WhatsApp è la nuova frontiera della disinformazione. E sarà impossibile da fermare.

La scorsa estate, due turisti si trovavano nella regione indiana dell’Assam, quando si sono fermati in un villaggio per chiedere informazioni. Alcuni locali li hanno aggrediti senza pensarci due volte, uccidendoli. Come ha spiegato un ufficiale della polizia locale, “Quando le voci di corridoio, o le bufale, iniziano a circolare sui social media, ce ne vuole prima di riuscire a bloccarle definitivamente”. Da un po’ di tempo in effetti nella regione giravano video e catene su WhatsApp a proposito di estranei che rapivano e violentavano bambini nei villaggi. Questa notizia si è trasformata subito in psicosi collettiva, le cui prime vittime sono stati proprio i turisti.

Quanto sta avvenendo in India mostra in tutta la sua crudezza il potere delle fake news, il megafono in cui possono trasformarsi i social media e le ripercussioni sulla vita delle persone. Il caso indiano non è l’eccezione, ma solo una regola un po’ più macabra rispetto agli standard. Il 26 ottobre in Brasile si è tenuto il ballottaggio delle elezioni presidenziali, che vedeva sfidarsi il candidato dell’estrema destra, Jair Bolsonaro, e quello del Partito dei lavoratori, Fernando Haddad. Ha vinto Bolsonaro, autore di frasi come “Meglio un figlio morto che gay”, “Viva la tortura”, “I rifugiati sono la feccia della terra” e “Ho figli ben educati, non corro il rischio di vederli uscire con donne nere”. Come in India, anche nel caso brasiliano alcune notizie circolate su WhatsApp hanno messo in potenziale pericolo la vita di molte persone, per il semplice fatto di aver favorito l’elezione di un presidente autoritario, razzista, omofobo e maschilista.

Jair Bolsonaro

Come ha rivelato il Folha de São Paulo, uno dei principali quotidiani del Paese, alcune aziende private hanno sborsato somme ingenti per la diffusione di centinaia di milioni di messaggi su WhatsApp. Non solo frasi e video a supporto di Bolsonaro, ma anche falsità e illazioni sul Partito dei lavoratori e sul suo leader Haddad. Il quotidiano brasiliano parla di un investimento superiore ai tre milioni di dollari, che oltre ad aver messo in moto la macchina delle fake news, ha anche violato la legge nazionale sul divieto di donazioni elettorali dalle compagnie private. Haddad ha detto che sono 156 gli imprenditori coinvolti e che la competizione elettorale ne è uscita falsata, un’accusa a cui il leader dell’estrema destra Bolsonaro ha risposto con un tweet: “Il Partito del lavoratori di Haddad non è danneggiato dalle fake news, ma dalla VERITÀ”.

Come nel caso brasiliano, anche in Svezia WhatsApp ha avuto un ruolo determinante nella corsa elettorale del settembre scorso: uno studio dell’Oxford Internet Institute ha rivelato che una notizia su tre di quelle circolanti sull’app di messaggistica istantanea era falsa e proveniva da siti di junk news. In Messico, dove lo scorso luglio si sono tenute le elezioni, sempre WhatsApp è stato al centro di polemiche legate a disinformazione e video falsi virali.

Nulla di nuovo, verrebbe da dire. Il legame tra social media e campagna elettorale era già emerso in tutta la sua forza nelle presidenziali americane del 2016, con il caso Cambridge Analytica. I dati sensibili di 50 milioni di cittadini americani erano stati utilizzati per influenzare le intenzioni di voto attraverso la pratica del microtargeting, con post, notizie false e altri contenuti contro i democratici e a favore di Donald Trump. Se in quell’occasione era però stato Facebook il social di riferimento, i casi recenti del Brasile, della Svezia e del Messico mostrano un trend di influenza elettorale che sta virando sui cosiddetti dark social, WhatsApp su tutti. “Negli Stati Uniti, il dibattito sulla disinformazione riguarda il feed di notizie di Facebook, ma a livello globale riguarda più le app di messaggistica chiusa,” ha sottolineato Claire Wardle, direttore esecutivo dell’organizzazione di fact-checking First Draft. Secondo un report della Oxford University, WhatsApp è stata la principale piattaforma di disinformazione in sette nazioni, tra cui Brasile, India, Pakistan, Zimbabwe e Messico. Altre app di messaggistica che hanno fatto da megafono di disinformazione sono Telegram in Iran, WeChat in Cina e Line in Thailandia.

In Italia la connessione tra dark social e politica nazionale non è ancora venuta a galla con forza, sebbene non manchino alcuni episodi controversi, tutti legati alle elezioni del 4 marzo. Proprio mentre gli italiani si recavano alle urne a votare, hanno iniziato a circolare su WhatsApp finti exit poll, attribuiti a importanti enti di ricerca e che in pochi minuti sono diventati virali. Ovviamente, la diffusione di exit poll prima della chiusura dei seggi è vietata, come falsa è la fonte a cui venivano attribuite queste rilevazioni. Attraverso un tweet, Guido Crosetto, ex parlamentare e fondatore di Fratelli d’Italia, si è vantato di averne inventati e diffusi “almeno tre diversi”, dicendo però di averne ricevuti anche altri. Alessandra Ghisleri, presidente di Euromedia Research, ha sottolineato che si è trattato di “Un’ingerenza molto forte sul voto”, che ha rischiato di influenzare le scelte elettorali di molte persone.

Nelle settimane precedenti al 4 marzo, poi, sempre su WhatsApp si è provato a organizzare un’offensiva volta a influenzare il voto. Come sottolinea Julia Ebner nel libro La Rabbia, “In una cosiddetta azione di reclutamento su 4chan, i reclutatori che parlavano inglese hanno chiesto sostegno internazionale per influenzare il dibattito italiano online in favore di Salvini. I lettori che hanno colto l’appello sono stati indirizzati a chat di gruppo su app criptate come Telegram e WhatsApp”. Anche Ebner è entrata a far parte di questi circuiti, veri e proprio canali che operavano in favore dei partiti di estrema destra. Ebner ha contato una dozzina di chat private in tutto, hub di reclutamento che inviavano poi materiale a chat di gruppo con l’obiettivo di creare catene di sant’Antonio. “Molti gruppi italiani hanno attirato membri americani che hanno offerto il loro aiuto per diffondere la propaganda e tradurre materiale dall’inglese,” spiega Ebner, “Uno di questi canali si identificava come appartenente alla ‘Alt-right italiana, per l’orgoglio bianco’.” Presto sarebbe diventato un centro di coordinamento e di condivisione per la guerra virale e le campagne di disinformazione usate per influenzare il discorso online e favorire la vittoria della Lega”. Secondo l’autrice, questo attivismo sui dark social italiani ha coinvolto alla fine poche persone, ma ha comunque rivelato un trend in crescita un po’ in tutto il mondo.

Julia Ebner

Come evidenzia un’indagine del Reuters Institute, sempre più persone si affidano alle chat per rimanere informate. In alcuni Paesi l’accesso all’informazione via Whatsapp ha superato quello tramite Facebook, e in Italia è cresciuto dal 20 al 24% nel 2017. “Questo spostamento da Facebook a piattaforme di messaggistica, prima fra tutte WhatsApp, deriva da un desiderio di maggiore privacy fra gli utenti”, ci spiega Filippo Trevisan, professore di Comunicazione all’American University di Washington. “L’Italia è ai primissimi posti in Europa per numero di utenti WhatsApp, il che rende questa piattaforma un veicolo potenzialmente utile per comunicare rapidamente con un ampio numero di elettori. Sebbene non possiamo dire con certezza se WhatsApp abbia influenzato in qualche modo le elezioni politiche del 4 marzo, è importante notare che negli ultimi anni gli italiani hanno dimostrato una spiccata tendenza a cercare fonti di informazione alternative ai media tradizionali, orientandosi spesso verso portali che supportano più o meno esplicitamente certe forze politiche.”

Il potere di WhatsApp, quello che ne sta garantendo sempre più il successo come metodo di diffusione di notizie, sta nell’intimità della conversazione, nella fiducia tra gli interlocutori, che si contrappone al caos di altri social come Facebook. “I rischi principali derivano da una diffusione più organica e capillare di contenuti propagandistici o di disinformazione tramite il passaparola digitale per cui in genere propendiamo a dare più peso a un’informazione che ci viene riferita da un amico o conoscente di cui ci fidiamo,” continua Trevisan. “Piattaforme come WhatsApp amplificano significativamente il potenziale di questa tecnica e allo stesso tempo nascondono questi flussi di informazione a osservatori esterni che non facciano parte dei gruppi.”

Come sottolinea il Washington Post, in effetti, “La crittografia dell’app rende impossibile per il personale di sicurezza leggere i messaggi a meno che un utente non li denunci in modo specifico. Le conversazioni su queste piattaforme sono meno visibili agli estranei, ai giornalisti e agli addetti al fact checking spesso chiamati a sfatare la disinformazione”. Uno dei punti forti in termini di privacy di WhatsApp, la crittografia end-to-end che permette solo a chi sta partecipando alla conversazione di leggere i messaggi, rischia di diventare anche l’arma nelle mani dell’app per trasformarsi nel nuovo megafono della disinformazione globale.

Sacrificare la tutela della privacy non è la soluzione, si tratta di un diritto fondamentale che non può essere negoziato. Puntare il dito solo contro WhatsApp, allo stesso tempo, significa coprirsi gli occhi. Come sottolinea il giornalista indiano Mihir Sharma, “Noi indiani ci linciavamo a vicenda molto prima che WhatsApp arrivasse a rendere più facile radunare folle assassine. Ci sono problemi strutturali nel Paese, che bisognerebbe affrontare senza sventolare il facile capro espiatorio dei colossi di internet.” Comunque WhatsApp sta provando a intervenire sul problema, in India come nel resto del mondo. Lo dimostrano l’assunzione di ingegneri specializzati nella lotta alla disinformazione nei periodi elettorali, lo sviluppo di nuove tecnologie ad hoc e il divieto di inviare messaggi a una platea troppo grande di contatti. Le notizie recenti proveniente dal Brasile sono però la dimostrazione che c’è ancora molto lavoro da fare sull’app di messaggistica, anche in vista delle imminenti elezioni Europee del 2019. Non sia mai che dopo il tweet del Presidente della Rai, Marcello Foa, sulle cene a base di mestruo e cannibalismo di Hillary Clinton, ci tocchi sorbirci anche messaggi privati dello stesso tenore.

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