Vivo ogni giorno con la mia depressione. E non me ne vergogno. - The Vision

Siamo ormai costantemente a contatto con film, serie e documentari che ci spiegano, o vogliono spiegarci, com’è essere un determinato tipo di persona: cosa vuol dire essere grassi (Insatiable), cosa vuol dire essere bullizzati (13 Reasons Why), cosa vuol dire essere un criminale (Mindhunter), e in ultimo cosa vuol dire vivere con un disturbo mentale (Maniac). Netflix è ancora la scatola in cui possiamo trovare tutti questi show che sconfinano nello psicodramma, ma narrare – o anche solo spiegare – cosa vuol dire vivere con un disturbo mentale, o stare vicino a una persona che ne è affetta, è complicato.

“Tutte le cose eccellenti sono tanto difficili quanto rare”, scriveva Spinoza nella sua Etica, e anche in questo caso, quando si parla del vivere o del reinserimento nella società per persone con disagi psichici, è difficile arrivare a risultati eccellenti: ogni disturbo e ogni persona ha una storia a sé e di conseguenza, anche dal punto di vista della possibilità terapeutica, ogni caso può essere diverso dall’altro.

Una serie tv, un film o un romanzo – se ben costruiti – forse riusciranno a narrare le emozioni che si provano quando si entra in contatto con determinati disturbi mentali, e sono sicuramente utili a sensibilizzare il pubblico riguardo ad aspetti della nostra società così sensibili e ancora legati a tabù, ma non riusciranno mai ad andare oltre a questo, proprio perché devono diffondere un tema e per farlo, per creare empatia nello spettatore, devono raccontare storie assolute e generali, condivisibili, mentre il vissuto reale del disagio mentale è soggettivo ed estremizzante. A raccontarlo, da un punto di vista narrativo diverso, ci hanno provato gli psichiatri Filippo Bogetto, Giuseppe Maina e Umberto Albert, nel libro Elementi di Psichiatria, descrivendo tre casi clinici e riportando cosa voglia dire per una persona con un disturbo mentale affrontare da un punto di vista pratico le giornate, gli impegni, le relazioni – tutte cose che raccontate al cinema o descritte in un romanzo rischierebbero di risultare molto noiose, ma che invece sono determinanti se si vuole realmente mettersi nei panni di qualcuno che quotidianamente deve convivere con questi disagi. Le storie descritte sono quelle di Paolo, a cui viene diagnosticata una depressione bipolare, quella di Carla, con disturbo ossessivo compulsivo, e quella di Luigi, che soffre di disturbo delirante – e la cosa interessante è che tutti noi potremmo essere uno di loro, perché tutti loro, sono persone “normali”.

Paolo ha 22 anni, studia veterinaria ed è figlio unico quando viene trasportato d’urgenza in Pronto Soccorso per un’intossicazione acuta da farmaci. Il suo gesto è stato fatto di proposito. Paolo dice ai medici che si sente triste e demoralizzato al punto da non riuscire più ad affrontare i suoi impegni e le sue responsabilità da circa tre settimane. Non mangia più con gusto, dorme poco e male, si sente stanco e non ha voglia di passare del tempo con i suoi amici o con la sua ragazza. Tutto questo di punto in bianco, senza apparente motivo. Il mattino è per lui il momento più brutto della giornata, il pensiero di iniziare un’altra giornata lo angoscia. Questa mancanza di iniziativa lo fa sentire in colpa, soprattutto nei confronti dei suoi genitori. La vita di Paolo prima della diagnosi è un abisso di immobilità e senso di colpa. Viene ricoverato nel reparto di psichiatria e già nel corso dei primi colloqui emerge che ha già avuto episodi simili e che ha fatto uso di antidepressivi, risolvendo completamente i sintomi di questi periodi. Nonostante avesse poi abbandonato la terapia, questa condizione di benessere era durata per due mesi, scomparendo poi spontaneamente. Gli viene diagnosticato un disturbo di depressione bipolare e viene impostata una terapia con litio. Dopo tre settimane Paolo migliora e viene dimesso quando manifesta di nuovo la voglia di pianificare il suo futuro. Viene seguito poi mediante controlli ambulatoriali specialistici per monitorare i progressi della terapia.

Carla ha 30 anni, non è sposata e lavora come segretaria. Va da uno psichiatra per la prima volta dicendo di credere di stare impazzendo: è sempre stata un’amante della pulizia, ma da circa due anni questo è diventato un problema. Il terrore di potersi sporcare le mani o qualsiasi altra parte del corpo con la saliva o il sudore di un estraneo le impedisce di vivere serenamente ogni momento della giornata e non può fare a meno di pensarci, continuamente. Quando è fuori casa cerca di evitare il contatto diretto con oggetti che potrebbero essere a suo parere “contaminati”, quando ha l’impressione di essersi sporcata deve necessariamente lavarsi le mani prima possibile e quando torna a casa deve eseguire una serie di rituali: “Innanzitutto comincio a lavarmi le mani per eliminare lo sporco che ho portato in casa. Successivamente devo lavare con cura i rubinetti del lavandino che si sono sporcati avendoli precedentemente toccati con le mani sporche. Mi lavo nuovamente le mani e quindi chiudo il rubinetto usando un pezzo di carta igienica. A questo punto posso entrare nella doccia, stando ben attenta a non toccare nulla con le mani, che ora sono l’unica parte pulita del corpo.” Se un qualsiasi imprevisto interrompe il rituale, Carla è costretta a ripetere ogni cosa da capo. La vita di Carla procede così ogni giorno, da due anni, con la paura ed effettivamente il sentore di essere vicina alla pazzia. Il disturbo ossessivo compulsivo di cui è affetta avvolge tutta la sua vita e le azioni che quotidianamente svolge. I rituali sono così frequenti che ha dovuto interrompere il lavoro. Dopo due mesi circa di trattamento e di terapia, Carla sembra aver fatto dei miglioramenti, il tempo che passa in bagno si è ridotto e al quarto mese di terapia riesce a tornare a lavoro.

Luigi ha 45 anni, è sposato e gestisce un’officina meccanica. Quando arriva in Pronto Soccorso è spaventato, dice di aver contratto l’AIDS e di avere tutti i sintomi legati a questa malattia. Dall’esame obiettivo non si riscontra niente di tutto questo ma Luigi continua a spiegare di come il pensiero della malattia lo tormenti così tanto da non permettergli di lavorare in officina, di dormire, di passare del tempo con la sua famiglia. Luigi è perfettamente lucido, ma contrario a un ricovero psichiatrico quando gli viene proposto. Per convincerlo a farsi ricoverare, i medici gli dicono che durante il ricovero sarà possibile effettuare tutti gli esami previsti e gli accertamenti per la patologia che dice di avere. Luigi “sente” di essere malato: ha lesioni cutanee sul corpo, dolori ossei, disturbi dell’evacuazione e perdita di peso, dice “sono sicuro dottore, mi creda”. Luigi però non ha l’AIDS, soffre di disturbo delirante di tipo somatico e accetta di iniziare una terapia farmacologica solo dopo ripetute e lunghe insistenze. Dopo due settimane di ricovero, Luigi viene dimesso e, con l’aiuto e la vicinanza dei suoi famigliari, continua la terapia farmacologica ed effettua regolarmente controlli in ambulatorio. Nel corso dei mesi, la convinzione di avere l’AIDS si fa meno presente – anche se non scompare del tutto – e Luigi riesce a tornare alla vita di prima, ora che le preoccupazioni e l’ansia legate al pensiero di essere malato sono meno frequenti e insistenti.

Vivere con un disturbo mentale modifica ogni piccola parte della vita della persona che ne soffre. In tutti e tre questi casi studio, infatti, il disturbo del paziente era così importante da inficiare il normale svolgimento della sua vita, le azioni quotidiane, lo studio, il lavoro. Tuttavia, si è rivelato sufficiente un programma terapeutico di tipo farmacologico, integrato da regolari visite ambulatoriali, per avere con una risoluzione positiva e permettere ai pazienti di poter tornare alla loro vita “di prima”. A volte, però, succede che si necessiti di un intervento diverso, che miri a un reinserimento nella società a 360 gradi con un sostegno, un programma dal respiro più ampio che punti all’autodeterminazione della persona.

In Italia è la legge 833 del 1978 che regola l’organizzazione dell’assistenza psichiatrica: è con questa legge che si istituisce il Servizio Sanitario Nazionale. Per ogni azienda sanitaria locale è previsto anche un Dipartimento di Salute Mentale, che coordina l’assistenza psichiatrica nel territorio di riferimento. Ogni Dipartimento ha quattro strutture costitutive: il Centro di Salute Mentale, cioè l’ambulatorio psichiatrico che si occupa di prevenzione, cura e riabilitazione; il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, che è il reparto psichiatrico all’interno dell’ospedale e che si occupa dei ricoveri volontari o di quelli che riguardano il Tso (Trattamento Sanitario Obbligatorio ); strutture semi-residenziali per programmi terapeutici a breve, medio o lungo termine; strutture residenziali, per periodi lunghi di trattamento riabilitativo e riorganizzazione della vita quotidiana.

Fra le strutture residenziali troviamo i cosiddetti “gruppi appartamento”, esperienza sperimentale che si rifà a quella statunitense dell’abitare supportato, il “Place and Train” approach, un approccio radicale alla salute mentale nato negli anni Novanta che è diventato col tempo modello da seguire. Un gruppo appartamento è una abitazione riabilitativo-terapeutica per persone seguite dal Dipartimento di Salute Mentale. Le persone affette da disagi psichici che vivono in un gruppo appartamento con altre persone, sono aiutate da operatori che le supportano nelle attività della vita quotidiana pur non interferendo in alcun modo nella stessa e cercando di dargli, praticamente, gli strumenti necessari per vivere al meglio nel tessuto sociale. Esistono, infatti, gruppi appartamento in cui l’operatore visita il gruppo appartamento solo due volte alla settimana, altri in cui è presente ogni giorno per qualche ora, altri ancora in cui è presente 24/24h. La risocializzazione, la responsabilizzazione e l’autonomia, sono gli obiettivi principali di queste strutture: la residenza è una vera e propria casa e potremmo definire chi la abita “coinquilino”. La decisione di andare ad abitare in un gruppo appartamento viene presa dall’utente insieme al proprio medico psichiatra e all’équipe che lo segue presso il Centro di Salute Mentale. I riferimenti normativi per i gruppi appartamento partono dalla legge 180 del 13 maggio 1978, comunemente detta legge Basaglia, ogni regione ha poi sviluppato una propria normativa di riferimento.

Una delle esperienze più significative in Italia di gruppi appartamento è quella dell’Associazione Sarda per l’Attuazione della Riforma Psichiatrica di Cagliari. L’associazione è nata nel 1986 e da più di vent’anni ha dato vita a Casamatta, un gruppo appartamento per chi soffre di disagi psichici. Casamatta è una comunità integrata di tipo socio-assistenziale, un condominio in cui vivono 7 persone con disagi mentali sostenuti da operatori che attuano due diversi tipi di approcci: quello tecnico professionale, per la diagnosi e la terapia farmacologica e quello legato alla vita di tutti i giorni, con un linguaggio che non faccia riferimento al registro psichiatrico. L’uso di questo approccio fa sì che i pazienti possano essere posti di fronte a un’altra ottica, un altro punto di vista sulla vita: quello oltre la malattia. L’ambito in cui si concretizza l’intervento terapeutico all’interno di un gruppo appartamento è quindi la quotidianità: spesso ci sono orari regolati per la sveglia e per i pasti, turni per le pulizie, per la cucina o per la spesa e l’operatore funge sia da supporto che da stimolo.

Dopo un adeguato percorso e un trattamento psicologico e farmacologico però bisogna tornare a vivere. Oltre la malattia e al suo superamento c’è la ricerca di una propria dimensione, anche lavorativa, di un proprio posto nel mondo. Come recita la nostra costituzione: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro” e in questi casi il lavoro è essenziale per la “salute” di un individuo. Secondo un rapporto Istat che prende in considerazione il biennio 2016/2017, i disturbi ansioso-depressivi si associano a condizioni di svantaggio sociale ed economico. Per la salute mentale a quanto pare è a tutti gli effetti rilevante la condizione lavorativa: sono infatti i disoccupati tra i 35 e i 64 anni ad avere più spesso disturbi di depressione o ansia (10,8 e 8,9%) rispetto ai coetanei occupati (3,5%). Insomma, forse il lavoro ci stresserà anche, ma almeno ci tiene impegnati, ci fa sentire necessari e ci distrae da pensieri deprimenti sul nostro spazio nel mondo e sul fatto che tanto tutti dobbiamo morire.

Esiste un metodo, chiamato Individual Placement and Support, usato negli Stati Uniti per aiutare le persone con gravi disturbi mentali a trovare una reale posizione lavorativa e a mantenerla. Questo approccio è stato adattato e applicato al contesto italiano da Angelo Fioritti, psichiatra e direttore sanitario della AUSL Bologna, e Domenico Berardi, professore ordinario di Psichiatria presso il Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche dell’Università di Bologna. I gruppi appartamento, in cui viene applicato, sono il primo passo verso una “nuova vita”, anche per chi soffre di disturbi mentali, per chi deve combattere ogni giorno con pregiudizi e malfunzionamento sociale: il livello di successo dei casi seguiti è del 40%, come scrivono Angelo Fioritti e Domenico Berardi, nel manuale italiano dell’IPS. Dalla legge Basaglia c’è ancora molto da fare, ma anche l’Italia tiene conto delle diverse esigenze della persona andando oltre la perdita dell’individualità causata dalla malattia e pensando al suo futuro. Perché c’è un futuro, e se ne deve parlare, anche per chi soffre di disturbi mentali.

Segui Barbara su The Vision
Seguici anche su:
Facebook    —
Twitter   —