Viviamo in uno stato di nebbia cerebrale. Il mondo ha messo il turbo, a noi si è rotto il cervello. - THE VISION
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“I feel a troubling kind of opacity in my brain lately — as if reality were becoming illegible, as if language were a vessel with holes in the bottom and meaning was leaking all over the floor”, scrive Jia Tolentino, giornalista del New Yorker, in un articolo del 3 maggio. My Brain Finally Broke è presto diventato quello che comunemente definiremmo un pezzo virale, forse per l’efficacia del titolo, forse perché siamo nel pieno dell’era del Brain rot, ciò che l’Oxford Dictionary ha definito “il presunto deterioramento dello stato mentale o intellettuale di una persona, soprattutto come conseguenza di un consumo eccessivo di materiale (in particolare di contenuti online) considerato banale o poco impegnativo”. Sta di fatto che, più che uno dei miliardi di contenuti da consumare online, My Brain Finally Broke sembra un manifesto. O un grido di aiuto collettivo, dentro il quale tutti e tutte ci possiamo immedesimare, ciascuno con il suo personale stato di opacità cerebrale, più o meno consapevole. 

Me ne sono resa conto in un modo banale, prendendo molti treni e osservando come si consuma il tempo quando si sta fermi in un posto. È perfettamente normale che una signora di circa sessant’anni guardi a tutto volume video generati con l’intelligenza artificiale, voci robotiche che riassumono consigli di salute e gossip di vario tipo, senza mai domandarsi nemmeno per un secondo se questa sua attività che la risucchia possa disturbare le persone attorno a lei. Altrettanto normale è per me aprire Instagram, cominciare a scrollare, e passare con disinvoltura da un carosello in cui si parla della guerra a un altro in cui si elencano le tendenze letterarie dell’estate del 2025. La giustapposizione di immagini che c’è dentro internet è al contempo quanto di più spaesante e rassicurante, staccare la nostra percezione del reale attraverso un fiume di simboli irreali è la quotidianità. “The phone eats time; it makes us live the way people do inside a casino, dropping a blackout curtain over the windows to block out the world, except the blackout curtain is a screen, showing too much of the world, too quickly”, scrive Tolentino, e non posso fare a meno di pensare a quel riquadro viola che ogni settimana mi comunica il report del mio tempo di utilizzo dell’iPhone: cinque ore al giorno. È per lavoro, mi dico, mi serve per trovare spunti, restare informata, capire che succede attorno a me. 

Negli ultimi anni, dal Covid in poi, qualcosa si è accelerato irrimediabilmente nel consumo di notizie e di input che riceviamo dall’apparecchio futurista che teniamo in mano in qualsiasi contesto, per ordinare il cibo, per prenotare l’appuntamento dal dottore, per trovare l’anima gemella, per vendere vestiti, per sapere la nostra compatibilità astrologica con gli altri. La spirale dentro cui Tolentino sente che il suo cervello è sprofondato non è solo una percezione soggettiva di uno stato di spaesamento: è come se il mondo avesse messo il turbo. Due guerre devastanti hanno luogo a un passo da casa nostra e tutto ciò che riusciamo a fare a riguardo, oltre a protestare con risultati scoraggianti, è osservare passivamente le cascate di video, foto e testimonianze che provengono ogni giorno da ciò che sembra l’inferno sulla terra. “For a year and a half, we have been looking at videos on our phones of infants left to die in hospitals bombed by Israel, of parents crying over the bodies of their children, of starving orphans covering their siblings with rags to keep them warm”, scrive Tolentino, e non credo sia solo una questione di algoritmo. Possiamo ripulirci gli occhi con tutti i video di gattini possibili, ma da qualche parte, a un certo punto, un pezzo di Gaza salterà ai nostri occhi, inserendosi con disinvoltura e senza disturbo per il resto dei contenuti nella nebbia che avvolge il nostro senso di realtà. 

All’indomani della morte di Bergoglio, Facebook mi suggeriva un video di lui e Wojtyla in paradiso. Sorridenti, i due papi generati con qualche programma di Ai si scambiavano un pezzo di torta, circondati da un’ambientazione bucolica e straniante, in quello che più che un sogno sembrava un incubo distorto creato apposta per lasciarti con il dubbio se ciò che hai visto è vero o te lo sei solo immaginato. Durante i giorni del conclave, su Twitter si trattavano i cardinali come membri di una band K-Pop: fancam piene di cuoricini per Zuppi, video di Tangle che canta “Imaginea riprova della sua immensa bontà. Per poco meno di un mese, complice anche la iper-mediaticità del papa defunto, ogni angolo di internet sembrava invaso dall’estetica cattolica completamente spogliata da qualsiasi riferimento alla spiritualità religiosa di cui pur dovrebbe essere ammantata. Ridere, intenerirsi, commuoversi, queste sono le parole d’ordine nel fiume di contenuti disintermediati dentro cui sguazziamo, tutto purché non ci si addentri all’interno di un pensiero complesso o anche solo vagamente articolato. Anche la morte di un papa è un trending topic, anche un conclave è un’occasione di fare dell’ottimo content, materiale a cui ci sottoponiamo acriticamente.

“I suspect that the opaque feeling in my head can also be traced to a craven instinct: it’s easier to retreat from the concept of reality than to acknowledge that the things in the news are real”, continua Tolentino. È più facile, oltre che fisiologico per la nostra sopravvivenza, fare scorrere le bombe e i bambini bruciati con una passata di polpastrello sullo schermo che processare ciò che si è appena visto come un’informazione vera e propria. Allo stesso tempo, è più semplice farsi passare davanti agli occhi notizie allucinanti come la politica schizofrenica da liberale fascista – questa la definizione puntuale che ha dato di lui il filosofo Zizek nel suo ultimo saggio – di Donald Trump e non domandarsi quali saranno gli effetti a lungo termine per non sprofondare in uno stato di angoscia. Così come è inevitabile perdersi ogni pezzo di ciò che il governo di Giorgia Meloni sta mettendo in atto per smantellare lo stato sociale, dalla sanità pubblica all’università, mentre il presidente del Senato suggerisce ai cittadini di non andare a votare. Le classifiche sulla vivibilità delle nostre città indicano che il divario tra nord e sud rimane pressoché identico, oltre che incolmabile, mentre i numeri sulla natalità calano vertiginosamente come se questo non fosse un problema. Me lo domando spesso, tra una sessione di scrolling e un video di approfondimento sul caso Garlasco che invade il mio feed, come sia possibile che a trentatré anni l’idea di avere un figlio provochi in me solo terrore. Terrore per l’instabilità lavorativa in cui mi trovo come altre migliaia di partite iva che fanno decine di lavori diversi per costruirsi ogni mese qualcosa di simile a uno stipendio e non hanno il minimo supporto dallo stato, terrore per la scarsa prospettiva ecologica in cui il pianeta procede mentre le destre prendono il sopravvento e mettono la polvere sotto al tappeto in nome di un presentismo turbocapitalista da preservare, terrore per un futuro in cui personaggi controversi e dai progetti preoccupanti, come Elon Musk e tutti gli altri miliardari delle big tech invadono, il discorso pubblico, oltre che i nostri pensieri privati, senza trovare ostacoli. 

Non so se posso definirla proprio opacità, quella che sento nel mio cervello rotto che non riesce più a reggere il peso della verità che si mescola alla finzione, delle notizie importanti che si infilano tra cose stupide, del ritmo del tempo che aumenta solo in funzione consumistica e fagocitante tra sponsorizzazioni sempre più accurate e tracciamento di dati che ci rende i clienti perfetti di chiunque voglia venderci qualcosa, creando desideri inesistenti e assolutamente non necessari – quand’è che ho scritto che volevo una brocca nuova per l’acqua? Non lo so, eppure ne vedo pubblicizzate una decina. Di sicuro io faccio incubi ogni notte: sogno pandemie, i satelliti Starlink, sogno di dover pagare cose che non ho comprato, sogno gattini che diventano mostri, sogno il feed che ho guardato prima di dormire che diventa un gigantesco e grottesco Italian Brain Rot, ma dentro la mia testa. Sogno il papa che fa un discorso per la pace ma nessuno lo ascolta, i post di Fratelli d’Italia in difesa del ministro Giuli e contro Elio Germano e Geppi Cucciari, Matteo Salvini che parla di ponte sullo stretto di Messina, oppure no, non erano incubi. “But there is now a category of things I see online which I register simply as indications that the world is slipping beyond my comprehension. A video of a giant Pikachu fleeing from the police during demonstrations in Turkey”, dice Tolentino. Oltre ogni comprensione, c’è un’intera categoria di cose che vediamo e che non siamo più nemmeno in grado di catalogare come vere o finte, possibili o impossibili. Abbiamo trascorso una decina di giorni a produrre quintali di immagini generate con l’intelligenza artificiale in cui qualsiasi cosa sembrava fatta dallo studio Ghibli. Come se in una versione ridimensionata di Chi ha incastrato Roger Rabbit ci fossimo trovati tutti a Cartoonia, ma in chiave Miyazaki. Tanto è sfuggita di mano questa smania che l’account ufficiale della Casa Bianca ha fatto una versione Ghibli di una migrante che viene arrestata. Tanto era forte l’urgenza di seguire questo flusso che la nostra presidente del Consiglio ha pubblicato tramite il profilo ufficiale del suo partito una sé come se fosse stata disegnata dallo stesso autore che ha creato un film antifascista come Porco rosso. A riprova del fatto che sì, forse il cervello si è davvero rotto proprio a tutti e a tutte.

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