Per cambiare la società dobbiamo prima combattere il sistema capitalista, ci disse Bolaño

La ricerca spasmodica dell’opera postuma e la macabra curiosità per l’autore appena defunto, meglio se di cirrosi, suicidio o colpo d’arma da fuoco, ha fatto sì che Roberto Bolaño, scomparso nel 2003 per insufficienza epatica, sia diventato un cult tra i lettori dello scorso decennio. A sedici anni dalla sua morte leggere i suoi romanzi, i suoi racconti e le sue poesie torna a essere ciò che è sempre stato: un antidoto contro la banalità.

Bolaño ha vissuto una vita meno spericolata di quella che gli editori ci hanno sempre voluto far credere, e lo ha fatto a cavallo fra Cile, Messico e Catalogna, vertici di un triangolo che lo hanno sempre portato a definirsi latino-americano, quando nelle interviste gli veniva chiesto di quale Paese si sentisse cittadino. Cresce in Cile, spostandosi con la famiglia di città in città; una famiglia proletaria (la madre professoressa e il padre camionista, ex-pugile) che non fa nulla più del dovuto per invogliarlo agli studi, a cui invece si avvicina da solo una volta trasferitosi a Città del Messico. Bolaño, quindicenne, appena arrivato in una delle città più grandi del mondo, trova rifugio nella biblioteca comunale dove inizia a divorare prima i classici, poi letture più complesse e articolate. A distanza di anni, nella sua ultima raccolta di racconti Il gaucho insopportabile, Bolaño confesserà quanto la letteratura abbia condizionato la sua vita di lettore, di scrittore e di viaggiatore: “Kafka aveva compreso che i viaggi, il sesso e i libri sono strade che non portano da nessuna parte, e che tuttavia sono strade dove bisogna incamminarsi e perdersi per ritrovarsi di nuovo o per incontrare qualcosa, quello che sia, un libro, un gesto, un oggetto perduto, qualunque cosa, forse un metodo se si ha fortuna: il nuovo, quello che da sempre è stato lì.”

In Messico, qualche anno prima del suo arrivo, era stato ucciso durante il suo esilio Lev Trotsky, le cui idee attecchirono sul giovane Bolaño. Il trotskismo poteva essere, per il giovane Bolaño, la giusta maniera per fugare “l’unanimità clericale” del comunismo di allora. Pieno di ideali e di buoni propositi, torna in Cile per sposare la causa di Salvator Allende, il primo capo di stato apertamente marxista eletto dal popolo con metodo democratico, ma con un pessimo tempismo. Bolaño arriva a Santiago del Cile nel settembre 1973, pochi giorni prima del golpe militare del Generale Pinochet, che destituisce e uccide Allende, e instaura un regime totalitario che dura per diciassette anni. Bolaño, come gran parte dell’intellighenzia cilena, viene arrestato, ma riesce a evadere in modo rocambolesco dopo poco, grazie a dei secondini compiacenti, suoi compagni del ginnasio. 

Tornato in Messico conosce Mario Santiago Papasquiaro, carismatico poeta squattrinato, con cui intrattiene una fitta relazione epistolare e fonda l’infrarealismo, movimento poetico il cui fine ultimo era quello di “far saltare in aria il cervello alla cultura ufficiale”. La stima fra i due è reciproca e profonda. Dopo qualche anno l’oceano li divide: Bolaño vola a Barcellona, dove vive i suoi primi anni da emigrato facendo lavori saltuari scrivendo racconti con cui partecipa a concorsi letterari di provincia, leggendo, fumando e impigrendosi.

Poi, senza mai rinnegare la sua natura di poeta e il fatto che scriva in prosa solo per arrivare a fine mese – per quanto sia conscio che gli riesce piuttosto bene – scrive e pubblica i suoi romanzi più importanti: La pista di ghiaccioI detective selvaggi (il cui protagonista è Ulises, trasposizione letteraria del fido Mario Santiago Papasquiaro, che, morto nel frattempo in un incidente stradale in Messico, non potrà mai rispecchiarvisi), AmuletoNotturno cileno e Un romanzetto canaglia. Vengono pubblicati anche i suoi racconti in due raccolte: Chiamate telefoniche e Puttane assassine. Tutto il Bolaño che conosciamo si concentra nell’arco di dieci anni, gli ultimi prima della sua prematura morte, a cinquant’anni per un’insufficienza epatica.

Mario Santiago Papasquiaro

Arriva, nell’estate del 2003 prima in Europa poi dappertutto, la “Bolañomania” con l’uscita delle sue opere postume: i romanzi 2666 e Il terzo Reich, la raccolta di racconti Il gaucho insostenibile (consegnata brevi manu al suo editore appena due settimane prima di morire, quasi come se fosse un testamento spirituale e letterario) e si iniziano a tradurre dallo spagnolo le sue poesie, finora ignorate. Tutti lo leggono, tutti lo acclamano, tutti lo celebrano. Non tutti, però, a distanza di anni ne riconoscono il reale valore: Bolaño passa di moda, non è più il fenomeno letterario del momento, si è secolarizzato.

Nicola Lagioia, scrittore e direttore del Salone del libro di Torino, lo definisce “il più grande scrittore per il ventunesimo secolo. Sebbene nel ventunesimo secolo ci sia stato solo tre anni”. Non il più bravo, ma il più grande. Non del secolo, ma per il secolo. Bolaño infatti apre, forse senza volerlo, la strada a chi scriverà dopo di lui. L’infrarealismo, di cui è fondatore e massimo esponente con Papasquiaro, si concretizza in una cura al dettaglio brutale che si coglie, anche e soprattutto, nei racconti: in Chiamate telefoniche e Puttane assassine vengono raccontate storie di crudeltà, efferatezza e ferocia incredibili, ma senza che la descrizione diventi morbosa, banalmente horror o prolissa, al contrario di quello che accade invece per molti dei Cannibali italiani che negli stessi anni scrivevano i loro romanzi più noti. 

Leggere Bolaño oggi serve a comprendere che non basta criticare il capitalismo – come fino ad allora aveva fatto la letteratura postmoderna nordamericana, seppur in maniera importante con David Foster Wallace e Bret Easton Ellis – ma bisogna dare ai lettori un’alternativa. Questi scrittori avevano passato troppo tempo alle loro scrivanie per poter trovare una via d’uscita dal labirinto della quotidianità capitalista, che descrivevano e disdegnavano: i personaggi dei postmoderni sono dei “garantiti” nella vita, dalla famiglia, dalla banca, dall’assicurazione sanitaria o dal contratto di lavoro; o se non lo sono lottano per diventarlo. I personaggi dei racconti e dei romanzi di Bolaño, trasposizioni esasperate e ingigantite dell’autore o di altri scrittori disperati a lui vicini, sono precari, nell’accezione più totale del termine, che trovano sempre una via d’uscita. O quantomeno di fuga.

La spensieratezza, che potrebbe sembrare incoscienza, fa sì che questi personaggi al limite, passino la giornata a leggere, bere e fare l’amore, nonostante sia difficile arrivare a fine mese, il padrone di casa bussi puntualmente alla loro porta per l’affitto e vengano maltrattati al lavoro. Bolaño ci insegna che, in un mondo la cui violenza è sottile e legittimata, la lotta alla quotidianità si fa prima rifiutando la società con disinteresse e distacco, e poi attaccandola, col cinismo e l’assenza di retorica che lo hanno sempre contraddistinto, sia come scrittore che come essere umano.

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