germogliare serve aver prima piantato un seme e accettare che non sempre il risultato finale sarà come quello sperato. Il fallimento è una possibilità, ma questo non è un buon motivo per mortificarsi o continuare a dare acqua a piante ormai morte. Questa prospettiva non risolverà tutti i nostri problemi, ma è utile a farci passare la paura di provarci di nuovo, da capo, ancora una volta, insistendo nel fare qualcosa per il semplice motivo che ci piace.

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