Perché escludere i fascisti dalla società civile è sempre giusto

All’inaugurazione del primo Salone del libro di Torino, nel 1988, il premio Nobel Josif Brodskij accolse l’evento sostenendo che una manifestazione simile “nella città in cui un secolo fa Friedrich Nietzsche perse il lume della ragione è un’idea luminosa con un buon pizzico di follia”. Nel 2019 sembra che sia l’Italia ad aver perso il lume della ragione, legittimando derive di estrema destra che sembravano, se non rimosse, quanto meno mitigate. Le conseguenze sono evidenti in ogni ambito politico e sociale, e avere durante questa edizione del Salone la presenza di una casa editrice dichiaratamente fascista non è assolutamente un’idea luminosa.

Sguardo fiero, colori sgranati e proporzioni da busto del Duce. È la copertina di Io sono Matteo Salvini-Intervista allo specchio, libro curato dalla giornalista Chiara Giannini con la prefazione di Maurizio Belpietro, edito da Altaforte. Lo scorso anno Il Primato Nazionale, giornale lanciato nel 2013 da Casapound, ha annunciato la nascita di una “casa editrice sovranista” – Altaforte, appunto – scrivendo sul proprio sito: “Ma chi l’ha detto che la cultura si sposi solo con la narrazione globalista, cosmopolita, immigrazionista?”. Il responsabile di questa nuova creatura, Francesco Polacchi, non è soltanto un militante di CasaPound, ma anche il suo coordinatore regionale per la Lombardia. Durante un’intervista a Radio24 ha dichiarato di essere un fascista convinto, di considerare l’antifascismo il vero male di questo Paese e Mussolini come “il migliore statista italiano”. Non sono mancate anche le sue lodi per Matteo Salvini, “uno che parla chiaro e mantiene le cose”. La vicinanza con il leader leghista è sempre stata evidente: Polacchi è l’ideatore del brand Pivert, marchio che Salvini ha indossato in pubblico a favore di fotografi e telecamere. Polacchi è stato condannato in primo grado a un anno e quattro mesi per gli scontri di Piazza Navona del 2008, dove i manifestanti fascisti, protetti da passamontagna e caschi, si scontrarono a colpi di mazze e spranghe con gli studenti dei collettivi universitari di sinistra al grido di “Duce, Duce”, lanciando anche sedie e tavoli contro di loro. La presenza dello stand di Altaforte al Salone del libro è più che inappropriata, ma il paradosso è che non può essere evitata.

Il comitato organizzativo del Salone ha infatti risposto alle polemiche spiegando che “è indiscutibile il diritto per chiunque non sia stato condannato per aver propagandato idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, di acquistare uno spazio al Salone”. In pratica si è rifugiato dietro al concetto che CasaPound non è fuorilegge perché si presenta regolarmente alle elezioni politiche e ha quindi il diritto di essere presente al Salone. Qui sorgono però diverse considerazioni, dato che è proprio il ruolo di CasaPound a dover essere ridiscusso: non basta mantenersi nella zona grigia della legalità, palesando idee evidentemente fasciste in modo subdolo, ma senza mai oltrepassare la soglia dell’incostituzionale, per ottenere uno spazio di confronto democratico.

Lo storico Carlo Ginzburg non ha accettato la deriva di questa edizione del Salone. Ginzburg, figlio di Leone, rapito, torturato e ucciso dalle SS nel 1944, non poteva che prendere una decisione: disertare l’evento di Torino. Anche il collettivo di scrittori Wu Ming, che il 12 maggio doveva presentare al Salone un’opera su Tolkien, ha fatto lo stesso, motivando la scelta in modo diretto: “Non abbiamo intenzione di condividere alcuno spazio o cornice con i fascisti”. La loro polemica ha coinvolto anche il comitato della kermesse che “si nasconde dietro il legale per non assumersi una responsabilità politica e morale. Per rigettare il fascismo non serve un timbro della questura. I fascisti vanno fermati e, metro dopo metro, ricacciati indietro”.

Carlo Ginzburg

Nicola Lagioia, scrittore vincitore del Premio Strega e direttore del Salone, ha provato a chiarire alcune questioni. Ha escluso una presentazione del libro di Salvini e ha spiegato che la scelta degli stand non è responsabilità sua, invitando ad aprire un dibattito sull’argomento. È sicuramente un peccato che questa edizione del Salone si trovi sotto i riflettori per un caso politico e non per le iniziative letterarie che propone, ma è l’inevitabile conseguenza di una scelta discutibile. Decisione che non dipende da Lagioia, e nemmeno dallo scrittore Christian Raimo, che si è dimesso dal ruolo di consulente del Salone, pur confermando la sua presenza per “parlare, discutere e anche contestare”. Un altro artista di spicco che si è defilato è Zerocalcare, commentando la sua scelta con parole veraci, come nella tradizione del fumettista: “Mi è davvero impossibile pensare di restare tre giorni seduto a pochi metri dai sodali che hanno accoltellato i miei fratelli. Sta roba prima non sarebbe mai successa. Qua ogni settimana spostiamo un po’ l’asticella del baratro”.

Zerocalcare

Allo stesso tempo si è aperto un nuovo fronte, ovvero gli scrittori che non diserteranno il Salone del Libro proprio per non lasciarlo in mano ai fascisti. A capeggiare questo gruppo si trova Michela Murgia, convinta che “i presidii non vadano abbandonati. Non lasceremo ai fascisti lo spazio fisico e simbolico del più importante appuntamento editoriale d’Italia”. Il problema principale riguardo a CasaPound è l’appropriazione di un nuovo spazio politico, forte della legittimazione da parte di una fetta sempre maggiore dell’opinione pubblica. L’arrivo della Lega al potere ha rappresentato il lasciapassare di ideali che, seppur mascherati, sono sovrapponibili a quelli fascisti. Non a caso il programma elettorale della Lega è pressoché identico a quello di CasaPound, ma presentato da Salvini con toni meno estremisti per non allontanare il voto dei moderati. Quando si grida al pericolo di un ritorno dell’onda nera, il riferimento non è alla manciata di nostalgici che si radunano a Predappio, ma a nuove forme di fascismo, che non parlano di Faccetta nera e balilla, ma di un nazionalismo strisciante, più vicino nelle sue intenzioni all’oltranzismo di Orbàn che allo squadrismo del ventennio. Cambia la forma, ma la sostanza è drammaticamente simile.

Michela Murgia

A colpire è anche il teatro di questa vicenda, ovvero un evento dove i protagonisti sono i libri, massima espressione di cultura e libertà. La stessa libertà che è stata negata durante il fascismo, quando i libri venivano censurati, sequestrati, proibiti, e gli autori allontanati dalla società. Se per vent’anni in Italia non è arrivata alcuna opera di Hemingway, se Vittorini è stato costretto alla clandestinità, se Fernanda Pivano è stata arrestata per delle traduzioni e Moravia ha dovuto scrivere sotto pseudonimo, solo per fare alcuni esempi, è colpa del fascismo. Come in tutti i regimi, la cultura rappresentava il pensiero libero e dunque andava controllata, perché naturale nemica di ogni dittatura. Per il regime fascista era più facile mandare gli intellettuali antifascisti in esilio a Ventotene per non affrontare le voci fuori dal coro, mentre il MinCulPop ricamava le trame di una cultura esclusivamente legata al fascismo, eliminando ogni forma di dissenso. Se i libri erano nemici del fascismo, è ironico che oggi i nostalgici di quel periodo buio abbiano uno spazio proprio nel principale evento editoriale italiano.

Così non stupiscono gli aut aut che si stanno susseguendo in questi giorni. Il museo di Auschwitz, attraverso una lettera al Salone, è stato chiaro: “O noi o i fascisti”. Non esiste nemmeno una scelta giusta o sbagliata nell’affrontare questo argomento. Hanno le loro ragioni quelli che a Torino non metteranno piede, così come ne hanno altre, diverse ma ugualmente rispettabili, quelli che ci saranno proprio per non lasciare il campo libero all’avversario. Il problema non è il modo di reagire a una situazione paradossale, ma il paradosso in sé. In un Paese con una costituzione antifascista non è corretto attaccarsi ai cavilli della legge per legittimare l’esistenza o meno delle formazioni dei neofascisti. Probabilmente non abbiamo mai fatto fino in fondo i conti con il nostro passato, ma il processo di Norimberga non si può replicare in un Salone del Libro; andava fatto prima, o va fatto adesso in altre sedi. Torino semmai deve trasformarsi in un luogo di resistenza, per tenere viva la memoria ed evitare gli errori del passato. Anche se forse è troppo tardi, se dobbiamo tollerare una casa editrice che osanna tanto Matteo Salvini quanto i gerarchi nazisti.

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