I millennial non sono pigri e immaturi, sono precari e poveri

Come tutti i pensieri deboli, anche la sharing economy ha avuto bisogno di stravolgere il senso comune e le certezze del passato. Ad esempio, ci avevano insegnato da bambini che condividere è una bella cosa: poi però sono arrivati gli adulti degli anni Duemiladieci, con la loro strana idea che le transazioni economiche potessero essere spacciate per convivialità. In un intervento sul sito di McKinsey&Company, il co-fondatore e amministratore delegato di Airbnb Brian Chesky ha spiegato che le ultime generazioni pensano ormai alla proprietà come a un “fardello”: le persone non andrebbero orgogliose delle proprie case o della propria automobile, ma del proprio feed di Instagram. Nel futuro, ha previsto, “La gente possederà soltanto ciò di cui vorrà prendersi la responsabilità. E ciò di cui vuole prendersi la responsabilità adesso sono la reputazione, le amicizie, le esperienze.” Parole che fanno tornare alla mente un meme che circola da tempo su Internet e che recita: “Tutti si stanno sposando o fanno figli. Mentre io penso a dove farò il mio prossimo viaggio.”

Brian Chesky, imprenditore e designer statunitense, co-fondatore e amministratore delegato di Airbnb

Insomma ai millennial non fregherebbe nulla degli ormai sorpassati status symbol borghesi perché, come ha raccontato un’inchiesta di Le Monde, avrebbero altre priorità: lo smartphone, la bici a scatto fisso, i viaggi, rigorosamente low-cost. Non che manchi l’esperienza del consumo nel suo complesso: di musica i giovani ne ascoltano tanta, ma solo su YouTube o Spotify, mentre i dischi non li comprano più (non era tornato di moda il vinile?); i film e le serie si vedono solo su Netflix, non al cinema, e persino i vestiti e gli orologi di marca si prendono in affitto piuttosto che acquistarli. Si parla di una sorta di rivoluzione, un accumulo materialista, ma sempre meno materiale e più transitorio.

La teoria sembrerebbe confermata da una serie di dati e inchieste. Nelle grandi città occidentali, acquistare un veicolo sembra sempre più un privilegio per pochi. In Germania nell’ultimo decennio, riporta Bloomberg, il numero di under 25 che possiedono la patente è crollato del 28%, in linea con le altre principali economie. Nel 2004, in Italia, sono state rilasciate 743.799 patenti a giovani tra i 18 e i 21 anni; nel 2016, lo stesso dato risulta diminuito del 13,67%.

Secondo un articolo del New York Times, nel 2013 erano appena la metà i diciannovenni con una patente di guida a New York, contro i due terzi del 1998. “L’automobile,” spiega l’antropologo Marco Aime, “È oggi è solo uno strumento per muoversi, ma per dove? La Rete occupa la maggior parte del tempo dei giovani, il social network sostituisce l’andare al bar o in piazza.”

Come quasi tutti gli imprenditori emersi dalla Silicon Valley, Brian Chesky ha un vocabolario ambizioso: usa parole come “rivoluzione” e “movimento” per descrivere un’azienda che capitalizza decine di miliardi di dollari a Wall Street, creando decine di problemi nella maggior parte dei luoghi in cui è attiva. Se di rivoluzione si tratta, allora Airbnb è quella meglio finanziata della storia. Ma davvero dietro al successo della piattaforma c’è il superamento del possesso come valore? Non sarà forse che le nuove generazioni non possono permettersi nemmeno di pensare a un grande investimento come l’acquisto di una casa o di un’auto? I dati ci dicono infatti che non è tanto una questione di rifiuto della proprietà, ma dell’impossibilità anche soltanto di pensarci.

Nel 1995 il sociologo Christopher Lasch scriveva delle élite globali: “Si sentono a casa propria soltanto quando si muovono, quando sono en route verso una conferenza ad alto livello, l’inaugurazione di una nuova attività esclusiva, un festival cinematografico internazionale, o una località turistica non ancora scoperta. La loro è essenzialmente una visione turistica del mondo.” Lasch parlava degli uomini e delle donne dell’alta borghesia che lasciavano volentieri l’idea di una residenza stabile a una classe media ritenuta “Tecnologicamente arretrata e politicamente reazionaria.” La differenza è che esisteva allora quantomeno la speranza di poter prima o poi riuscire a permettersi uno stile di vita più cosmopolita.

Oggi le cose stanno diversamente. Il think-tank americano Resolution Foundation riferisce che ben il 40% dei millennial – quelli nati tra il 1981 e il 1996 – continua a vivere in affitto anche superati i trent’anni. Si tratta del doppio rispetto alla generazione X e addirittura quattro volte tanto rispetto ai baby boomer. Lo stesso pensatoio prevede che metà dei millennial americani potrebbero ancora essere ancora affittuari a 40 anni e un terzo di loro lo resterà fino alla pensione. Gli americani in affitto sono aumentati di oltre un quarto in dieci anni, mentre il numero di proprietari di casa è rimasto praticamente invariato. E i nuovi acquisti sono trainati per lo più da chi compra appartamenti di lusso.

In realtà la sharing economy è soltanto l’etichetta più vendibile di un concetto teorizzato già trent’anni fa col nome di “consumo collaborativo”, vale a dire un modello macroeconomico basato su pratiche di scambio e condivisione di beni materiali, servizi o conoscenze. Nel 2010, un articolo della Harvard Business Review firmato da un ex-funzionario della Clinton Foundation, Rachel Botsman, e dal venture capitalist Roo Rogers, parlava di “consumo collaborativo” anche nel caso di imprese commerciali come Zipcar e Netflix. Queste, secondo gli autori, danno ai clienti gli stessi benefici della proprietà, “Ma con meno oneri, costi e un minore impatto ambientale.” La crisi dei mutui subprime ha funzionato, a tutti effetti, da rampa di lancio per la rivoluzione del noleggio generalizzato. Ma le radici culturali del frainteso concetto di “sharing” vanno datate più indietro nel tempo. Ad esempio a quella che i ricercatori Richard Barbrook e Andy Cameron, quasi 20 anni fa, hanno chiamato “ideologia californiana”: una nuova fede emersa dalla fusione bizzarra della cultura hippie di San Francisco con l’industria hi-tech della Silicon Valley. Lo spirito bohémien mescolato con Ayn Rand, la religiosità alternativa e l’arrembaggio degli Yuppie.

E invece gli Stati Uniti sono il Paese in cui il ceto medio ha subito le conseguenze più umilianti, attutite solo in parte dal dinamismo dell’economia statunitense. Chi si è laureato in periodo di recessione ha trovato un mercato del lavoro disastrato, e ha dovuto chiedere soldi in prestito all’università e alla famiglia. È così che negli ultimi 10 anni il debito studentesco americano è triplicato, arrivando a 1.500 miliardi di dollari. Prima di fare la morale ai millennial per la ritrosia a mettere su famiglia e a trasferirsi in una casetta a schiera, bisogna partire da questo. Secondo l’economista Branko Milanovic, la classe media occidentale si trova nel punto più basso del celeberrimo “grafico dell’elefante”: vale a dire la fascia di reddito tra il settantesimo e il novantesimo percentile della popolazione mondiale, che negli ultimi tre decenni di globalizzazione ha registrato una crescita molto bassa, non superiore al 10%, se non addirittura addirittura minore in alcuni casi.

Nel frattempo le metropoli occidentali sembrano ancora posti eccezionali per sviluppare nuove idee e tessere reti di relazioni lavorative, ma sempre più invivibili. Se per comprare casa in Italia ci vogliono suppergiù le stesse annualità del 1970 (sette, con due persone che lavorano in famiglia), il combinato disposto fra aumento dei consumi, aumento dei prezzi immobiliari e calo del reddito fa sì che per una parte rilevante della popolazione, quel 30% che tutt’ora non ha casa di proprietà, sia estremamente difficile investire nel settore immobiliare. Un piccolo appartamento a Londra costa circa 16 volte uno stipendio di lavoratori del settore terziario altamente qualificato, secondo i dati di marzo della banca svizzera Ubs. A Parigi, Singapore, New York e Tokyo, è più di 10 volte, mentre a Hong Kong, è 20 volte. Parliamo di impoverimento relativo, certo: la classe media occidentale è cresciuta meno che in Cina o in India, ma partiva da una posizione di rendita notevole rispetto alla concorrenza che l’ha spiazzata.

Un edificio di Hong Kong

Di tanto in tanto vediamo qualche entusiasta del progresso rilanciare altri grafici e mappe, sui benefici della globalizzazione per miliardi di individui: dal crollo del muro di Berlino a oggi la povertà mondiale è costantemente diminuita e l’aspettativa di vita è aumentata praticamente ovunque, così come è cresciuto l’accesso all’istruzione per fasce sempre più vaste della popolazione mondiale. Se l’acquisto di una casa sembra un’esclusiva per manager e medici, il prezzo di alcuni beni secondari è indubbiamente crollato: in un’inchiesta Rai del 1964 si ascolta un meccanico sardo a Torino che racconta di aver speso 210mila lire per l’acquisto – a rate – di un televisore, mentre l’affitto gliene costava appena 1.500. A questo si aggiungono vere e proprie credenze popolari: “Stavamo molto meglio prima dell’Euro,” dice un agente immobiliare romano di 32 anni in un’intervista a Reuters. “I prezzi sono aumentati ma i salari sono al palo.” Eppure i dati mostrano che l’adozione della moneta unica non ha portato impennate clamorose di inflazione, se non in alcuni settori tutto sommato marginali. Il ventennio dell’Euro appare piuttosto come l’ennesima occasione mancata per la nostra politica economica, che non ha saputo orientare le giovani generazioni verso un modello di sviluppo sostenibile senza umiliazioni inutili.

Va smontato il fastidioso paternalismo delle generazioni precedenti, che potevano pensare di andare in pensione a un’età oggi inconcepibile. L’anarchismo egocentrico dei millennial non è solo un goffo tentativo di individualismo in tempo di crisi: nel loro cambio di paradigma c’è anche un’accresciuta consapevolezza dei rapporti di classe e dei temi ambientali (vedi la parola socialismo, che non è più tabù negli Stati Uniti) e una condizione di perdurante scoperta della diversità delle esperienze umane. Così, mentre la classe media si assottiglia, in quasi tutti i principali Paesi occidentali i giovani continuano, miracolosamente, a respingere i partiti più xenofobi e populisti. Ma quanto durerà? L’Italia è già un’eccezione importante, col M5S che alle scorse politiche ha sedotto in massa quegli under-30 che in Inghilterra voterebbero Corbyn e negli Stati Uniti Sanders, ma che in Italia, al Sud, lottano con un tasso di disoccupazione stellare. La sensazione, raggelante, è che il centrosinistra del futuro assomiglierà sempre più simile al curatore fallimentare di un capitalismo che non ha più niente da dire.

L’avversione alla proprietà stabile dei venti-trentenni, in effetti, non ha per niente l’aspetto di una rivolta, quanto piuttosto quello di un adattamento triste. “Tutte le responsabilità di eventuali inadempienze sono solo dell’host,” come recita una delle leggi fondamentali di Airbnb. Ma il possesso – lo dice la parola – comporta anche un potere: un potere di cui sono privati i giovani che vivono una vita evanescente, senza punti di riferimento materiali.

Se sapranno trasformare questa decadenza e questa transitorietà in privilegio, non possiamo saperlo. “Solo è perfetto colui per il quale tutto il mondo non è che un Paese straniero”, scriveva il teologo medievale Ugo da San Vittore: forse chi è abituato allo sradicamento saprà gestire meglio – geograficamente, politicamente ed economicamente – la marginalizzazione alla quale sarà sottoposta sempre di più l’Europa.

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