Come il concetto di tradimento viene usato per dividerci

Ci sono poche vicende, in Italia così come all’estero, che nel racconto della politica nazionale e internazionale interessano tanto i media quanto quelle legate ai “traditori”. Ne sono ossessionati i leader politici, affascinato il pubblico. “TREASON?” ha twittato il presidente americano in risposta all’ormai celebre editoriale anonimo pubblicato sul New York Times che svela la “resistenza” in corso dentro alla Casa Bianca. “Molti dei principali responsabili nella sua stessa amministrazione,” ha detto il politico, “lavorano assiduamente dall’interno per opporsi a parti del suo programma e alle sue peggiori inclinazioni. Io lo so, sono uno di loro.” Trump lo ha già definito un traditore, caricando così su di lui tutto il peso di una delle figure più odiate della storia, il Giuda che vende Gesù per trenta denari. Eppure, proprio noi italiani dovremmo conoscere, proprio perché siamo il Paese di Machiavelli, tutta l’ambiguità del tradimento. Per il filosofo politico infatti era uno dei motori della storia, giustificabile e anzi auspicato in determinate circostanze. Machiavelli, come dopo di lui farà Max Weber, ragionava secondo il criterio dell’etica della responsabilità contrapposta a quella dei principi. La politica, secondo Weber, andava giudicata attraverso il parametro dell’etica della responsabilità, valutando cioè ogni azione per le conseguenze che questa aveva sul mondo, mentre l’etica dei principi è per definizione apolitica, perché non si cura delle conseguenze. Bruto e Cassio erano traditori se giudichiamo la storia dal punto di vista del vincitore Cesare, ricorda un recente saggio del filosofo Giulio Giorello, e per questo Dante li ha destinati all’Inferno. Però noi dovremmo stare attenti a dare al loro tradimento un giudizio etico negativo se consideriamo che il loro scopo era ripristinare un governo plurale a Roma, che l’Imperatore aveva cancellato. O, per meglio dire, aveva a sua volta tradito.

Vincenzo Camuccini, La Morte di Giulio Cesare (dettaglio), 1804–1805, Museo di Capodimonte, Napoli

Secondo la Treccani, il tradimento è “L’atto e il fatto di venire meno a un dovere o a un impegno morale o giuridico di fedeltà o lealtà.” Oppure, è anche “Un’azione delittuosa o dannosa compiuta, mascherando le proprie intenzioni, contro persone o istituti che hanno fondato motivo di fidarsi.” L’anonimo resistente di Trump è, tecnicamente, un traditore. Ma non ci piace chiamarlo così e il motivo è semplice: il traditore ai nostri occhi deve essere spregevole, abietto. Lo valutiamo cioè secondo un’etica dei principi, squalificandolo perché i mezzi che utilizza sono ritenuti inaccettabili: non ci sembra possibile che invece i suoi scopi siano nobili e per questo cerchiamo sempre i proverbiali trenta denari, anche quando non ci sono. Ci manca, insomma, un’etica del tradimento, capace di giustificare l’inganno, l’infedeltà. Almeno a determinate condizioni. “Il fine giustifica i mezzi.”

Un altro aspetto del tradimento che dovrebbe essere meglio considerato è il suo stretto collegamento con il concetto di appartenenza. Si tradisce quando ci si allontana dal proprio gruppo, sostenendo ragioni e battaglie che non appartengono alla nostra storia e alla nostra identità, ma questo non è sempre un disvalore. Uno di quelli che considero i libri migliori di Javier Cercas si intitola Anatomia di un’istante e racconta il fallito golpe spagnolo del 1981 che doveva mettere fine alla appena avviata transizione di Madrid fuori dal franchismo. L’istante di cui lo scrittore compie l’analisi è quello immortalato in un video: i militari entrano armi in pugno in parlamento, urlano ai presenti di gettarsi a terra e immobili, in piedi, rimangono solo in tre. Il capo del governo (dimissionario), Adolfo Suàrez, il suo ministro della Difesa e generale, Gutiérrez Mellado, e il segretario del partito comunista, Santiago Carrillo. Tre uomini diversi che, secondo Cercas, hanno in comune una cosa: l’essersi impegnati per traghettare il Paese fuori dalla dittatura disobbedendo alle ragioni della propria parte.

Lo scrittore e saggista spagnolo Javier Cercas

Adolfo Suàrez è cresciuto nella dittatura franchista, è stato l’uomo scelto per continuarla, ma di fatto, con le sue scelte la sta smantellando e quindi tradendo. Lo stesso sta facendo Mellado con il potere dell’esercito. Carrillo poi ha tradito due volte: perché comunista e perché, tra i comunisti, è quello che ha rinunciato al rovesciamento del franchismo in favore di una transizione morbida. Sono i tre uomini che hanno tagliato con la loro appartenenza e con il loro passato che hanno reso possibile la democrazia e, adesso che tutto sembra finire con un golpe, sono gli unici a restare in piedi per difenderla. Per Cercas, quindi, sono tre traditori i veri padri della democrazia spagnola?

“Nella Spagna degli anni Settanta la parola riconciliazione era un eufemismo per dire tradimento, perché non c’era riconciliazione possibile senza tradimento o per lo meno senza che alcuni tradissero. Suàrez, Gutiérrez Mellado e Carrillo lo fecero più di chiunque altro, e fu per questo che spesso si sentirono definire traditori. In qualche modo lo furono: tradirono la lealtà nei confronti di un errore per costruire la lealtà a una scelta giusta; tradirono i loro seguaci per non tradire se stessi; tradirono il passato per non tradire il presente. A volte per essere fedeli al presente occorre tradire il passato. A volte il tradimento è più difficile della lealtà.”

Caravaggio, I bari, 1594, Kimbell Art Museum, Fort Worth

Cercas ci rivela che più dell’inganno, del sotterfugio, si disprezza chi volta le spalle alla propria parte e alla propria storia. L’inganno è l’atto di chi rompe la fedeltà di gruppo a far orrore, un voltafaccia così oltraggioso che solo un criminale interesse personale – i trenta denari, appunto – lo può rendere comprensibile. Così, però, la politica e la democrazia viene ridotta a una infinita serie di guerra tra bande, senza possibile via d’uscita.

La politica italiana degli ultimi venticinque anni è anche la storia di una lunga ossessione nei confronti del tradimento. Erano traditori, per Silvio Berlusconi, i parlamentari che causarono la caduta del suo primo governo. Traditori dei loro ideali Pd e Forza Italia che, qualche anno più tardi, cercarono intese sulle riforme istituzionali bollate alla svelta e con disprezzo come “inciuci” da giornali e opinionisti. Traditore per i pentastellati il sindaco di Parma Federico Pizzarotti e, dopo di lui, qualsiasi attivista che avrebbe alzato la voce contro lo strapotere di Casaleggio e Beppe Grillo sul movimento. Traditori in potenza tutti i parlamentari presenti e futuri quando, infine, nel contratto di governo Lega e M5S propongono di introdurre il vincolo di mandato rendendo obbligatoria l’ubbidienza al proprio partito di origine nelle votazioni in Aula. Lo stesso uso insistito della parola è un campanello d’allarme del degrado della discussione politica democratica. E un pericolo per il suo corretto svolgimento.

Il sindaco di Parma Federico Pizzarotti

Vediamo tanti più tradimenti e traditori quanto maggiormente si chiudono gli spazi di discussione e di confronto. Bollare una persona come traditore è il modo con cui si espelle il dissenso. Si marchia come moralmente abietto chi si è allontanato da noi. Più si chiudono i gruppi di appartenenza, più cresce la paura del tradimento. Le nazioni in tempo di guerra ne sono  ossessionate. In tempo di pace, invece, i legami si sciolgono, le appartenenze si moltiplicano e si differenziano. Ma ci sono altri momenti più ambigui, come quello in cui viviamo, in cui ci sono partiti e movimenti che arrogano a sé il diritto di rappresentanza della comunità tutta, definita di volta in volta come il popolo, la gente, gli italiani. La pluralità delle identità viene così cancellata in nome di una presunta volontà unica della nazione che sarebbe veicolata da un uomo, o un partito solo. “Gli italiani sono con me” è una frase che ne sottintende logicamente un’altra: chi non è “con me”, allora è “contro di me”, ed essendo contro al popolo, che per definizione in questi sistemi diventa “unico” (come nella Germania nazista), allora è un traditore. Una mostrificazione che già aleggia sui magistrati che osano indagare il ministro degli Interni per la vicenda Diciotti.

Il nazionalismo si tiene insieme anche con la paura dei tradimenti ed è significativo che nel 2014, quando la politica di Israele già si stava avvitando verso una deriva pericolosamente autoritaria e sempre più oppressiva nei confronti dei palestinesi, lo scrittore ebreo Amos Oz abbia lungamente parlato in un suo libro della figura immaginaria di Shaltiel Abrabanel, un sionista che si sarebbe opposto all’idea di Ben Gurion di uno Stato ebreo conficcato in Palestina, risarcimento a millenni di persecuzione, a favore di una convivenza su basi paritarie con gli arabi. “Lo chiamavano traditore – racconta un altro personaggio del libro – perché la remota possibilità che si era aperta a metà degli anni Trenta per l’aspirazione a fondare uno stato ebraico indipendente, per quanto con un minuscolo pezzo di terra, questa remota possibilità aveva conquistato gli animi. Anche il mio.” Il libro si intitola Giuda e, tra le altre cose, riprende una vecchia interpretazione già presente nei Vangeli agnostici secondo cui il tradimento del tredicesimo apostolo non fu altro che l’esecuzione di un ordine di Gesù stesso per portare a termine il suo disegno di morte e resurrezione.

Lo scrittore e saggista israeliano Amos Oz

“Chi porta al mondo una cosa nuova, tradisce le cose vecchie,” ha raccontato in un’intervista Amos Oz. “Traditore era il profeta Geremia, e per gli ebrei Gesù. E lo sono stati Lincoln, De Gaulle, Ben Gurion agli occhi della destra, perché il fondatore del nostro Stato ha rinunciato nel 1948 a metà della Terra d’Israele. Traditore è stato Rabin. E l’hanno ammazzato. Anche io sono stato più volte accusato di essere un traditore. Per me è come una medaglia al merito.”

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