Il coronavirus dimostra quanto il nostro sistema sia inadeguato

La psicosi generata dalla diffusione del coronavirus ci ha messi di fronte a scene che difficilmente ci saremmo aspettati di poter vedere nella nostra vita, tipo la metro verde a Milano vuota alle 8:30 di mattina in un mese che non sia agosto. Tra supermercati e farmacie prese d’assalto, in attesa di una legge che vieti di starnutire nei luoghi pubblici, il lato forse meno evidente di questa emergenza sanitaria è che ci sta mostrando quanto il nostro sistema sia fragile e del tutto impotente – nonché sbagliato – di fronte a un’eventualità non calcolata.

Quando nel Trecento arrivò la cosiddetta “peste nera”, che uccise circa un terzo della popolazione europea, già debilitata da una carestia subito precedente, si verificò un forte sovvertimento dell’ordine costituito. Scrive la sociologa e filosofa Silvia Federici nel suo ormai classico Calibano e la strega, del 2004: “Posta di fronte all’eventualità di una morte improvvisa, alla gente non importava più di lavorare o rispettare le regole sociali e sessuali, ma cercava di passarsela alla meglio, facendo festa il più a lungo possibile senza pensare al futuro”. Non solo. La morte di una parte consistente della forza lavoro a disposizione aumentò a dismisura il costo della manodopera, intensificando il conflitto di classe. I rapporti di forza si rovesciarono a vantaggio dei lavoratori, che cominciarono a rifiutarsi di pagare le tasse e a dettare le condizioni ai padroni. In risposta, alcuni governi come quello di Firenze o il Kent inglese tentarono di ripristinare la schiavitù, finendo per causare ancora più rivolte popolari, come il celebre tumulto dei Ciompi. Questo periodo fu descritto da Marx nel primo libro de Il Capitale come “l’età dell’oro del proletariato europeo”, a dispetto della decadenza descritta nel capitolo dei libri scolastici di storia dedicato alla cosiddetta “crisi del Trecento”.

Nel 2020 anche le nostre democrazie liberali si sono trovate spiazzate di fronte a un’epidemia decisamente meno letale della peste e, come nel Medioevo, questa potrebbe essere una buona occasione per riflettere sul modo in cui funziona la nostra società. La prima mossa del governo è stata infatti quella di sospendere tramite decreto, anche se in maniera temporanea e solo in alcune zone, alcuni diritti costituzionali, come quello di associazione, di movimento o di manifestazione. Senza entrare nel merito dell’efficacia di queste misure, è abbastanza preoccupante vedere come nel nome di un rischio (reale o percepito), si possa da un giorno all’altro privare le persone di queste importanti libertà. Il presidente della Commissione di Garanzia Sciopero Giuseppe Santoro Passarelli ha inoltre invitato le sigle sindacali ad astenersi da ogni sciopero fino al 31 marzo, decisione contestata dall’Unione Sindacale di Base: se ognuno sciopera stando a casa tua, teoricamente sta seguendo i consigli del ministero della Salute. Si potrebbe pensare che l’astensione dallo sciopero sia per evitare di rimanere senza personale nei servizi in questi giorni essenziali, come quelli sanitari, ma la lettera di Passarelli non fa specificazioni su quale categoria possa o non possa scioperare. Possiamo essere abbastanza sicuri che non appena l’emergenza sarà rientrata, tutto tornerà alla normalità, ma la Storia è piena di esempi in cui le libertà sospese per una situazione eccezionale non vengono poi ripristinate, come quando Hitler sfruttò lo stato di emergenza previsto dalla Costituzione della Repubblica di Weimar per decretare i pieni poteri.

“Per ogni azione che prendiamo in considerazione per provare a rallentare la diffusione del virus o proteggere le persone vulnerabili, dobbiamo chiederci se sia giustificata”, ha scritto su Twitter Jennifer Nuzzo, epidemiologa dell’Outbreak Observatory della John Hopkins University. “Non si tratta soltanto di epidemiologia. Non possiamo prendere misure che danneggino la società più del virus”. Ad esempio, chiudere le scuole è davvero necessario, a fronte anche del fatto che i bambini vengono raramente contagiati e che finora non si è registrato nessun decesso sotto i 10 anni, nemmeno a Wuhan? Senza contare che questa misura sta impattando senz’altro la vita delle donne, nel nostro Paese ancora le prime deputate alla cura dei figli, per cui molte presumibilmente dovranno stare a casa dal lavoro per accudirli.

Le misure di quarantena, poi, hanno conseguenze molto diverse sullo status dei cittadini: mentre qualcuno gode dei benefici dello smartworking e continuerà a percepire la normale retribuzione, altri lavoratori potranno essere messi in cassa integrazione. Più complessi i casi di quei lavoratori che non possono avere né l’uno né l’altra, come gli autonomi o alcuni precari: qualcuno lamenta di essere stato lasciato a casa in modo arbitrario, senza alcuna garanzia sull’eventuale stipendio a fine mese. Specialisti e liberi professionisti hanno visto gran parte dei loro appuntamenti cancellati, e allo stesso modo palestre e altre attività sono state costrette a chiudere. Si stima che la chiusura di bar, discoteche e locali pubblici dalle 18 alle 6 voluta dall’ordinanza della regione Lombardia produrrà perdite per 3 milioni di euro al giorno. Il destino dei dipendenti del settore ristorazione, già normalmente privi di tutele, resta ancora un mistero. A Wuhan si è già visto chiaramente come l’impatto della quarantena sia molto peggiore per i poveri rispetto che per la classe media, che può permettersi di fare scorte di cibo, farsi spedire oggetti a casa o ricevere eventualmente assistenza sanitaria privata.

Sempre a proposito di disuguaglianze, anche dal punto di vista della speculazione gli effetti dell’emergenza non si sono fatti attendere: il prezzo di Amuchina e mascherine su Amazon è aumentato del 1700%. Il Codacons ha deciso di presentare un esposto alla Procura della Repubblica di Roma e alla Guardia di Finanza contro le speculazioni, mentre i liberali festeggiano: “Prezzi alti spingeranno persone che non ne hanno bisogno a rinunciare alla mascherina, lasciandola a disposizione di chi ne ha davvero necessità”, ha scritto il direttore dell’Istituto Bruno Leoni, Carlo Stagnari, su Twitter. In effetti, dalle prime notizie circolate sulle modalità di contagio si poteva pensare che chi ne avesse davvero necessità fossero i manager padani, ma a qualche giorno dall’inizio dell’emergenza si è appurato che tutte le vittime finora accertate avevano malattie pregresse. E, nonostante il nostro sistema sanitario sia gratuito e quindi accessibile a tutti, la povertà sta diventando un fattore di rischio per le malattie neurodegenerative, cardiovascolari e oncologiche tanto quanto la sedentarietà, il fumo o l’alcool. Di conseguenza, è altamente probabile che chi ha già un quadro clinico compromesso non sia esattamente un imprenditore veneto.

Per fortuna il nostro sistema sanitario, tra i dieci migliori al mondo, sta rispondendo in maniera eccellente all’emergenza anche se, come ha spiegato il segretario del sindacato medico Anaao Assomed Carlo Palermo a Quotidiano Sanità, l’acuirsi della crisi potrebbe avere comunque effetti disastrosi: “Le rianimazioni oggi viaggiano con tassi di occupazione elevatissimi e gli operatori lavorano con turnover pazzeschi. […] Oggi partiamo da una carenza di circa 5mila persone a livello di personale sanitario. In una situazione simile, se dobbiamo gestire centinaia o migliaia di posti letto in più, far lavorare H24 i laboratori analisi, quelli di virologia, le radiologie e così via, devono necessariamente saltare tutte le restrizioni presenti”. In Cina, l’epidemia sta facendo la fortuna delle compagnie di assicurazioni sanitarie private, mentre tutti si chiedono come reagirà la sanità statunitense se il virus dovesse diffondersi anche lì (per ora i casi sono una trentina, anche se San Francisco ha dichiarato lo stato di emergenza).

Anche quella del vaccino è una questione che ci mette di fronte al modo in cui abbiamo deciso di gestire il sistema: entro la fine di aprile, l’azienda biotecnologica Moderna comincerà la sua sperimentazione clinica (che non sarà comunque in commercio prima dell’anno prossimo). E mentre le azioni della società volano (mentre tutti gli altri comparti crollano), la ricerca è finanziata in gran parte con i fondi pubblici dei governi di Norvegia, Germania, Giappone e India provenienti dalla Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (che si sostiene anche grazie alle donazioni private del Wellcome Trust e della Bill and Melinda Gates Foundation). Tuttavia, se il rimedio funzionerà, sarà Moderna a tenersi tutti i profitti. Moderna non è un gigante dell’industria farmaceutica. Come spiegato da Anthony Fauci, direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, le grosse compagnie farmaceutiche considerano troppo rischioso da un punto di vista economico investire nella ricerca sui vaccini. Anche durante l’epidemia di ebola (malattia con una mortalità che arriva anche al 90%) era successo che una azienda di punta si fosse ritirata dalla sperimentazione nonostante i buoni progressi perché troppo costosa.

Secondo quanto detto dall’epidemiologo di Harvard Marc Lipsitch all’Atlantic, è molto probabile che l’epidemia non possa realmente essere controllata. Questo non significa che moriremo tutti, ma che probabilmente il 40-70% della popolazione contrarrà il virus, anche in forma molto lieve o asintomatica. Questo ci pone di fronte a domande cruciali: quanto durerà ancora lo stato di emergenza? Per quanto ancora considereremo giustificati divieti, restrizioni e aumento della tensione sociale? Anche perché è prevedibile, come sta accadendo in Cina, che dopo un picco iniziale l’epidemia rientri. In Friuli Venezia Giulia non c’è alcun contagiato, eppure il presidente della regione Massimiliano Fedriga, in quota Lega, ha predisposto la quarantena obbligatoria per tutti gli immigrati regolari. Per due mesi, quando il coronavirus non era ancora arrivato in Italia, abbiamo assistito a gravi atti di razzismo contro la comunità cinese in Italia e alla speculazione politica di chi ne voleva approfittare per “blindare e sigillare confini”, mentre ora siamo diventati persone sgradite in tutto il mondo. E intanto, il virus in Africa, dove il sistema sanitario non è in grado di affrontare un problema di simile portata, l’abbiamo portato noi.

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