Come gli arabi hanno salvato la filosofia greca

Nell’antica Europa, i filosofi scrivevano soprattutto in greco. Anche dopo la conquista romana del Mediterraneo e la caduta del paganesimo, la filosofia era ancora strettamente associata alla cultura ellenica. I più importanti pensatori del mondo romano, come Cicerone e Seneca, erano largamente influenzati dalla letteratura greca. Cicerone, addirittura, viaggiò fino ad Atene per rendere omaggio ai suoi eroi filosofici e l’imperatore Marco Aurelio arrivò a scrivere i Colloqui con se stesso nella lingua della penisola ellenica. Cicerone, e più tardi Boezio, hanno tentato di dar vita a una tradizione filosofica in latino, ma durante l’Alto Medioevo la maggior parte del pensiero greco era accessibile nella lingua dei romani solo in modo parziale e indiretto.

Manuel Domínguez Sánchez, Morte di Seneca, 1871, Museo Nacional del Prado, Madrid

Altrove la situazione era migliore. Nella parte orientale dell’impero romano, i bizantini che parlavano greco potevano continuare a leggere Platone e Aristotele in lingua originale. E anche i filosofi del mondo islamico godevano di ampio accesso al patrimonio intellettuale ellenico: nella Baghdad del Decimo secolo, i lettori arabi avevano più o meno la stessa possibilità di trovare i testi di Aristotele tradotti nella propria lingua di quella che hanno oggi gli inglesi.

Questo era dovuto a una radicata propensione alla traduzione che si sviluppò durante il califfato degli Abassidi, iniziato nella seconda metà dell’Ottavo secolo. Promosso ai massimi livelli, persino dal califfo e dalla sua famiglia, questo movimento cercava di importare la filosofia e la scienza greche nella cultura islamica. Il loro impero aveva le risorse per farlo, non solo finanziarie, ma anche culturali. Dalla prima antichità fino all’ascesa dell’Islam, il greco si affermò come la  lingua degli scambi intellettuali tra i cristiani residenti in Medio Oriente, specialmente in Siria. Così, quando i nobili musulmani decisero di far tradurre la scienza e la filosofia greca in arabo, si rivolsero ai cristiani. A volte, un’opera greca veniva tradotta prima in siriano e poi in arabo: una sfida immensa. Il greco non è una lingua semitica, quindi era necessario passare da una famiglia linguistica a un’altra. Un’operazione più complessa rispetto alla traduzione dal latino all’inglese, un po’ come se oggi dovessimo tradurre dal finlandese all’inglese. Inizialmente non c’era nemmeno una terminologia consolidata per esprimere le idee filosofiche in arabo.

Ritratto di Cicerone, I secolo a.C, Musei Capitolini, Roma

Cosa spinse la classe politica della società abasside a supportare un progetto così vasto e complesso? Parte della spiegazione sta nell’indubbia e assoluta utilità del corpus scientifico. Se da un lato i testi chiave di discipline come l’ingegneria o la medicina avevano ovvie applicazioni pratiche, dall’altro questo non ci spiega perché i traduttori venissero pagati così tanto per tradurre in arabo la Metafisica di Aristotele o le Ennea di di Plotino. Le ricerche dei più importanti studiosi di questa sorta di movimento di traduzione dal greco all’arabo, in particolar modo quelle che Dimitri Gutas illustra nel libro Greek Thought, Arabic Culture (1998), suggeriscono che le motivazioni erano in realtà profondamente politiche. I califfi volevano stabilire la propria egemonia culturale, in competizione con la cultura persiana e con i vicini bizantini. Gli abbasidi volevano dimostrare di essere in grado di padroneggiare la cultura ellenica meglio dei bizantini stessi, considerati arretrati per via delle irrazionali teorie della teologia cristiana.

Gli intellettuali musulmani, inoltre, vedevano nei testi greci delle fonti che permettevano una miglior difesa, e una miglior comprensione, della loro religione. Uno dei primi ad abbracciare questa ipotesi fu al-Kindī, che viene tradizionalmente considerato il primo filosofo a scrivere in arabo (morì intorno all’870 d.C.). Da musulmano benestante che si muoveva all’interno dei circoli delle corti, al-Kindī supervisionò l’attività degli accademici cristiani che traducevano il greco in arabo. Il risultato era variabile. La versione tradotta della Metafisica di Aristotele può risultare incomprensibile in alcune sue parti – anche se, a essere onesti, si potrebbe dire lo stesso del testo originale in greco – mentre la versione in arabo degli scritti di Plotino spesso assomiglia più a una libera parafrasi, con l’aggiunta di nuovo materiale.

Quelli citati sono esempi limite rispetto a una generale tradizione delle traduzioni dal greco all’arabo. Chiunque abbia tradotto un testo di filosofia da una lingua straniera saprà che, per farlo, è necessario comprendere a fondo ciò che si sta leggendo. Durante il lavoro si presentano decisioni difficili da prendere su come rendere il testo originale nella lingua di destinazione, e il lettore – che potrebbe non conoscere la lingua originale o non avere accesso a una copia – è in balia delle scelte del traduttore.

Ritratto di Aristotle, I secolo a.C, Musei Capitolini, Roma

Ecco il mio esempio preferito. Aristotele usa la parola greca eidos per indicare sia la forma – come in “Le sostanze sono fatte di forma e materia” – sia la specie – come in “L’umano è una specie che ricade sotto il genere dell’animale.” Ma in arabo, come in inglese, ci sono due parole differenti per questi significati: forma si traduce con ṣūra, mentre specie è nawʿ. Quindi, il traduttore arabo doveva decidere, ogni volta che incontrava la parola eidos, quale dei due concetti Aristotele avesse in mente. E a volte era scontato, a volte no. La versione di Plotino in arabo va persino oltre queste necessarie scelte terminologiche, intervenendo nel testo in maniera sostanziale per far emergere la rilevanza degli insegnamenti del filosofo per la teologia monoteista, riproponendo l’idea neoplatonica di un principio ultimo e supremo come quello della creazione, centrale nelle religioni abramitiche.

Qual era il ruolo di al-Kindī in tutto questo? In realtà, non lo sappiamo ancora bene. Sembra chiaro che non tradusse mai in prima persona, e forse non conosceva il greco nemmeno molto bene. Ma è provato che “corresse” il testo di Plotino in arabo, anche aggiungendo idee sue. Evidentemente, al-Kindī e i suoi collaboratori pensavano che una “vera” traduzione dovesse trasmettere la verità, non semplicemente tradurre in maniera fedele il testo originale.

Ma al-Kindī non era ancora soddisfatto. Scrisse anche una serie di lavori indipendenti ai suoi mecenati, spesso in forma di lettera o epistola, che includevano lo stesso califfo. Queste missive spiegavano l’importanza e il potere delle idee greche, e come queste potessero essere funzionali anche ai problemi dell’Islam del Nono secolo, un pò come se fosse una sorta di addetto alle pubbliche relazioni del pensiero greco. Il che non significa che seguì pedissequamente gli antichi pensatori che avevano scritto in greco. Al contrario, l’originalità del circolo di al-Kindī stava proprio nell’adozione e nell’adattamento delle idee elleniche. Nel momento in cui al-Kindī prova a identificare il concetto di principio primo esposto da Aristotele e Plotino con il dio del Corano, stava spianando la strada ad altri traduttori affinché potessero fare un parallelo tra quel principio e il Creatore. Al-Kindī aveva presente ciò che oggi siamo soliti dimenticare, ovvero che tradurre le opere filosofiche può essere un modo potente di fare filosofia.

Questo articolo è stato tradotto da Aeon.

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