8 marzo 1972. Quando durante la “Festa della donna” si prendevano manganellate dalla polizia.

Negli anni Sessanta, Alma Sabatini, che diventerà famosa per le sue Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua, viaggiava spesso negli Stati Uniti. Era lettrice di italiano presso l’English Language Institute dell’Università del Michigan e nell’ambiente accademico era entrata in contatto non solo con gli attivisti per i diritti civili e la nuova sinistra americana, ma anche e soprattutto con le femministe, che avevano appena cominciato a organizzarsi in circoli e collettivi. In Italia, Sabatini si occupava di linguistica e di traduzione. Tra i tanti testi letti, rimase folgorata da The Myth of the Vaginal Orgasm di Anne Koedt, testo cardine dell’autocoscienza, e nell’aprile 1970 organizzò – assieme a Massimo Teodori del Partito radicale – alcune conferenze per discutere del saggio e portare il dibattito sul femminismo americano anche nel nostro Paese. Il successo di questi incontri portò Sabatini a constatare l’assenza di un gruppo organizzato di donne e a fondare il Movimento di liberazione della donna. 

Alma Sabatini

Lo stesso anno, Carla Lonzi, Elvira Banotti e Carla Accardi (che avevano seguito quelle conferenze) affissero per le vie di Roma il Manifesto di rivolta femminile, il documento programmatico dell’omonimo movimento che si prefissava di “sputare su Hegel” e di distruggere l’egemonia maschile. A completare il panorama dei più attivi gruppi delle donne degli anni Settanta c’era l’ormai storica Udi, l’Unione delle donne italiane, fondata nel 1944 da alcune esponenti del partito comunista e di quello socialista. Su un versante meno militante c’era anche il Cif, il Centro italiano femminile, che raggruppava invece le donne della Democrazia cristiana. 

Fu il fortunato incontro di queste realtà e di tanti altri piccoli circoli e gruppi locali, molto diversi dal punto di vista politico e ideologico ma accomunati nel riconoscere l’oppressione sistemica della donna nel nostro Paese, a dare vita a quella che fu, di fatto, la prima manifestazione della storia femminista italiana, l’8 marzo 1972 a Campo de’ Fiori a Roma. Né la data né il luogo scelti furono casuali. Nell’unica piazza della Capitale senza una chiesa nel 1600 fu arso vivo Giordano Bruno, filosofo eretico che non piegò mai la testa nemmeno nel momento della sentenza. L’8 marzo invece era, nella Russia rivoluzionaria, la Giornata internazionale dell’operaia e la data che l’Udi scelse nel 1946 per commemorare la nuova libertà della donna acquisita dopo la guerra. 

Giornata internazionale dell’operaia in Russia

Come sottolinea Fiamma Lussana nel volume Il movimento femminista in Italia. Esperienze, storie, memorie, a partire dagli anni Settanta e in particolare dal 1971, anno in cui si diede il via al piano quinquennale per l’istituzione di asili-nido comunali, l’Italia si rese protagonista di alcune riforme (spesso anche all’avanguardia rispetto agli altri Paesi europei) che presero il nome di “leggi delle donne”. Sempre nel 1971 venne varata la legge di tutela sulle lavoratrici madri che venne vista dalle femministe come un tentativo di regolare con l’autorità dello Stato la conciliazione tra il lavoro salariato e il lavoro domestico. Con queste norme paternalistiche, le donne non sarebbero state più libere, ma paradossalmente più schiave. 

La recente legge Fortuna-Baslini sul divorzio, del 1970, fu fondamentale per la liberazione di molte donne dall’istituzione del matrimonio – che all’epoca oltre a essere un discrimine di rispettabilità sociale fondamentale, veniva anche spesso imposto dalla famiglia di origine o come “riparazione” di una violenza sessuale – fu più una riforma del diritto di famiglia che una conquista femminista, dato che i gruppi emancipazionisti veri e propri (con l’eccezione di Demau, Demistificazione Autoritarismo, nato nel 1966 e autore del primo manifesto programmatico femminista) sarebbero arrivati soltanto successivamente. 

L’Italia delle donne degli anni Settanta era quindi un Paese ambiguo: da un lato cominciava a mettere in discussione l’istituto della famiglia, dall’altro le uniche forme di protezione nei confronti delle donne riguardavano soltanto le mogli e le madri. La Chiesa, all’indomani della Fortuna-Baslini e forte della recente approvazione della legge sui referendum popolari, cominciava a schierare le forze per provare ad abrogare (fallendo) la legge sul divorzio. L’enciclica del 1968 Humanae Vitae di Paolo VI era molto categorica sull’impossibilità dell’aborto in Italia, tema che era stato portato all’attenzione di tutti dalle contestazioni studentesche e dalla nascente rivoluzione sessuale. Le donne, quindi, non potevano di certo sentirsi libere in un Paese che continuava a vederle solo in funzione di mogli e madri, che le mortificava con l’autorità religiosa e vietava loro di vivere la sessualità come desideravano.

Papa Paolo VI

La manifestazione dell’8 marzo 1972 venne organizzata in un clima di grande trasformazione nei gruppi femministi “originali”. La più significativa fu la fondazione nel 1971 di Lotta femminista, più celebre con il nome di Movimento femminista romano, che contribuì significativamente alla discussione sui temi dell’aborto, della contraccezione e della liberazione. Per iniziativa loro, del Movimento di liberazione della donna, di Rivolta femminile e Udi, più di 20mila donnesi radunarono in occasione della Giornata della donna a Campo de’ Fiori, per protestare contro l’istituzione del matrimonio e il mammismo che dominava la società italiana. Curiosamente, tra di loro c’era anche Jane Fonda

La piazza venne circondata dagli agenti di polizia, nonostante la massiccia presenza di donne disarmate e pacifiche. Molti uomini si avvicinarono alle contestatrici per insultarle o metterle in ridicono, urlando: “A casa! Le donne devono stare a casa!”, oppure: “Dai bambine, ora tornate sul marciapiede”. Le donne esponevano cartelli provocatori per l’epoca. Mariasilvia Spolato, considerata la prima attivista ad aver fatto coming out pubblicamente e fondatrice del Fronte di liberazione omosessuale, venne fotografata da Panorama con in mano un cartello con la scritta “Liberazione omosessuale”, fatto che le costò il licenziamento dal posto di lavoro come insegnante e l’allontanamento dalla sua famiglia. La situazione si fece ben presto incandescente e le attiviste vennero caricate dalla polizia mentre rispondevano verbalmente alle provocazioni dei contestatori. Alma Sabatini fu ferita alla testa da una manganellata e finì all’ospedale, fatto che destò grande attenzione mediatica dal momento che Sabatini era un personaggio molto noto. 

Mariasilvia Spolato

La manifestazione fu duramente contestata anche dagli uomini di sinistra, che si trovarono per la prima volta attaccati dalle loro stesse mogli, fidanzate, sorelle o madri. “Nella famiglia, l’uomo è il borghese e la donna il proletario!”, recitava un famoso slogan che evidentemente non poteva piacere a chi era convinto di stare dalla parte degli oppressi. Presto, i movimenti femministi si staccheranno dai gruppi comunisti e autonomi, accusandoli di non dare importanza alle loro lotte o, ancora peggio, di sostenere la liberazione sessuale delle donne solo per portasele a letto più facilmente.

Dopo l’8 marzo 1972, il femminismo italiano non fu più lo stesso. E così la storia dell’Italia.

Il 5 giugno 1973 cominciò a Padova il processo a Gigliola Pierobon, esponente di Lotta femminista e accusata di aborto. Moltissime donne cominciarono ad auto-denunciarsi, tra cui Alma Sabatini. Cominciò così la grande stagione delle lotte che avrebbero portato all’approvazione della legge 194, nel 1978. Nello stesso anno, venne sequestrato e ucciso Aldo Moro. Lussana individua in questo evento lo spartiacque del femminismo italiano, che avrebbe sancito la sua definitiva frammentazione e de-nazionalizzazione in favore di piccoli circoli attivi soprattutto a livello locale.

Sit-in di protesta con Gigliola Pierobon

Oggi, l’8 marzo è diventata per l’opinione pubblica la “Festa della donna”, un’occasione per regalare mimose e cioccolatini, postare frasi motivazionali su Facebook o passare una serata a vedere spogliarelli maschili, come se fosse l’unica possibilità a scadenza annuale di vivere un mondo alla rovescia in cui le donne vengono messe su un piedistallo per 24 ore. Sulla sua origine c’è ancora molta confusione e molti sono ancora convinti che la Giornata internazionale della donna commemori l’incendio della Triangle Shirt Waist Company a New York, avvenuto in realtà il 25 marzo 1911 o un altro incidente – di cui non esiste traccia documentata – nella fabbrica di abbigliamento Cottons, l’8 marzo 1908. In realtà non c’è nessuna strage da commemorare né alcuna donna da “festeggiare”, perché, come dimostrano le vere origini di questa ricorrenza, l’8 marzo è una giornata di lotta e impegno politico che andrebbe trascorsa raccogliendo l’eredità di quelle 20mila e più donne che aprirono la strada per la liberazione di tutte.

“Quella del movimento femminista,” scrive Fiamma Lussana, “è stata una rivoluzione copernicana: la sua sfida è stata ‘muoversi su un altro piano’, ovvero capovolgere il modo tradizionale di stare nella storia scegliendo la strada impervia di non adeguarsi all’ordine esistente”. La sua storia “parte da sé”, da quel personale che si fa politico – come diceva lo slogan di Carol Hanisch – e in quanto tale ha l’ambizione di cambiare la Storia generale. Oggi molti non conoscono né le origini della Giornata internazionale della donna né la storia della manifestazione di Campo de’ Fiori. A distanza di più di quarant’anni, i nostri diritti sono messi pericolo da chi ci vorrebbe nuovamente solo mogli e madri. L’unico modo per impedirlo è manifestare il nostro dissenso, come quell’8 marzo 1972.

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