La paura pervade gli italiani. È così che inizia la distruzione della democrazia.

Il 5 aprile 1588 l’Inghilterra della regina Elisabetta aspettava l’imminente invasione della flotta spagnola passata alla storia come l’Invincibile Armada. In quel clima di paura, una donna partorì prematuramente per lo stress. Il bambino, anni dopo, ricordò quel giorno dicendo “Mia madre mise al mondo due gemelli: me stesso e la paura”. Quel bambino era Thomas Hobbes, il filosofo inglese tra i padri del giusnaturalismo. 

Il pensiero di Hobbes è profondamente legato alle condizioni della sua nascita. Per il filosofo vi è un’emozione che guida più di tutte l’agire umano e, di conseguenza, la politica e le nostre relazioni con gli altri individui: la paura. Non è un caso che il suo pensiero, alla base della filosofia politica moderna e del realismo politico, si basi sull’assunto che l’essere umano sia dominato da quella sola emozione: la paura. 

I dati ci dicono che la paura è diventata da anni il sentimento dominante nell’italiano medio. Come riporta l’Unidicesimo Rapporto sulla sicurezza in Italia e in Europa, il 75% degli italiani percepisce per sé o per la propria famiglia un’insicurezza globale (legata ai temi dell’ambiente, delle guerre e della globalizzazione) mentre l’insicurezza economica tocca il 62% e il 46% ritiene che gli immigrati siano un pericolo per l’ordine pubblico e la sicurezza delle persone. Il clima diffuso di paura in cui viviamo è testimoniato dal 63% di connazionali secondo cui il tasso di criminalità è aumentato rispetto a 5 anni fa, nonostante le statistiche dimostrino che il 2018 si è distinto per un calo complessivo dei reati registrati, confermando una diminuzione che va avanti da anni. Una parte della spiegazione a questa contraddizione si può trovare nello spazio che i media dedicano alla cronaca nera, unita alla la propaganda securitaria condotta da diverse formazioni politiche contro i migranti e le minoranze.

Uno dei primi a individuare questo rischio in epoca moderna è stato il francese Montesquieu, che attribuisce a ogni forma di governo un principio fondatore. La forma di governo repubblicana (e quindi la democrazia) presuppone come principio la virtù, ovvero l’anteporre il bene collettivo al bene individuale, senza la quale non può conservarsi. Il governo dispotico, al contrario, trova le sue fondamenta nella paura. Questa annichilisce l’ethos valoriale e simbolico condiviso tra i cittadini che sta alla base dello stato democratico. I valori, le idee e il sentire comune condivisi che permettono di vivere in una comunità politica vengono messi in discussione, poiché vengono meno l’empatia e la fiducia reciproca, vero collante di questo ethos. In questo modo il popolo è diviso, frammentato e incapace di reagire attraverso un’azione collettiva:  ciò significa che la paura che regge il governo dispotico non è tanto quella verso il detentore del potere, ma quella verso gli altri uomini e le altre donne. È quello che accade anche in Italia, dove l’Istat riporta che solo una persona su cinque dichiara di avere fiducia nel prossimo.

Quasi due secoli dopo Montesquieu, Hannah Arendt, politologa e filosofa di origine tedesca, parla del terrore come di uno dei fondamenti del governo totalitario. Per Arendt, il terrore è la vera essenza del regime totalitario perché distrugge ogni diversità e complessità e obbliga alla semplificazione davanti a un mondo complesso e in divenire, cancellando lo spazio relazionale tra gli individui e annullando ogni libertà, fino a ridurre la persona a un automa facile da controllare. Il terrore viene perpetuato dallo stato grazie all’uso di una giustizia che può cambiare in qualsiasi momento in base alla volontà di chi detiene il potere, infrangendo lo stato di diritto con l’uso continuo e arbitrario della violenza. Se l’Italia non è ancora arrivata a questo punto, è però vero che un’aggressività sempre più esplicita, fisica e verbale, trova crescente spazio negli insulti sui social e nelle dichiarazioni dei politici, nelle leggi dello Stato (come la legittima difesa) e nelle opinioni degli italiani: basti pensare al giovane su tre che si dice favorevole alla pena di morte. Arendt e Montesquieu parlano chiaro: la paura conduce a uno stato totalitario e distopico.

Hannah Arendt

Molti Paesi hanno risposto al problema della paura (avesse essa per oggetto gli immigrati, la crisi economica o l’impoverimento della classe media) rinunciando a libertà e diritti per affidarsi a nuovi “uomini forti”, nuovi Leviatani teorizzati da Hobbes. La Turchia in pochi anni è passata dall’essere vicina all’ingresso nell’Unione europea a una democratura retta in maniera dispotica da Recep Tayyip Erdogan. La Russia, vessata da una devastante crisi economica seguita al crollo dell’Unione Sovietica, ha deciso di affidarsi a Vladimir Putin, che governa il Paese dal maggio del 2000, limitando progressivamente libertà e diritti fondamentali. In tempi più recenti l’Ungheria di Orbàn, il Brasile di Bolsonaro, gli Stati Uniti di Donald Trump e l’Italia del governo gialloverde hanno seguito la medesima strada.

La politica può agire in due modi di fronte alla paura. Il primo è quello più semplice e diffuso: usare il terrore per favorire i propri interessi di partito, soffiando sempre più sul fuoco della rabbia e della paura dei cittadini, in un circolo vizioso che rischia di compromettere l’istituzione democratica. Il modo migliore per farlo è la politicizzazione di temi legati a una visione superficiale della sicurezza e la loro ossessiva riproposizione all’interno dello spazio pubblico, per indirizzare la paura delle persone verso un capro espiatorio. Prendiamo per esempio l’attenzione politica e mediatica ricevuta dal caso della nave Jonio: il fatto che lo sbarco di 49 migranti preoccupi di più di un’evasione fiscale pro capite di 3156 euro annui è sintomo di una politica che diventa intrattenimento mediatico per distogliere l’attenzione dai problemi concreti del Paese, origine reale della paura. 

L’alternativa non è semplice da realizzare, perché presuppone un modo completamente nuovo e differente di intendere la politica, non come mercato elettorale o come mezzo di ascesa personale, ma come unica possibilità per risolvere i problemi della società. Il primo passo è quindi studiare le cause della paura per dare risposte concrete all’incertezza dei cittadini, analizzando le contingenze attuali e storiche per elaborare soluzioni di lungo periodo. Una prospettiva difficile da realizzare in una società liquida in cui il cambiamento va più veloce della nostra possibilità di interpretarlo e controllarlo, e dove la mediatizzazione costante della realtà impedisce riflessioni complesse ed elaborate, soprattutto nelle tribune politiche. La precarietà del lavoro, l’impoverimento della classe media, la solitudine e il disgregarsi dei legami sociali devono devono tornare a essere temi centrali, spodestando la piccola criminalità e l’immigrazione dalle prime pagine dei giornali e dai profili social dei politici italiani e non.

Solo una politica guarita dalla malattia della demagogia, della superficialità e della banalità può ottenere questo risultato. I cittadini posso ancora dare il via a questo cambiamento con il loro voto. Sembra però improbabile, al momento, che un elettorato sempre più simile a un pubblico televisivo possa premiare alle urne chi propone soluzioni elaborate e complesse. Improbabile, ma quanto mai necessario. Se non si prendono scelte di lungo periodo oggi, il nostro destino sarà inevitabilmente quello di diventare tutti fratelli di Hobbes.

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