Il Pride non è sobrio e non potrà mai esserlo

La sobrietà da perseguire, gli eccessi da evitare. Le parrucche nel cassetto, le cravatte ben annodate. Ogni anno, a primavera, con i Pride tornano i castigatori dei costumi, i benintenzionati che indicano la strada della “protesta ragionevole”. Volete diritti per le persone LGBTQ+? Allora comportatevi bene.

Vincenzo Spadafora – sottosegretario alle pari opportunità e fra i protagonisti del ridicolo teatrino sul patrocinio del governo al WCF di Verona – ci fa sapere che è “giusto il Pride per ricordare la necessità di pari diritti. Ciò che a me non piace sono gli eccessi”. Pierluigi Diaco, prossimo allo sbarco nella Rai del cambiamento, ci ha notificato dalle colonne di Libero che “il vero diritto a cui dovrebbe ambire la comunità gay è quello alla normalità e alla sobrietà”. Buoni consigli che, in mancanza di cattivi esempi, possiamo tranquillamente ignorare. Gli sberleffi, i nudi, le allusioni sessuali sui manifesti rimangono e rimarranno. Perché semplicemente sono un omaggio all’unica cosa che non possiamo cambiare: il passato.

Vincenzo Spadafora

Nella narrazione ipersemplificata che accompagna il 50esimo anniversario dei moti di Stonewall non c’è mai un prima e, così, è difficile capire anche il dopo. Eppure la rivolta nel bar di New York iniziata la notte del 27 giugno del 1969 e che è considerata convenzionalmente la data di nascita del moderno movimento LGBTQ+ verrebbe capita meglio se si conoscesse la cesura radicale rispetto agli anni precedenti. Prima di allora, in effetti, i gay e le lesbiche davvero manifestavano in giacca e cravatta (gli uomini) o tailleur (le donne) in nome della rispettabilità. Avevano obiettivi graduali, molti erano sinceramente convinti che parte della discriminazione nei loro confronti fosse giustificata; ottennero qualcosa che allora sembrava molto e che, dopo il 1969, all’improvviso si rivelò essere pochissimo rispetto a quello che si poteva realmente guadagnare con la rivolta, la sfida all’autorità, lo sberleffo. Perché non siamo sobri, quindi? Perché lo eravamo e non ha funzionato. Perché esserlo voleva dire lasciare indietro una parte di noi – i gay effeminati, le lesbiche butch, le drag queen, i drag king, le persone transgender, la comunità nera, le persone più povere – che dentro il recinto della rispettabilità non sarebbero comunque entrati.

Bisogna andare a recuperare una vecchia foto sul New York Times per capirle cosa ha significato Stonewall rispetto a quello che c’era solo pochi anni prima. Siamo nel 1966 e quattro giovani uomini in giacca e cravatta, bianchi, siedono al bancone di un bar del Greenwich Village, il Julius. Sono tutti e quattro membri della Mattachine Society, un’associazione che si definiva “omofila” e che allora era il fulcro dell’attivismo gay. La foto è storica: il barista ha una mano sul bicchiere per impedire a uno dei quattro, Dick Leitsch, di bere. Il motivo è che Dick ha appena dichiarato di essere omosessuale e una legge in vigore nella città vieta di servire alcol a persone con comportamenti “disordinati”.

L’anno prima, a Washington, la Mattachine Society aveva organizzato la prima protesta davanti alla Casa Bianca contro la repressione nei confronti degli omosessuali in Usa e a Cuba. Racconta uno degli attivisti, Jack Nichols, che lui fu scelto come capofila perché alto e “all-American sort”, un tipo americano, insomma, che in questo caso vuol dire bianco, non immigrato né di colore. Era una giornata calda, qualcuno borbottava per l’obbligo di cravatta e vestito per gli uomini, completo per le donne. “Se ti batti per non essere discriminato al lavoro, allora devi vestirti in maniera adatta”, ribatteva il presidente di allora della sezione di Washington, Frank Kameny.

Ma torniamo al Julius. La protesta del sip in fu il primo grande successo del movimento gay a New York. Leitsch e gli altri attivisti ottennero, grazie a una campagna mediatica e utilizzando le tecniche non violente mutuate dal nascente movimento per i diritti civili, che gli omosessuali non fossero ostracizzati in quanto tali grazie a una nuova interpretazione, più flessibile, delle regole in vigore. E, tuttavia, il riferimento ai comportamenti “disordinati” continuava a colpire molte persone LGBTQ+ e altre norme, come quelle contro il travestitismo che impediva di circolare liberamente se si avevano indosso tre capi di vestiario non corrispondenti al proprio sesso biologico, continuavano a discriminare soprattutto le persone transgender. La battaglia del sip in racconta molto di quegli anni. Tutti i partecipanti sono maschi, cisgender, bianchi, uomini che vogliono apparire prima di tutto rispettabili. Tra le principali rivendicazioni dell’associazione c’era, oltre a quella di poter frequentare liberamente i bar senza essere arrestati, la richiesta alle istituzioni per arginare gli abusi della polizia corrotta, che usava agenti in borghese per adescare gay nei bagni pubblici e nelle saune e quindi ricattarli. Questo era, più o meno, tutto quanto fosse lecito e ragionevole rivendicare nel 1966 e negli anni seguenti, fino a poco prima del giugno 1969. Dopo, tutto cambia.

Dick Leitsch, 1965

Perché la rivolta scoppiò allo Stonewall in risposta all’irruzione della polizia nel locale, è uno di quei fatti su cui gli storici del movimento si interrogano da anni. I raid dentro i bar a New York in quegli anni erano frequenti, gli arresti quasi una routine. Perché allo Stonewall e non altrove? Lo storico David Carter, nel suo Stonewall – The riots that sparked gay revolution, fornisce alcune risposte. Lo Stonewall non era il paradiso, anzi. Gestito dalla mafia, senza acqua corrente, senza vie di fuga possibili in caso di incendio, serviva cocktail annacquati ed era utilizzato dalla criminalità organizzata per ricattare uomini ricchi, soprattutto agenti di Borsa di Wall Street, che lì amavano passare le notti. Lo Stonewall, però, era anche uno dei pochi bar dove fosse possibile ballare in due grandi stanze sul retro, con le parenti dipinte di nero. Nessun altro posto si sarebbe preso il rischio di permettere a due uomini, o a due donne, di abbracciarsi in pubblico e muoversi al ritmo della musica. Qui, soprattutto, trovavano accoglienza le persone queer rifiutate altrove. Uomini troppo effeminati o donne troppo mascoline. Transgender. Travestiti. Giovani homeless. Neri. Era il bar degli ultimi tra gli ultimi, quelli che non avevano nulla da perdere e che, fuori dallo Stonewall, non avrebbero potuto andare altrove. Odiavano i poliziotti, che chiamavano “Lily law”, molti di loro dormivano per strada, alcuni campavano di prostituzione, altri di espedienti.

Moti di Stonewall, New York, 1969

Non sappiamo con certezza se a scatenare la rivolta contro la polizia fu una scarpa con il tacco lanciato da Sylvia Rivera, se fu la drag queen Marsha P. Johnson, o la lesbica di colore Stormé DeLarverie, che, portata via dalla polizia perché vestita illegalmente da uomo e dolorante per una manganellata alla testa, urlò ai giovani gay fermi ai lati della strada, paralizzati dalla paura: “Perché voi, ragazzi, non fate qualcosa?”. Quel che sappiamo per certo è che, scrive Carter, “Tutte le evidenze a noi disponibili ci portano a concludere che la rivolta dello Stonewall è stata istigata e portata avanti dai più disprezzati e marginali elementi della comunità lesbica, gay, bisessuale e transgender”. Ed è scoppiata perché, al contrario di molti gay bianchi, che vivevano una doppia vita, tutte queste persone non potevano nascondere quello che erano e d’altra parte, non avevano nulla da perdere. “Eravamo topi di strada” ha scritto Thomas Lanigan-Schimdt, une delle poche persone che possiamo dire con certezza abbia partecipato ai moti di Stonewall, perché ci sono le foto a provarlo.

Moti di Stonewall, New York, 1969

Il tempo della rispettabilità, della sobrietà, se mai è esistito, è finito quella notte del giugno del 1969. Su Cristopher Street, nelle prime ore della mattina del 28 giugno e poi nelle notti seguenti, una folla di uomini effeminati, travestiti e lesbiche in abiti maschili tenne in scacco la polizia e umiliò i reparti anti-sommossa incapaci di venire a capo di una rivolta portata avanti da persone che, per la loro “ambiguità sessuale”, erano considerate le meno capaci di difendersi e combattere. I ragazzi reagivano alle cariche della polizia intrecciando le braccia tra loro, cantando mentre avanzavano: “We are the Stonewall Girls / We wear our hair in curls / we wear no underwear: / we show our pubic hairs”. “Siamo le ragazze dello Stonewall / portiamo i capelli con i riccioli / non mettiamo le mutande: / mostriamo i peli pubici”. C’erano le botte, c’erano gli sberleffi. Dick Leitsch, l’uomo che tre anni prima era stato protagonista del sip-in, racconta che a un certo punto un ragazzo portoricano molto effeminato, definito “queen”, venne fermato da un poliziotto che alzò il manganello su di lui. Prima che il poliziotto lo colpisse, però, il ragazzo si era girato a chiedergli: “Non ti andrebbe un grosso cazzo ispanico su per il tuo piccolo culo irlandese?”. Il poliziotto, racconta Leitsch, fu così disorientato che il ragazzo fece in tempo a divincolarsi, e a scappare.

Quello che è venuto dopo, è storia. Le manifestazioni in strada, il radicalismo del Gay Liberation Front, le nuove fanzine dal linguaggio sempre più esplicito, la liberazione sessuale prima degli anni dell’Aids. In breve, tutto quello che abbiamo ottenuto smettendo di essere sobri, accettabili.

Alcuni membri del Gay Liberation Front durante una protesta a Londra, 1971

Sono arrivati gli anni del “gay power”, il movimento si è saldato con quello degli studenti, a nessuno bastava più un solo bar dove passare la notte. Poco meno di vent’anni dopo, l’artista Keith Haring disegnerà un omino che apre festoso una porta e balza fuori: out of the closet, fuori dell’armadio. L’immagine del coming out è, ancora oggi, la miglior metafora del 1969 e, non a caso, è stata scelta dal Leslie Lohman Museum per la mostra “Art after Stonewall” aperta a New York per i cinquant’anni dei moti.

Poteva andare diversamente? Forse, ma il passato è l’unica cosa che non possiamo cambiare. Lo Stonewall, che ha riaperto negli anni Novanta, è ancora lì, in Christopher Street. Girato l’angolo, pochi metri a nord, il Julius non ha mai smesso di servire cocktail e birre. Una foto dietro il bancone ricorda Dick Leitsch, che è morto il 22 giugno del 2018. Sono morte anche Sylvia Rivera, Marsha P. Johnson, Stormé DeLarverie. Ma i giovani queer non si incontrano più qui, al Greenwich Village. Sono migrati in massa a Brooklyn, su fino a Bushwick dove discoteche come House of Yes celebrano ogni sera il meticciato di etnie, identità e ruoli di genere con sere danzanti che sarebbero piaciute agli avventori dello Stonewall e avrebbero forse un po’ scioccato quelli del Julius. Sono spariti i bagni divisi tra uomini e donne, nessuno chiede a nessun altro di identificarsi come uomo o donna, gay, bisessuale o transessuale, il travestitismo è incoraggiato, l’unica regola che deve essere rispettata da tutti scrupolosamente è quella del consenso, prima di qualsiasi approccio con un’altra persona. È il mondo dopo Stonewall e no, non ha l’aria della sobrietà. Come ogni Pride che si rispetti.

Segui Samuele su The Vision | Twitter | Facebook
Seguici anche su:
Facebook    —
Twitter   —  

Seguici anche su: