Vietare la minigonna in classe è inutile e sessista

Quando avevo quindici anni e affrontavo quel tremendo calvario fatto di brufoli e cattivo gusto altrimenti noto come adolescenza, cominciai ad andare a scuola con una bandana indossata a mo’ di Rambo e il rossetto rosso. Ho frequentato un piccolo liceo di provincia, per cui, in un contesto di felpe rosa Abercrombie & Fitch e zainetti Eastpak, il mio look da cantante di una band con tendenze sudiste non passava di certo inosservato. Oltre agli sguardi perplessi dei miei compagni, il mio look proprio non andava giù alla mia professoressa di matematica, che attribuiva il mio scarso interesse per la geometria analitica al mio rossetto rosso. Perché, si sa, una ragazzina non ha tempo di studiare i teoremi, ma il tempo di truccarsi la mattina lo trova eccome. Questo fu quello che disse, più o meno, a mia madre durante un colloquio. Solo ora mi rendo conto quanto questo pensiero fosse sessista e paternalistico, così come sessista e paternalistica mi sembra l’iniziativa dell’istituto comprensivo “Centro Storico” di Moncalieri, in provincia di Torino, promossa dalla preside Valeria Fantino.

La dirigente ha creato un sondaggio su Facebook chiedendo: “Chi sarebbe d’accordo nel vietare canotte, shorts e minigonne cortissime a scuola? Si deve favorire la consapevolezza che ogni luogo ha il proprio codice di comportamento e di abbigliamento: insegnando un minimo di rispetto e di buon gusto. Ovviamente mi riferisco anche ai jeans a vita bassa che mostrano le mutande.” Fantino non è la prima né sarà di certo l’ultima dirigente a perorare iniziative simili. Di qualche giorno fa è la notizia dei nuovi regolamenti in nome del decoro adottati in molte scuole medie e licei milanesi. L’anno scorso, la pena per chi portava i pantaloncini corti in classe all’Itis “De Pretto” di Schio era addirittura l’insufficienza in condotta. Il leitmotiv è sempre lo stesso, quello dell’educazione al rispetto e al decoro, qualsiasi cosa significhi. Fantino si è anche spinta oltre nell’illustrare le ragioni della nobile causa: “Nelle scuole medie i ragazzi cominciano a capire come funzionano certi meccanismi e noi tutti siamo responsabili della loro formazione ed educazione. Tra queste cose c’è anche l’importanza di capire che ogni luogo ha una forma da rispettare. Se oggi vengono a scuola con i pantaloni strappati o le minigonne, domani non capiranno che ad un colloquio di lavoro o in un ufficio ci si deve presentare indossando un abbigliamento opportuno,” ha dichiarato.

Il problema sta proprio in questo, nell’abbigliamento opportuno. L’abbigliamento è diventato dalla seconda metà del Novecento uno spazio di espressione potente e immediato, dove l’“opportunità” è stata praticamente depennata a favore di aspetti ben più importanti, come l’espressione personale e l’identità sociale. Se si vietano canotte, shorts e minigonne per educare i ragazzi in previsione di un futuro colloquio di lavoro, allora si dovrebbero anche vietare le felpe o i pantaloni della tuta, ma quelli apparentemente vanno bene, perché è palese che il fulcro della questione non stia in un fantomatico “ritorno all’ordine”, ma nella censura del corpo. Il corpo viene visto come un ostacolo alla corretta educazione dei ragazzi. Quei “certi meccanismi” a cui si riferisce la preside sono senz’altro i meccanismi dell’esplorazione della propria sessualità e della propria corporeità che tanto scandalizzano i moralisti. È necessario fare i conti con il fatto che a 13-14 anni gli adolescenti comincino a guardarsi e a voler essere guardati. È un dato di fatto, è una pulsione naturale e umana. Pensare di ritardare questo processo o addirittura fermarlo in nome del decoro non porterà a nulla che non sia una repressione. Anziché spendere in educazione affettiva e sessuale, con buona pace dei genitori scandalizzati, insegnando ai ragazzi quali sono i limiti e i confini della propria e altrui libertà sessuale e a riconoscere i segnali del consenso, si preferisce nascondere la polvere sotto il tappeto, pensando che la soluzione per una corretta educazione sia non vedere mai, in nessuna circostanza, le gambe e le spalle scoperte dei propri coetanei. Che poi questi stessi ragazzi si imbottiscano di pornografia, magari anche tra i banchi di scuola non importa.

Imporre un dress code censorio è un provvedimento sessista che offende la dignità di ogni genere. Le alunne, che sembrano il vero obiettivo della preside, vengono giudicate con toni moralizzanti. “È giusto per le ragazzine sperimentare, ma a scuola non si arriva truccate come ventenni al sabato sera. Nel nuovo regolamento ci sarà richiesto di evitare rossetti pesanti o fondotinta da abbronzatura,” chiosa Fantino. Un po’ come pensava la mia professoressa di matematica, il rossetto sarebbe un ostacolo alle buone maniere da educanda. Il regolamento svilisce anche i maschi. Il loro corpo non è ontologicamente “indecoroso” come può esserlo quello femminile, ma il problema è che sono considerati incapaci di controllare le loro pulsioni. Eppure, prima o poi dovranno imparare a convivere con il fatto che le donne minigonne e maglie scollate le indossano eccome. Le indossano per strada, nei locali e anche al famoso colloquio di lavoro invocato dalla preside. O vogliamo farli crescere con l’idea che le donne devono coprirsi per non provocarli? Che la gonna corta è un invito al sesso? Inoltre, come sempre in Italia, nessuno pensa che non esistono solo i maschi e le femmine, ma anche tutti quei corpi “indecorosi” per eccellenza, quelli che sfuggono alle dinamiche binarie. Non sarà solo la ragazzina a vedersi vietato l’uso del fondotinta, ma anche la ragazza transgender che magari vede nel trucco l’unica ragione per uscire di casa la mattina e prendere l’autobus. Il decoro, così come lo intende la preside in questione, finisce per reprimere non solo l’espressione personale, ma anche tutto ciò che resta al di fuori dell’eteronormatività.

Quanti sono i provvedimenti che sotto l’egida del decoro vogliono non solo castrare la libertà personale ma anche e soprattutto affermare il potere dell’autorità? La presunta assenza di decoro non è un reato, ma da sempre l’autorità cerca di controllarla come atto di forza. Nella sfera del decoro guarda caso gravitano tutti quei soggetti che non si riescono a ingabbiare in altro modo. I senzatetto, le prostitute, i migranti, i transessuali, le persone omosessuali durante i pride vengono considerati un danno al decoro urbano, cioè un danno all’immagine coercitiva dell’autorità. Se lo Stato non può provvedere, allora nasconde. Se la scuola non può educare, allora vieta. L’immagine paternalistica dell’autorità, che sia quella di un sindaco o quella di un preside, si esprime sempre nella repressione che apparentemente porta al beneficio di chi è represso. La preside censura l’abbigliamento dei ragazzi per il loro bene, affinché durante il futuro colloquio di lavoro possano ricordarsi con affetto di quella dirigente un po’ rompiscatole ma che dopotutto aveva ragione quando suggeriva di mettersi la camicia a scuola. Il paternalismo maschera sempre il consenso, che in questo caso non è ricercato negli studenti, ma nei genitori che pagano le quote d’iscrizione alla scuola. E infatti è eloquente la dinamica di quanto è accaduto nell’istituto comprensivo di Moncalieri: la preside cerca il consenso dei genitori nel gruppo Facebook della scuola e solo allora, dopo il plauso generale, passa dal consiglio d’istituto. Peccato che nella sfera decisionale siano mancati i primi interessati: gli studenti.

Spesso ci si è chiesti se l’introduzione dell’uniforme o di un codice d’abbigliamento nelle scuole possa aiutare a fermare alcuni fenomeni come le differenze sociali nell’abbigliamento o il body shaming. È una questione delicata, ma le sperimentazioni con i grembiuli nelle scuole primarie in Italia non hanno portato a chissà quali risultati. I bambini ricchi continuano ad avere grembiuli, scarpe e zainetti firmati, mentre quelli poveri no. Le femmine che non si riconoscono nel rosa e i maschi che non si riconoscono nel blu, continueranno a essere mortificati. Il dress code, contrariamente a quanto si può pensare, non è democratico, ma coercitivo. Quello che c’è da augurarsi è che i ragazzi, se dovranno sottostare a un codice di abbigliamento, trovino altri modi per esprimere se stessi e le proprie esigenze. L’anno scorso, una trentina di alunni maschi dell’ISCA Academy di Exter, una scuola media inglese, si è presentata a scuola con la gonna per protestare contro il divieto di indossare i pantaloni corti a scuola. Dopo essere stati ripresi per i peli sulle gambe, si sono armati di rasoio e il giorno successivo sono arrivati in classe depilati. La scuola allora ha ceduto e ha optato per il dialogo e il confronto con i ragazzi e così quest’anno scolastico potranno così indossare i pantaloncini. Le regole esistono, ma ciò non significa che siano sempre giuste, soprattutto se queste regole si fondano sulla censura e sulla stigmatizzazione. Un contratto a senso unico, un Leviatano di hobbesiana memoria, non può mai funzionare. Di fronte a questo, la disobbedienza civile, che sia anche solo indossare una gonna o un rossetto rosso davanti alla professoressa di matematica, è un atto dovuto.

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