Il rumore per il cinquantenario del 1968 è già cominciato e andrà avanti per tutto l’anno con inserti speciali, talk show, docufilm, corner dedicati nei grandi magazzini. Sarebbe bello però se questo anniversario diventasse non solo momento celebrativo e occasione di merchandising, ma anche un modo per fare i conti con quegli anni e quella generazione. Giovani che marciano per le strade, erigono barricate contro la polizia, intonano canti popolari, si radunano nei prati: le immagini e i racconti di quegli anni suscitano un misto di invidia, ammirazione, fastidio. Credo che ci sia un bisogno diffuso di andare più a fondo in questi giudizi contrastanti e riaprire il dibattito tra generazioni, oggi come allora.

Perché questo fu il Sessantotto prima di tutto: un sonoro, fumoso, irruente duello verbale tra generazioni. Parole a flusso continuo, declamate nelle aule occupate delle università, pitturate a caratteri cubitali su muri e striscioni, ciclostilate su volantini, affisse sui tazebao, urlate da un lato all’altro della tavola nel tinello delle case borghesi tra genitori e figli. Un’esplosione verbale forse inevitabile: i confitti identitari e generazionali avevano covato a lungo sotto l’apparente spensieratezza degli anni del boom. Per i vent’anni precedenti il popolo italiano aveva pensato per lo più a dimenticare due guerre mondiali, ricostruire il Paese, spendere i soldi del Piano Marshall, e – durante le feste comandate – godere del boom economico, stessa spiaggia stesso mare, nel blu dipinto di blu. Una fase di incoscienza che non poteva durare a lungo. Dalla fine della guerra il Paese si era trasformato, nel cambiamento più profondo che l’Italia abbia mai conosciuto, con una crescita annua del PIL che marciava sopra il 5%, migrazioni interne, città in metamorfosi e la prima generazione post-bellica arrivata alla maggiore età.

Nel 1968 i nati nell’immediato dopoguerra avevano circa vent’anni ed erano tanti, ad allora la generazione più numerosa della storia. Fortuna loro, godevano anche di un’ottima posizione sul mercato del lavoro, tra disoccupazione ai minimi storici e un sistema produttivo assetato di giovane manodopera. Se qualcosa non li soddisfaceva potevano alzarsi, salutare e trovare facilmente una nuova occupazione. Il che vuol dire che, senza fare del facile determinismo demografico ed economico, il Sessantotto fu anche una questione di numeri: per una combinazione di circostanze macro-economiche che non dipendevano da loro, i 20-30enni erano in una posizione invidiabile ed erano nelle condizioni per fare massa critica ed esercitare pressione sulle generazioni precedenti.

Figli di genitori borghesi che li mantenevano durante gli studi, i giovani del Sessantotto erano votati alle professioni del terziario avanzato create dalla società dei consumi, non certo al lavoro in fabbrica o nei campi. Fa uno strano effetto quindi, a 50 anni di distanza, riascoltare la retorica anti-borghese in bocca a questi studenti di buona famiglia: la loro epica delle officine e dei campi di grano li rendeva molto poco credibili, palesemente attaccabili, odiosi anche agli occhi di gran parte della sinistra di allora, che trovò espressione attraverso le dure parole di Pier Paolo Pasolini.

La lotta di classe di cui parlavano in realtà era parte dell’immaginario dei loro genitori, culturalmente conservatori, democristiani o comunisti che fossero. Forse sarebbe stato più dignitoso e meno ipocrita riconoscere la propria appartenenza alla classe borghese e anzi, sbandierare con orgoglio il ruolo chiave che la borghesia ha avuto storicamente in tutte le grandi rivoluzioni.

Invece no. La schizofrenia anti-borghese dei giovani del Sessantotto fu portata avanti negli anni successivi, quando gli studenti della contestazione presero a frequentare i consigli di fabbrica e i picchetti degli operai. Perché in effetti la contestazione studentesca italiana fu l’unica che vide studenti e operai schierati fianco a fianco. Ma era un’alleanza instabile e piena di contraddizioni. Gli studenti ascoltavano musica anglo-americana, volevano l’immaginazione al potere, criticavano il sistema dei partiti, la massificazione, la famiglia patriarcale. Gli operai erano più vicini ai valori tradizionali, ai partiti e ai sindacati, chiedevano aumenti retributivi, più benessere, progresso e sviluppo per le masse lavoratrici. Gli operai reclamavano per sé una fetta più grossa della torta, gli studenti borghesi volevano prendere tutti a torte in faccia. I quindici convulsi anni di storia che seguirono, dall’autunno caldo del 1969 al 1977 e gli anni di piombo, furono anche una lotta interna tra queste due matrici sociali e ideologiche della sinistra italiana.

In realtà per molti studenti borghesi del Sessantotto la contestazione fu la piattaforma di lancio per fulgide carriere nella società dei consumi. Perché quell’anno loro non lo sapevano ancora, ma mentre erano lì riuniti in assemblea a discutere Marcuse e a condannare il capitalismo e la sua libido consumistica, quel che stavano facendo era porre le basi per la creazione di uno dei più potenti strumenti di imperialismo culturale e dei più floridi terreni di marketing nella società dei consumi: la youth culture.

Negli anni ‘60 le sottoculture giovanili stavano diventando un fenomeno di massa, che non riguardava più soltanto pochi esistenzialisti, dandy e beatink marginali, ma interessava ormai grosse porzioni della borghesia urbana. I giovani delle società industriali avanzate cominciarono a sviluppare una propria cultura e una propria iconografia e a diventare un soggetto sociale con una propria voce, anche politica. L’Italia seguiva (e di sicuro non aveva inventato) questa tendenza. Prima del Sessantotto i ragazzi borghesi arrivati al liceo smettevano i calzoncini corti e il grembiule nero e assumevano la mise ufficiale degli adulti: giacca e cravatta per i giovani uomini, gonna al ginocchio per le giovani donne. Una copia esatta dei loro genitori, solo senza rughe. Con il Sessantotto la cultura giovanile si dissociava invece dal resto del mondo e creava la propria estetica: un nuovo mercato nella società dei consumi. Nel mondo anglosassone, cui i sessantottini italiani guardavano, la youth culture era già commercialmente matura e dai negozietti del East Village e di Carnaby Street si stava spostando nelle vetrine dei grandi magazzini, cooptata dalle major discografiche e cinematografiche.

Giovani e belli, raffinata parlantina alto borghese, gonne corte, ciuffi ribelli: i narcisisti del Sessantotto italiano si prestavano perfettamente a fare da testimonial per il nuovo segmento di mercato importato dagli USA, il mercato dei giovani, con i propri capi di abbigliamento, jeans, minigonne, scarpe di gomma, minivan, complementi di arredo, vinili, prodotti culturali e media specializzati. Un mercato, non dimentichiamo, che ancora per molto tempo avrebbe incluso solo la borghesia delle grandi città, con gusti internazionali, i trend-setter di allora. La provincia, gli operai e i figli di contadini appena inurbati ne rimasero fuori: secondo un’indagine svolta nel 1987 dal magazine Rolling Stone, tra i baby boomer USA solo il 18% di loro da giovane si identificava con la controcultura. C’è da immaginare che in Italia la porzione fosse ancora più bassa.

Ma i giovani borghesi del Sessantotto la youth culture non la vivevano solo da consumatori: freschi di università, presto sarebbero stati pronti a mettere la loro vis rivoluzionaria al servizio di quelle industrie culturali e creative che ebbero negli anni ’60 un enorme impulso di crescita. Architettura, moda, design, pubblicità, media, editoria, discografia: l’esperienza sviluppata tra autogestioni, redazioni di giornali studenteschi, assemblee, aveva fatto di loro degli esperti nell’organizzazione del consenso, nella gestione dell’immagine, delle parole, dei media. Dalla guerriglia al guerrilla marketing. Nel design d’interni l’irruenza rivoluzionaria degli occupanti della Triennale si sarebbe presto tradotta nel desiderio di mandare al macero il modello di salotto borghese in cui questi ragazzi erano cresciuti, con i suoi leziosi arredi in legno massello, le modanature e la carta da parati di stampo tardo ottocentesco: ecco le atmosfere pop e le forme bombate della plastica e dei colori primari.

Questo ruolo di leadership nelle industrie creative gli ex-sessantottini se lo sarebbeto tenuto stretto per decenni, ben oltre l’esaurirsi della loro irruenza innovativa. Proprio come i baroni universitari o i vecchi democristiani e i vetero comunisti che da giovani loro contestavano, una volta al potere gli egocentrici baby boomer dimostrarono ben poca apertura culturale verso le generazioni successive.

Tra i portati del Sessantotto, forse quello più universalmente riconosciuto come positivo è la rottura con il modello della famiglia patriarcale, ipocrita, sessuofobo. Riletta oggi la vicenda del processo per oscenità alla redazione della Zanzara ha dell’incredibile: un gruppo di bravi ragazzi del Liceo Parini di Milano chiamati a difendersi in Tribunale per aver trattato sul giornalino di scuola temi come l’educazione sessuale e il sesso pre-matrimoniale. Democrazia Cristiana al governo, padre che comandava in casa in quanto capo-famiglia, preti che dispensavano il perdono, aborto illegale, divorzio proibito; il sesso si faceva, ma era vietato parlarne. La maggior parte degli italiani continuava ad andare a messa, a votare partititi patriarcali come il Partito Comunista o la Democrazia Cristiana, a vivere nella famiglia monogama e nelle sue mezze verità, tutelate dal sacramento cattolico della confessione, ma il Sessantotto fu in grado di dare all’ipocrisia patriarcale, già in crisi da tempo, un deciso scossone, aprendo la strada a grandi conquiste, come le leggi sull’aborto e sul divorzio.

Nei confronti dell’omosessualità in Italia tuttavia non si fecero grandi passi avanti rispetto al modello cattocomunista, cambiava solo il linguaggio della condanna: come racconta il filosofo Gianni Vattimo, negli ambienti della sinistra sessantottina l’omosessualità tendeva ancora a essere considerata un “vizio borghese”, come in Unione Sovietica. Alle donne, poi, insieme con le nuove libertà civili, la liberazione sessuale portò una nuova forma di oppressione: l’assillante confronto con l’immagine commerciale femminile. L’era berlusconiana del soft-porn in primetime tv è effetto collaterale anche della liberazione sessuale, come in generale l’iper-sessualizzazione dei media che oggi pervade le nostre vite. La rivolta contro il volto commerciale della libertà sessuale sta alla base di gran parte del rigurgito anti-occidentale del mondo islamico di oggi, dove sono spesso le giovani donne a reclamare il diritto a portare il velo, contro il parere dei loro genitori secolarizzati. Per queste giovani donne di oggi l’hijab diventa un simbolo di emancipazione. Ironia della storia, si tratta proprio di quel foulard da brava donna democristiana che le ragazze sessantottine rifiutavano, scegliendo di sciogliere le chiome al vento.

Oggi i baby boomer hanno ormai circa 70 anni e stanno in cima alla piramide demografica. Il confronto, per i 20enni e 30enni di questi primi anni del ventunesimo secolo è umiliante: questi giovani oggi sono pochi, non particolarmente richiesti sul mercato del lavoro, vivono nell’era della crescita a punti decimali, con due generazioni sopra la testa, più numerose di loro, più ricche di loro, in posizione di potere, che hanno beneficiato del più grande boom di crescita della storia, in gran parte finanziato facendo debiti, sotto forma di titoli di stato. Debiti che i 20-30enni di oggi stanno contribuendo a ripagare, insieme alle pensioni e alle spese sanitarie, con i propri versamenti e ritenute fiscali: non la migliore posizione per alzare la testa e lanciarsi in nuove imprese. Eppure, senza il loro slancio, le società rischiano di atrofizzarsi. La vicenda del Sessantotto dimostra che il sano conflitto tra generazioni ha un grande potere generativo: nuove idee, nuovi consumi, nuovi mercati. Allora come oggi, il capitalismo borghese per andare avanti non può fare a meno di quel misto di arroganza, ribellismo e irruenza rivoluzionaria che i giovani del Sessantotto misero in scena cinquant’anni fa.

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