Il Manifesto di rivolta femminista ha cambiato l’Italia. Per questo dovremmo leggerlo tutte.

Nel luglio del 1970, a Roma, appariva sui muri un testo scritto da Carla Lonzi, Elvira Banotti e Carla Accardi con il nome Manifesto di rivolta femminista. Il primo punto che campeggia sulla lunga lista di precetti rivoluzionari su cui fondare il movimento nascente è la frase “La donna non va definita in rapporto all’uomo.” Quarantotto anni dopo, lo scorso 8 marzo, Kim Kardashian ha rilasciato un nuovo pacchetto di kimojile sue emoji personalizzate – includendo anche degli stickers che recitavano slogan come “Slay in your lane,” “Full time feminist” e “My body my choice.” Il pacchetto in questione, mi sembra superfluo sottolinearlo, era a pagamento. Chiara Ferragni, invece, qualche tempo dopo, ha sfoggiato una maglietta Dior che recita nero su bianco e in caps lock “We should all be feminist”, ed è diventata un idolo della folla quando ha risposto al suo futuro coniuge che non gli stirerà i vestiti. Da quell’estate di inizio anni Settanta a oggi, le frasi femministe hanno assunto un significato molto diverso: se prima erano una dichiarazione di rivolta e indipendenza da dopo anni di sottomissione, oggi possono essere al centro di una campagna pubblicitaria, di una strategia di marketing, di un discorso a qualche premio hollywoodiano. È il femminismo della quarta ondata: mainstream, pop, colorato, alla portata di tutti, letteralmente trendy.

Carla Accardi, Carla Lonzi e Elvira Banotti a Roma nel 1970, fotografia di Pietro Consagra © Archivio Pietro Consagra, Milano

A favore dello sdoganamento totale sia linguistico che concettuale di certe categorie del pensiero, secondo alcuni, c’è il fatto che in un modo o nell’altro sta dando la possibilità di portare avanti un discorso che per troppi anni non è riuscito a insediarsi davvero nella società in modo trasversale. Un grande “Basta che funzioni”, un inno al machiavellismo più ardito che vede nelle magliette con gli slogan da 12.99 euro di H&M un grido di rivolta per il genere femminile, e poco importa che si tratti di una moda, l’importante è che si stiano risvegliando le coscienze. Ed è un discorso che si può pure comprendere, in fondo, se si accetta di dover salire sullo stesso carrozzone di qualsiasi pop star americana che si reinventi teologa definendo la donna addirittura il sesso di dio. Il rischio che si tratti solo di un futile trend, tutto sommato, potrebbe pure essere smentito – cosa di cui dubito fortemente, ma è una mia opinione personale. Il succo della questione odierna del femminismo mainstream, dunque, consiste in un’idea di riappropriazione di spazi, sia astratti che concreti, da parte del genere femminile attraverso una dialettica di rottura con il mondo maschile. I movimenti body positive, Rihanna che rivendica il suo diritto ad avere la taglia che vuole, il MeToo, la ridefinizione dei termini del consenso e delle violenze sessuali: dalla retorica più banale perpetuata da celebrità che imbracciano lo stendardo della rivoluzione femminile, a veri e propri cambi di rotta nei rapporti tra i due sessi. Tutto si muove attorno al concetto di rivendicazione individuale rispetto a qualcosa di cui si è state private per anni.

Elvira Banotti (a destra)

Foto di Luisa Festa – Archivio delle memorie delle donne di Napoli

Le femministe della seconda ondata, rappresentate da Carla Lonzi e dalle altre autrici del manifesto, sventolavano cartelloni con una scritta che per certi versi dà una spiegazione di come siamo arrivati oggi alle emoji di Kim Kardashian: “Il personale è politico”. La grande lotta di queste donne, a partire dagli anni Settanta, ha consentito a noi ragazze del Ventunesimo secolo di poter parlare del nostro corpo in termini politici, una tendenza che è sfociata fino al suo estremo, ovvero nella strumentalizzazione del femminismo per scopi commerciali. Le femministe di quegli anni, consideravano le questioni individuali e personali come parte fondamentale per comprendere e contestare la società in cui si trovavano e che per loro non andava bene così com’era. Ma non si trattava di un discorso slegato dal dibattito politico, come spesso invece accade oggi: la questione femminile era necessaria – ma non subordinata – al completamento della questione sociale che in quegli anni riguardava principalmente lo scardinamento e la contestazione del sistema capitalista, borghese, conservatore. Le donne del manifesto individuavano nel marxismo la giusta direzione per il ribaltamento di questo mondo fatto di diseguaglianze e soprusi, ma allo stesso tempo lo criticavano aspramente per non essere stato in grado di individuare nel lavoro domestico della donna un altro mezzo fondamentale per la sussistenza del capitalismo. Questa rottura con i termini classici della lotta di classe era uno sconvolgimento profondo e dirompente rispetto a tutte le questioni femministe che erano state fatte fino ad allora. Ma soprattutto, questo faceva di loro dei soggetti politici, che impostavano la questione femminista su una solida struttura teorica, e non semplicemente su un’idea di potere e di emancipazione che più che a liberare le donne dalla morsa del patriarcato serve a renderla ugualmente capace di sfruttare il sistema vigente per i propri interessi. In poche parole, con gli slogan femministi, Carla Lonzi e le altre donne ci scrivevano saggi da cui partire per una rivoluzione globale, non stampe per magliette da sponsorizzare su Instagram.

Ma non si trattava solo di scrivere cartelloni e di appendere manifesti: il movimento femminista italiano prese anche ispirazione dall’attività politica sul campo che aveva poco prima preso piede negli Stati Uniti, attraverso la diffusione di pratiche come il cosiddetto Self-help. Gruppi di autocoscienza che fornivano alle donne gli strumenti per potersi confrontare, per condividere esperienze personali, per poter dare supporto anche medico rispetto a realtà come quella del corpo femminile, relegata ancora in secondo piano. Non solo: Carla Lonzi a questo proposito che scrive un saggio che ribalta completamente la visione della sessualità femminile, indagando proprio sul concetto estremamente fisico di piacere, articolandolo con questioni più concettuali come quella del patriarcato. Con La donna clitoridea e la donna vaginale Lonzi mette per iscritto l’idea femminista che la donna provi piacere sessuale attraverso la penetrazione vaginale non è altro che un costrutto sociale, che accentua la predominanza maschile rispetto all’atto sessuale e sottinea che il godimento femminile sia sempre e solo subordinato alla procreazione. E ancora, in Sputiamo su Hegel, la scrittrice e critica d’arte fiorentina accusa pesantemente tutti i modelli storici dell’uomo che fino a quel momento avevano escluso la figura femminile dalla narrazione collettiva, relegandola sempre e comunque a soggetto subordinato, anche all’interno dello stesso discorso marxista che non tiene conto del lavoro domestico. La sua articolazione così ferrea del pensiero femminista la porta addirittura a rifiutare l’idea frivola di libertà sessuale, importata dal modello americano: le donne del manifesto femminista non erano le hippy con i fiori in mano che ballavano nude a Woodstock, erano pensatrici e attiviste serie, ben determinate a non fare sfociare il movimento a cui stavano dando vita nella banalizzazione e nella strumentalizzazione da salotto.

Carla Lonzi (a sinistra)

Un altro punto fondamentale di questo movimento è la battaglia al mito dell’uguaglianza, con la condanna di un sistema che vuole adattare la donna allo standard maschile, come recita un punto del manifesto: “La donna è l’altro rispetto all’uomo. L’uomo è l’altro rispetto alla donna. L’uguaglianza è un tentativo ideologico per asservire la donna a più alti livelli.” “Identificare la donna all’uomo significa annullare l’ultima via di liberazione. Liberarsi per la donna non vuoI dire accettare la stessa vita dell’uomo perché è invivibile, ma esprimere il suo senso dell’esistenza.” La rivendicazione della differenza femminile è una svolta cruciale per la questione femminista: la donna è altro dall’uomo, ha diverse esigenze, diversi modi di intendere il mondo, e non è suo dovere adattarsi a una realtà storica e sociale costruita sul maschile – che viene rifiutata con violenza, per questo lo “sputo” su Hegel. Da ciò deriva anche la natura separatista di questi movimenti, che propongono la divisione netta tra uomini e donne per via dell’insanabile incomunicabilità tra i due generi. Non ci sono uomini capaci di sfuggire alle dinamiche sessiste e patriarcali, nemmeno con le migliori intenzioni, ed è diritto della donna potersi autodefinire in un contesto sociale in cui questi modelli non vengono applicati.

Manifestazione femminista (1977) – foto di Associazione per un Archivio dei movimenti

Quello che emerge con chiarezza da una rilettura contemporanea dei capisaldi di questo movimento, sebbene si possa tacciarlo di estremismo, è che si trattava di una realtà collettiva che aveva come obiettivo quello di sconvolgere un modello sociale per sostituirlo con uno completamente nuovo. La differenza sostanziale che intercorre tra un saggio di Carla Lonzi e un balletto pro-femminismo di Beyoncé non è tanto nei presupposti che possono pure essere condivisi – dalla riappropriazione del proprio corpo a quella degli spazi sociali – ma piuttosto nell’idea che una rivoluzione di questo tipo è incompatibile con il sistema socio-economico in cui si inseriscono Taylor Swift e le magliette di Chiara Ferragni. Femminismo non è essere libere di fare quello che si vuole (come sostiene anche Jessa Crispin nel suo libro Perché non sono femminista), non è esaltare ogni singolo atto di successo di una donna come una conquista per il semplice fatto che lo abbia portato a termine, non è legittimare qualsiasi cosa provenga da una persona di sesso femminile come positivo ed empowering anche quando si tratta di azioni perfettamente inserite nel modello nel quale siamo abituati a vivere.

Donne appartenenti al collettivo di Rivolta Femminile (1970) – foto dall’autobiografia di Maria Grazie Chinese “La strada più lunga”

La rivoluzione che auspicavano le donne del Manifesto di rivolta femminista era una rivoluzione completa, contro tutte le diseguaglianze, non solo quelle che ci riguardano in prima persona. Possiamo anche metterci addosso una t-shirt che dichiari la nostra grande emancipazione, possiamo condividere foto dei nostri corpi liberi dai modelli patriarcali e subordinati di bellezza, ma non possiamo fare la rivoluzione a metà e fregarcene del fatto che nel frattempo il modello sociale attuale si basa sull’idea che una persona abbia il diritto di sfruttarne altre. È inutile e retorico fare discorsi nostalgici rispetto a delle fasi della storia in cui lottare significava anche avere risultati concreti come l’abrogazione di certe leggi e dunque un riscontro spesso molto più concreto paragonato a quella che possiamo avere oggi, ma è fondamentale sapersi orientare in un mondo che brandizza e commercializza tutto ciò che respira. C’è una grande differenza tra un pacchetto di stickers che recita “full time feminist” e un saggio sulla sessualità femminile. Si possono accettare entrambe le cose, se si vuole, ma non si può pensare che abbiano lo stesso peso sulla storia.

 

Foto copertina presa da Associazione per un Archivio dei movimenti

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