I disabili hanno diritto di fare l'amore. Ma lo Stato non è d’accordo.

In una società in cui il piacere fisico e l’erotismo sono prerogativa dei belli e dei sani, i corpi resi imperfetti da una disabilità restano incastrati nello stereotipo degli angeli asessuati, degli eterni ragazzi, o peggio, sono sessualmente emarginati. In Germania, Danimarca, Svizzera e Paesi Bassi le persone con handicap si possono rivolgere a professionisti che li aiutino nel loro percorso verso il piacere, mentre in Italia non riusciamo nemmeno a parlarne.

Il fatto che rimaniamo ancora stupiti nel vedere che un corpo imperfetto possa essere oggetto di un contatto fisico affettuoso, è indicativo di quante barriere culturali dobbiamo ancora superare nel nostro rapporto col diverso. Ma mentre aspettiamo che la società cambi, ci sono delle soluzioni per far sperimentare il piacere anche ai disabili.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2002, ha definito la sessualità come elemento centrale nella vita degli esseri umani, ma, complice la cultura cattolica pervasiva, in Italia non riusciamo ancora a parlarne con naturalezza. Sono quattro anni che quasi tremila persone aspettano una risposta. 2900, tra disabili e familiari, che attendono di sapere se anche le persone con handicap hanno diritto a provare piacere.

“Perché le case di cura insegnano ai disabili come cucire portafogli, o cucinare da una sedia a rotelle, ma non come gestire un’immagine deformata di loro stessi? Perché non insegnano ad amare e essere amati attraverso il sesso, o ad apprezzare corpi diversi dagli altri?” Queste sono le parole di Mark O’Brian, poeta e giornalista americano costretto in un polmone d’acciaio per via di una poliomielite contratta all’età di sei anni. Le scriveva nel maggio del 1990, 9 anni prima di morire dopo una vita intensa e ricca di sofferenza, ma anche d’amore. O’Brian racconta sulle pagine del The Sun l’esperienza che più di tutte gli ha cambiato la vita, nonostante una relazione felice e diverse soddisfazioni accademiche e professionali: le quattro sedute con una sexual surrogate, la donna che gli ha insegnato ad amare e a essere amato, che l’ha fatto sentire “vittorioso, purificato, sollevato”.

Mark O’Brien

La figura del “surrogato sessuale” – termine che in italiano non risulta particolarmente ospitale – è una sorta di consulente, un terapista specializzato che aiuta chiunque abbia problemi con la propria sessualità. Quando si tratta di persone disabili, le accompagna attraverso un percorso di conoscenza del corpo, loro e altrui, per insegnare il piacere di una carezza, fino all’accompagnamento alla masturbazione. In Europa una figura simile, definita “assistente sessuale”, ma focalizzata esclusivamente sul trattamento delle disabilità, è presente e legalizzata in Danimarca, Svizzera, Germania e nei Paesi Bassi.

“Ognuno ha bisogno del contatto fisico, nel rispetto e nell’amorevolezza. Toccare ed essere toccati contribuisce a portare gioia nelle nostre vite. Se non proviamo questo, qualcosa manca, e ciò può portare ad aggressività o depressione,” mi spiega Nina de Vries, assistente sessuale olandese che svolge questo lavoro in Germania da decenni. “L’incapacità, l’ignoranza o il semplice rifiuto di affrontare questa tematica possono essere la causa di molta solitudine, bisogno emotivo, comportamenti ossessivo-compulsivi, tensione, aggressività verso se stessi e verso gli altri e una serie di atteggiamenti deleteri.” Certo, l’ideale sarebbe che queste pulsioni venissero soddisfatte per amore e non per denaro, ma non sempre è possibile e, come traspare dalle parole di Nina, non sempre le due cose sono così distanti. “Non si tratta di pietà o compassione, ma della meraviglia di far provare a qualcun altro un sentimento positivo su di sé o sulla propria sessualità. Secondo me, il fatto che le persone disabili abbiano solitamente più difficoltà a fare le loro personali esperienze sessuali è collegato a un modo di vivere la sessualità chiuso, limitato e ristretto.”

Anche se negli ultimi anni il tema della diversità sembra essere tornato di moda, la rivoluzione culturale rimane lontana. Self-acceptance, curvy pride, body-shaming awareness: dietro a queste etichette la perfezione continua a ossessionarci. Le deformità o le disabilità, sono caratteristiche che fanno naturalmente parte della condizione umana, ma facciamo ancora molta fatica a pensare che anche un corpo considerato imperfetto possa essere oggetto di desiderio, o che possa desiderare di provare piacere.

Ma il tabù, in Italia, non si limita certo alle persone portatrici di handicap. Diversamente da altri Paesi europei, per esempio, non abbiamo una normativa sull’educazione sessuale, una legislazione chiara in tema di prostituzione, né riusciamo, a 40 anni dall’approvazione della 194, a superare l’ostacolo delle altissime percentuali di obiettori di coscienza nei nostri ospedali pubblici. Tutto questo perché, dall’inizio del secolo scorso a oggi, seppure qualche illuminato ci abbia provato, nessuna forza di governo è stata in grado di superare le opposizioni del partito traversale più rappresentato in Parlamento, forse la più lampante e accettata ingerenza di uno Stato straniero nella politica italiana: il Vaticano.

C’è però chi sta cercando di scalare questi muri, o quantomeno di crearvi una piccola breccia, per permettere alle persone disabili di vivere la loro sessualità anche in situazioni difficili. Maximiliano Ulivieri, presidente del “Comitato per l’assistenza sessuale alle persone con disabilità” e fondatore del progetto Love Giver, cerca da cinque anni di far calendarizzare una proposta di legge che permetta di regolamentare la professione dell’assistente sessuale anche nel nostro Paese, anche se in una versione più soft: resta nell’ambito della guida, della stimolazione o della carezza, ma non arriva a parlare di rapporti completi. “Siamo in un Paese in cui già a parlare di accompagnamento alla masturbazione per persone che non possono farlo da sole si scatena il putiferio, figuriamoci a parlare di penetrazione,” mi dice. “Non ci muoviamo di una virgola. Per adesso è impostato in questo modo, che comunque è già moltissimo perché bisogna considerare che queste persone partono da zero: quindi un contatto fisico con l’altra persona, la scoperta del proprio corpo, del corpo altrui, gli abbracci e le carezze, il contatto con le parti stimolanti è tantissimo.”

Maximiliano Ulivieri, fondatore del progetto Love Giver

Dal 2014 a oggi non ci sono stati grossi passi avanti dal punto di vista legislativo. Con le ultime elezioni anche i loro referenti in parlamento sono cambiati e dunque si dovrà ricominciare tutto da capo, ma nel frattempo i professionisti di Love Giver hanno iniziato la selezione del personale specializzato tramite dei test sviluppati appositamente. I 17 selezionati hanno seguito un corso formativo da operatori all’emotività, all’affettività e alla sessualità, durante il quale hanno approfondito tutti gli aspetti della professione; da quello medico, legato alle disfunzionalità sessuali che si possono presentare a seconda della disabilità, a quello sessuologico, legale e psicologico. Un’esperta assistente sessuale tedesca ha illustrato loro le possibili problematiche e come gestirle e ora stanno svolgendo un tirocinio presso le associazioni che hanno aderito all’Osservatorio Nazionale sull’Assistenza Sessuale. Come mi spiega Maximiliano, tutto questo rientra ancora nei limiti di legge.

Il problema, però, sorgerà nel momento in cui queste persone saranno pagate per svolgere un’attività dichiaratamente legata alla sfera sessuale. Il rischio più concreto è quello dell’accusa di favoreggiamento alla prostituzione. “Ma non è un problema, io inizio lo stesso. Sono cinque anni che ci lavoro,” racconta Max. Non è effettivamente un caso se tutti i Paesi sopracitati, quelli in cui questa professione è svolta regolarmente, hanno una chiara legislazione in ambito di lavoratori e lavoratrici del sesso. Il che non significa che le due cose siano assimilabili, ma denota la volontà da parte del legislatore di riconoscere un aspetto che fa naturalmente parte dell’esperienza umana e che invece l’Italia preferisce ignorare per non urtare la sensibilità di alcuni.

Nessuno nega che ci siano moltissime aree grigie, possibili controversie e problematiche legate all’istituzionalizzazione di una professione che andrebbe ad agire su una categoria di persone vulnerabile, per di più toccando una sfera molto delicata. Il dottor Lelio Bizzarri, psicologo e psicoterapeuta, nonché esperto in sessualità, dice che secondo lui, ad esempio, il progetto di Love Giver non è sbagliato, ma andrebbe rivisto, limitandolo solo a quelle categorie di disabili che, per via della patologia, non possono né praticare l’autoerotismo, né avere rapporti. Per tutti gli altri sarebbe preferibile un’educazione sessuale specificamente pensata per le disabilità, ma soltanto teorica, che spinga le persone con handicap ad avere una vita sentimentale e sessuale uguale agli altri. “Può essere stigmatizzante e creare confusione il fatto che i disabili abbiano accesso a una sessualità fornita per prestazione professionale. Ovviamente questo strumento risolve tutta una serie di problematiche che esistono nella vita reale, però è un po’ come riprodurre a livello sessuale la logica del contesto protetto. Viene proposta questa figura con il termine di “love giver” e soprattutto per le persone con handicap intellettivo, ad esempio, potrebbe non essere chiaro che si tratta di un operatore che fornisce un’esperienza professionale”, e non un partner.

Il punto di vista del dottor Bizzarri, seppure in parte contrario alla soluzione di Love Giver, è solo l’ennesima prova della necessità di portare il tema della sessualità delle persone disabili sul piano del dibattito pubblico e parlamentare. Proprio per via della complessità dell’argomento, è necessario che voci autorevoli possano confrontarsi per giungere a una soluzione ponderata che tuteli, in primo luogo, i disabili e le loro famiglie. Perché l’errore più ricorrente nel nostro Paese, specialmente quando si tratta di temi controversi, è quello di pensare che regolamentare una situazione voglia dire crearla, quando invece si tratta di realtà già presenti e spesso drammatiche. “Succedono cose brutte nei casi in cui non c’è una persona che sappia aiutarti e quindi si cercano prostitute di cui non ho nessun giudizio negativo ma risulta complessa per i genitori cercare in certi ambiti   in altri casi sono le madri a farlo; in altri casi queste persone possono essere abusate dagli altri,” mi racconta Maximiliano Ulivieri.

Elisabetta Velina Padana è una escort di Milano che abbiamo contattato per cercare di capire in che modo oggi, senza la figura dell’assistente sessuale, un uomo o una donna con disabilità possano soddisfare i propri bisogni in assenza di un partner, che sia occasionale o stabile. Lei ci tiene a precisare di accettare solo clienti con disabilità fisiche, non mentali, perché è condizione necessaria che il cliente sia consapevole di quello che sta facendo. Mi racconta anche che non molte delle sue colleghe gradiscono ricevere persone con disabilità, perché “è meglio non incontrare quelli strani”  e perché “avere a che fare con uomini in carrozzella le fa sentire a disagio.” Una conferma della difficoltà che abbiamo nel rapportarci con questo tipo di condizione.

Secondo Elisabetta Velina Padana, in realtà, non sono molte le differenze tra i suoi clienti portatori di handicap e gli altri. “Per quanto riguarda le esigenze fisiche, se ne parla tranquillamente durante l’incontro, il cliente mi esprime le sue preferenze in merito, mi racconta le sue fantasie. Se è presente una disabilità mi regolo di conseguenza per rendere l’incontro “su misura” per il cliente disabile. Ad alcuni clienti, come gli autistici ad alto funzionamento, piace stare a letto abbracciati, gradiscono molto le coccole. Una persona con disabilità fisica ha magari invece bisogno di un diverso contatto cinestesico: mi piace prendergli le mani, ad esempio, e appoggiarle sul mio seno. Perché a volte sono troppo timidi per prendere iniziative quindi faccio tutto io.”

Ma rivolgersi a una escort, o a un gigolò, non è una cosa che tutti possono permettersi: i prezzi, quelli che Elisabetta Velina Padana chiama “i regali”, vanno dai 500 euro per due ore nel suo studio, fino a 5 mila per un fine settimana insieme. E per di più non è una soluzione che tutti sarebbero disposti ad accettare, soprattutto dal momento in cui, almeno per ora, in Italia non è riconosciuta favorevolmente dall’ordinamento.

Il progetto di Love Giver offrirebbe un’alternativa che è sembrata percorribile alle 2.900 persone che hanno fatto richiesta all’associazione, per sé o per un proprio familiare con handicap. 2.900 di cui solo una decina erano donne. Una di queste è C, una ragazza di 20 anni della provincia abruzzese affetta da spina bifida. “I miei coetanei hanno dei pregiudizi, non mi salutano, hanno un altro mondo, non possono capire il mio. Non sono preparati psicologicamente. Per una persona disabile serve un esperto. Secondo me queste esperienze si devono vivere senza farsi del male, dev’essere una cosa che ti devi ricordare, con una persona preparata. Una qualunque non capirebbe, si troverebbe impreparata, lì sta il trauma. Io sono pronta ad affrontare questa cosa. Mi farebbe sentire meglio di [uscire] con un ragazzo che magari lo fa perché gli faccio pena. È meglio avere sei sedute fisse che avere una storia con uno stronzo, scusa il termine! Speriamo che se ne parli, che non ci siano più questi pregiudizi. Io dico solo questo: per me è una cosa normale!”

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