Se per 1 italiano su 4 la violenza sulle donne è colpa di come si vestono abbiamo un problema

Il 25 novembre scorso, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, l’Istat ha divulgato una serie di statistiche. Oltre ai consueti dati sulle vittime di femminicidio, l’istituto ha presentato i risultati dell’indagine “Gli stereotipi sui ruoli di genere e l’immagine sociale della violenza sessuale”. Per la prima volta si è potuto dare una misura a una percezione comune: molti italiani danno la colpa alle donne per aver subito una violenza sessuale o giustificano comportamenti violenti, non ritenendoli tali oppure trovandoli accettabili in alcune circostanze. Secondo la rilevazione, quasi 1 persona su 4 (23,9%) ritiene infatti che un modo di vestire succinto possa provocare una violenza sessuale. Quasi il 40% pensa che, se una donna lo vuole davvero, è in grado di sottrarsi a un rapporto non consensuale. Il 15% crede che se una donna subisce uno stupro quando è ubriaca o drogata sia in parte responsabile.

Questi dati hanno provocato forte indignazione su tutti i quotidiani, ma in realtà non dovrebbero stupirci più di tanto. Proprio pochi giorni fa si è concluso il processo a Londra per Lorenzo Costanzo e Ferdinando Orlando, due studenti universitari italiani condannati per aver stuprato una ragazza in discoteca, con una condanna a sette anni di carcere. La notizia aveva fatto il giro del mondo perché le telecamere di sorveglianza avevano ripreso i due mentre si davano il cinque dopo aver consumato la violenza. Secondo diverse testate inglesi come il Daily Mail e il Times, i due uomini avrebbero detto in aula di meritarsi una pena più breve perché vengono “da una cultura diversa”. Evidentemente, parlano della cultura di cui l’Istat ci ha appena fornito una descrizione.

Nel nostro Paese, quello del victim blaming è un problema enorme, che riflette quello che accade in molte aule di tribunale. In Italia la colpevolizzazione della vittima è stata efficacemente rappresentata nel documentario del 1979 Processo per stupro, realizzato da sei giovani donne per la Rai. Il film segue il procedimento giudiziario per stupro di gruppo (allora definito “violenza carnale”) da parte di quattro uomini ai danni di una ragazza di 18 anni, Fiorella, di cui non viene detto il cognome. In particolare, si evidenzia come Fiorella sia costretta a dimostrare di non essere stata lei ad aver provocato la violenza. È diventata famosa l’arringa dell’avvocata Tina Bassi: “Nessuno di noi avvocati […] si sognerebbe d’impostare una difesa per rapina come s’imposta un processo per violenza carnale. Nessuno degli avvocati direbbe nel caso di quattro rapinatori che con la violenza entrano in una gioielleria e portano via le gioie […]: ‘Vabbè, dite che però il gioielliere ha un passato poco chiaro, dite che il gioielliere in fondo ha ricettato, ha commesso reati di ricettazione, dite che il gioielliere è un usuraio, che specula, che guadagna, che evade le tasse!’”.

Ho trovato il documentario completo su YouTube, e chi l’ha caricato ha scritto nel titolo “Quando i talebani eravamo noi”. In realtà, non è raro che si svolgano ancora dei processi simili: la violenza sessuale è forse l’unico caso in cui la vittima deve dimostrare non solo di aver subito un danno, ma anche di essere credibile. Questo è dovuto al fatto che è spesso anche l’unica testimone (perché il reato si verifica quasi sempre in assenza di terzi), per cui al processo si scontrano due versioni: la sua, che racconta la violenza, e quella dell’imputato, che di solito cerca di dimostrare che il rapporto è stato consensuale. Tuttavia, questa valutazione della credibilità della vittima spesso si trasforma quasi in un processo ai suoi danni, ad esempio indagando i suoi comportamenti, l’abbigliamento, le sue frequentazioni o addirittura le sue abitudini sessuali. 

I casi sono molto numerosi: dall’annullamento della sentenza di primo grado per gli aggressori della “scaltra peruviana” che, secondo i giudici, avrebbe organizzato la serata goliardica in cui subì la violenza; alla quattordicenne violentata dal patrigno definita “sessualmente più esperta di quanto ci si può aspettare da una ragazza della sua età”; al famoso processo dei “jeans troppo stretti” che non si potrebbero sfilare senza il consenso della persona. Sono proprio i punti citati nell’indagine Istat: la violenza può essere provocata da un vestiario o un atteggiamento promiscuo.

Inoltre, gli stereotipi in cui credono gli italiani dimostrano anche una scarsa conoscenza del fenomeno della violenza. In quanto dichiarato dagli intervistati c’è infatti un altro stereotipo, forse tra i più duri a morire: che la violenza sia causata dalla donna che compie delle scelte fuori dalla normalità, e che quindi alle donne “perbene”, che fanno le cose “normali” e si comportano bene, queste brutte cose non accadono. In realtà, nella maggior parte dei casi lo stupro non è commesso da uno sconosciuto che si incontra ubriache in discoteca, ma da una persona che fa parte della propria cerchia di conoscenze. Addirittura in 6 casi su 10 si tratta proprio del partner o dell’ex partner. La maggior parte degli abusi si commette quindi nel silenzio della propria casa, dove chi odia le donne le vorrebbe vedere relegate con la scusa della loro sicurezza. Proprio in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, la scrittrice cattolica tradizionalista Costanza Miriano ha scritto su Facebook che la violenza peggiore che ha subìto è stata quella di dover andare a lavorare quando aveva figli piccoli. Buon per lei, verrebbe da dire, ma qualcuno dovrebbe anche farle sapere che il 60% delle violenze sessuali (quelle vere) si consuma proprio lì, tra le mura domestiche.

Come spiega Maia Szalavitz sul Guardian, la colpevolizzazione della vittima si basa sia su un meccanismo psicologico sia su un retaggio culturale. Istintivamente, siamo portati a pensare che le cose brutte accadano solo alle persone “cattive”, secondo quello che lo psicologo sociale Melvin J. Lerner chiama “just-world bias”, o “ipotesi del mondo giusto”. Questa ipotesi è quella che spinge la maggior parte di noi a fare del bene, con l’idea che verremo premiati in qualche modo. Quando abbiamo prova che il mondo è tutt’altro che giusto, come quando sentiamo al telegiornale di un caso di abuso sessuale, siamo portati a credere che ci sia un motivo per cui accadono cose terribili, ed è il fatto che le persone si comportano come non dovrebbero.

Ovviamente il just-world bias non è sufficiente a spiegare la pervasività del meccanismo di colpevolizzazione della vittima, che raggiunge il suo apice proprio nei confronti delle donne. Nessuno si sognerebbe di incolpare un gioielliere a cui è stata rubata la mercanzia per averla esposta in modo troppo allettante – come diceva Tina Bassi – mentre, come dimostrano i dati Istat, 15 milioni di italiani accuserebbero una donna di aver provocato la violenza esponendo il proprio corpo. Questa differenza si spiega solo e soltanto chiamando in causa la cultura patriarcale in cui siamo tuttora immersi e secondo la quale le donne dovrebbero comportarsi “in un certo modo”. E questo modo è quello della remissività, della passività e della continenza.

Oggi, per dimostrare la credibilità delle vittime, non si fa più la tortura dello schiacciamento delle mani come successe nel 1612 ad Artemisia Gentileschi ma, come racconta in modo esemplare la serie Unbelievable, la tortura psicologica che unisce colpevolizzazione e discredito è ancora una realtà. E il victim blaming non è esclusiva dei processi, ma riflette la nostra cultura, il nostro modo di pensare, amplificato dal modo in cui la violenza viene poi raccontata dai media. Basta leggere gli articoli dedicati alla morte di Elisa Pomarelli e guardare l’intervista di Bruno Vespa a Lucia Panigalli, donna sopravvissuta a un femminicidio, per rendersene conto: il nostro sguardo è parziale, la nostra prospettiva è maschile perché è quella dominante, e quindi tende a giustificare, a cercare delle scusanti, a trovare delle conferme. E degli uomini che affermano orgogliosamente di non riconoscersi in quella cultura o, addirittura, di “non aver mai fatto del male a una donna” (forse aspettandosi una medaglia al valore civile?) non ce ne facciamo niente. È necessario un ribaltamento della cultura, un cambio di prospettiva forte e radicale che, per prima cosa, deve prendere atto proprio del fatto che non basta dissociarsi o relegare la responsabilità della violenza sessuale e della cultura dello stupro “a qualcun altro”. È responsabilità di tutti, invece, e questa sconfortante infografica dell’Istat ce ne ha dato, per la prima volta, una misura tangibile.

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