Perché la gente più dice di amare l’Italia, meno sa parlare italiano?

Nazionalismo. Sovranismo. Il lessico politico ha aggiunto nel suo calderone termini che ruotano attorno al concetto di Patria, insieme a una crisalide di slogan preconfezionati che risuonano ovunque: dai dibattiti televisivi alle conversazioni da bar. “Prima gli italiani” ne è l’esempio più rilevante. Dalle fauci di Salvini alle tastiere dei suoi seguaci, questa esclamazione è diventata il perno di un sentimento che riguarda solo marginalmente l’appartenenza e la fratellanza nazionale, ma si basa invece sulla paura di quello che viene da fuori: persone, culture e contaminazioni.

Matteo Salvini

Nel recinto dei commenti su Internet, delle opinioni politiche non richieste e degli insulti xenofobi, balza all’occhio un particolare: gli alfieri dei rigurgiti nazionalisti non conoscono l’italiano.

“Ha” senza acca, “è” senza accento, congiuntivi profanati e punteggiatura da codice Morse: spesso è il biglietto da visita di chi urla “tornatevene a casa vostra, manco sapete la nostra lingua.”

Aboubakar Soumahoro, sindacalista nato in Costa D’Avorio e diventato italiano, rappresenta il prototipo del nemico di quegli urlatori: è nero, combatte per i diritti dei lavoratori, non delinque, si è integrato nel nostro Paese diventandone cittadino, e soprattutto parla la lingua meglio di tanti italiani che si definiscono “purosangue”.

Aboubakar Soumahoro

Nell’anno dell’Unità d’Italia, il 1861, il 74,7 % della popolazione era analfabeta. All’epoca le percentuali di analfabetismo delle principali potenze mondiali erano molto più basse: 20% in Germania, 19% in Svizzera, 31% in Inghilterra, 20% negli Stati Uniti. Soltanto la Spagna con il suo 75% era ai nostri livelli. Nel corso del tempo l’avvento dell’obbligo scolastico ha drasticamente ridotto quei numeri impietosi, e oggi il tasso di alfabetizzazione in Italia è del 99,2%. Più basso di alcune nazioni come Uzbekistan, Estonia, Cuba, Tonga e Kirghizistan, ma non possiamo comunque lamentarci. Il problema sorge quando le persone sono in grado di leggere e scrivere, ma non riescono a comprendere e interpretare la realtà che li circonda a partire da un semplice testo (scritto in italiano). È l’ormai noto analfabetismo funzionale, e riguarda, secondo dati Ocse del 2017, il 28% degli italiani.

L’Osce ha analizzato 33 paesi, e soltanto Indonesia, Cile e Turchia risultano più in alto dell’Italia come numero di analfabeti funzionali. Parliamo di persone che sanno leggere le parole scritte su un libretto d’istruzioni di un tostapane, dalla prima all’ultima, ma che devono però rassegnarsi al pane freddo per colazione, non avendo la capacità di interpretare quel testo. Figuriamoci dunque con gli articoli relativi alla politica, i quesiti di un referendum o qualsiasi altra informazione. Le campagne elettorali si giocano sulla loro pelle, essendo gli individui più semplici da influenzare e i voti più facili da ottenere. Quando il Cuperlo di turno si inerpica su un’analisi politica raffinata e piena di ghirigori ideologici, l’analfabeta funzionale gira la testa seguendo il politico che promette di cacciare i neri (Lega), di dare soldi senza alzare un dito (M5S) e di vendere le pentole (Berlusconi e Renzi).

Gianni Cuperlo

Non è facile evitare frasi sgrammaticate e strafalcioni linguistici, quando gli stessi rappresentanti del popolo hanno evidenti problemi con l’italiano. Le due figure di spicco del partito più votato alle elezioni di marzo (Di Maio, il leader, e Di Battista, il figliol prodigo in attesa del ritorno) raffigurano l’esempio lampante di chi fa a cazzotti con la propria lingua. Di Maio ormai ne ha fatto un tratto distintivo, scherzandoci sopra con il sorriso sornione di chi si giustifica dietro al concetto “Sbaglierò pure i congiuntivi, però non rubo.” Come se le due cose fossero collegate.

Alessandro Di Battista
Luigi Di Maio

Tra le sue frasi storiche è difficile dimenticare il suo pensiero sull’euro: “Il Movimento ha sempre detto che noi volessimo fare un referendum sull’euro.” Oppure quando ha dichiarato: “Io non ho nulla da cui scusarsi se non si dovrebbero scusare quei radical chic che stamattina mi attaccano”. Memorabili anche i suoi tre tentativi (falliti) di scrivere su Twitter il congiuntivo del verbo spiare.

Gli azzardi verbali hanno colpito anche il suo collega Di Battista, che si è spesso distinto per frasi degne di un dialogo tra Fantozzi e Filini, come quando ha tuonato contro il deputato Gennaro Migliore con la frase: “Lei non mi interrompi!” E in un impeto da Occhi del cuore ha anche dichiarato: “Io voglio che i cittadini devono votare.” Sembra una barzelletta e invece è la realtà.

Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio

I problemi con la lingua e la cultura sono però trasversali. Dal grillino Davide Tripiedi che annuncia un intervento “breve e circonciso”, all’inglese maccheronico di Renzi; dalla Fedeli Ministro dell’Istruzione senza diploma, alla Meloni che dichiara di essere stata in Inghilterra “a Dublino e in Scozia”, fino ai raccapriccianti sottotitoli al video di Manlio Di Stefano, in cui la parola “poliziotti” guadagna una “z” in più e la prima persona singolare del verbo sapere conquista l’accento.

Giorgia Meloni

Il paradosso però tocca da vicino la Lega. Fautori delle battaglie contro la cittadinanza italiana concessa, a modo loro, troppo facilmente, hanno più volte dichiarato che quest’ultima va guadagnata dopo un percorso di condivisione della nostra cultura. Hanno proposto un test di cittadinanza, perché “molti la richiedono senza nemmeno sapere l’italiano”. Quando questo test è stato fatto a esponenti del Carroccio, i risultati sono stati tragicomici. C’è chi ha messo l’apostrofo tra “qual” ed “è” (l’hanno fatto 3 testati su 4, tra questi Gian Marco Centinaio, poi diventato ministro dell’attuale governo), chi è scappato di fronte ai congiuntivi, chi ha tentennato sui capoluoghi di provincia della Calabria o è impallidito di fronte a una domanda sulla Costituzione. Lo slogan “Prima l’italiano” da spiattellare in faccia ai leghisti, o ai sovranisti dell’ultima ora, non sarebbe un’idea malvagia.

Gian Marco Centinaio

Il vero dramma giunge però nella sfera virtuale, quando nei commenti su Internet saccenteria e ignoranza vanno di pari passo. Non che altrove siano tutti professori di semiotica, però la pagina Facebook di Matteo Salvini è la palizzata dell’italiano violentato. Passare da quelle parti e leggere gli incitamenti al Capitano – scritti in una lingua che se fosse simile all’ostrogoto sarebbe già tanto – è senza dubbio un guilty pleasure. Se qualcuno, ogni tanto, prova a intromettersi correggendo gli xenofobi illetterati, viene additato come radical chic o grammar nazi. Sì, perché nel 2018 parlare correttamente in italiano desta sospetti, l’intellettuale è il nemico del popolo, leggere un libro è un tabù. Le forze populiste hanno fatto passare messaggi socialmente pericolosi, come la presunzione di un “Paese reale” da contrapporre a un’élite distante e disinteressata. Ma non è così. Non esiste un noi e un loro, un Paese reale e uno immaginario. Queste distinzioni foraggiano la politica del decadimento, la stessa per cui l’italiano è un optional e la cultura una suppellettile trascurabile.

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