Non illudiamoci di lottare per i diritti civili se non ci battiamo per quelli sociali - THE VISION

È un dato di fatto che la querelle sull’approvazione del Ddl Zan sia stata, e sia, il tema centrale attorno a cui ruota e si orienta il dibattito pubblico e politico da settimane. Ha smosso coscienze, riempito talk show, mobilitato tante persone, volti noti e comuni cittadini. Più che i politici in realtà, si sono schierati apertamente a sostegno del disegno di legge numerosi personaggi dello spettacolo, del mondo dell’arte e della cultura, star dei social. Si tratta di qualcosa di positivo. L’importante, infatti, è che se ne parli. D’altronde, è proprio grazie al tira e molla sulla legge e al suo clamore mediatico se le piazze italiane sono tornate a riempirsi di persone. E di giovani. All’Arco della Pace di Milano il 15 maggio scorso erano in 8mila, a Roma, il giorno dopo, in 10mila. 

Che una legge contro l’omolesbobitransfobia sia assolutamente necessaria non sarebbe neanche necessario ribadirlo, anche perché il fatto che l’omofobia nel nostro Paese sia una piaga strutturale e trasversale è ogni giorno più palese. A dimostrarlo non ci sono soltanto le aggressioni che continuano a ripetersi ai danni di persone omosessuali, ma anche le ripetute esternazioni omotransfobiche di personaggi che ricoprono ruoli istituzionali e politici, oltre a fatti di cronaca e di costume più o meno rilevanti. 

Tuttavia, proprio partendo dalla grandissima mobilitazione intorno al disegno di legge, e considerato lo scenario nel quale viviamo, è impossibile non chiedersi come mai tantissimi giovani e larga parte della sinistra italiana si mobilitino sempre più spesso in massa per i diritti civili – ovvero lotte e questioni che riguardano e chiedono un cambio di mentalità – e siano molto più tiepidi di fronte all’ipotesi dell’introduzione di un salario minimo ancora una volta abbandonata dalle priorità del governo. 

Anche il segretario del Pd Enrico Letta ha inaugurato il suo percorso con un’agenda e delle proposte da lui stesso definite di “rottura”, proprio perché contengono una serie di istanze civili come le “quote rosa” ai vertici del partito, il voto ai sedicenni e lo Ius soli. Sicuramente, quella di ottenere due capigruppo donna, cioè Debora Serracchiani alla Camera e Simona Malpezzi al Senato, in un partito con un ingombrante retaggio maschilista è una bella rottura oltre che un’ottima cosa. 

Enrico Letta

Ma a parte questo, che ne è del resto? Dove sono i diritti dei lavoratori di avere paghe eque e pensioni che assicurino una vecchiaia dignitosa? Il diritto alla casa? Una sanità e una scuola pubbliche ed efficienti per tutti? Sembra che le lotte sociali non siano più una priorità. Non si spiega come mai in un momento storico come quello che stiamo vivendo, con una pandemia ancora in corso e una recessione che vede mancare quasi un milione di occupati all’appello (numeri ufficiali che non tengono conto del sommerso e del lavoro nero) e la precarietà che sta diventando una costante per un’intera generazione, non si senta il bisogno di intervenire o di scendere in piazza, per esempio, quando gli imprenditori si lamentano perché non trovano personale sottopagato per la stagione estiva, criminalizzando la misura del reddito di cittadinanza quando la versione dei lavoratori sfruttati per pochi euro non trova voce.

La colpa di tutto questo non è del Ddl Zan, ovviamente, né del fatto positivo che le persone sono sempre più sensibili a certi temi, ma di una parabola precisa. Con la fine della stagione dei movimenti e delle lotte sociali che sono state protagoniste in Italia durante gli anni Sessanta e Settanta, cuore e motore della sinistra che chiedeva “pane e lavoro”, è cominciato un lento e inesorabile spostamento dall’intervento politico dalle politiche sociali a quelle civili. Con il rafforzarsi del neoliberismo e lo smantellamento progressivo delle garanzie del lavoro, e in alcuni casi persino mettendo a rischio i diritti costituzionali che hanno trovato sempre meno spazio nei programmi dei partiti, le battaglie civili hanno preso il posto di quelle sociali. Un meccanismo che in molti casi ha nascosto l’incapacità di intervenire su un fronte sociale ormai ingovernabile che dipende solo dall’andamento dei mercati e della globalizzazione.

Questa lunga scia arriva fino ai giorni nostri toccando quanto sta avvenendo con il dibattito intorno al Ddl Zan e lo inserisce in parte in questo solco. Perché anche questo ha contribuito a monopolizzare l’attenzione pubblica e mediatica, spegnendo, in alcuni casi, l’indignazione che normalmente dovrebbe sorgere spontanea anche su altri fronti e facendo diventare altre lotte sempre più territoriali, circoscritte e disapprovate. Come se in un certo senso fosse venuta meno la rappresentazione nelle piazze del mondo nel quale viviamo tutti i giorni, un mondo in cui al fianco dell’iter legislativo della legge Zan e alle discriminazioni, continuano a coesistere il lavoro nero, lo sfruttamento, le privatizzazioni selvagge, il precariato e la diseguaglianza crescente. Non si tratta di disfattismo o di benaltrismo e neanche di dover stabilire una gerarchia dei diritti o dei problemi nel Paese, ma di riflettere piuttosto sulla differenza sostanziale che passa fra diritti civili e diritti sociali: non perché vengano prima i diritti sociali e poi quelli civili, o viceversa, ma perché l’inclusività è debole se non viaggia sulle gambe della giustizia sociale. 

Combattere e ottenere diritti civili è all’apparenza più semplice e meno dispendioso per i partiti, sia quelli che li sostengono che quelli che cercano di limitarli. Lo è meramente da un punto di vista economico e di equilibri politici, rispetto a ciò che richiedono, invece, i diritti sociali. Salvaguardare i diritti sociali richiede uno spostamento del baricentro degli interessi per mettere al centro gli ultimi e gli emarginati per tutelarli. Significa trovare soluzioni all’impoverimento delle classi medie e alla crescita stagnante. Vuole dire, di fatto, ricostruire tutto quello che è stato fatto a pezzi negli ultimi 30 anni. E per farlo bisogna mettere in discussione un sistema politico fondato sullo sfruttamento dell’uomo e dei territori cambiando rotta al sistema nel quale viviamo, toccando gli interessi di pochi privilegiati. Significa compiere qualcosa di enormemente più dispendioso.

È questo il motivo per il quale non si può parlare di inclusività in una società che ha dimenticato cosa significhi lottare per i diritti sociali. Fino a quando le questioni sociali non andranno di pari passo con quelle civili tutto quello che oggi definiamo inclusività sarà soltanto una parola vuota, un’etichetta sacrosanta ma ipocrita. Creeremo una società accogliente, fluida e aperta in cui avremo la libertà di sentirci rappresentati ma in cui chi è gay e povero, di fatto, rimarrà povero. Chi è trans e precario rimarrà precario. E le lesbiche si potranno baciare per strada, ma non potranno avere un contratto di lavoro decente per accedere a un mutuo e comprarsi una casa in cui vivere per l’assenza di garanzie e contratti regolari. Non spariranno per magia i nostri problemi e le coppie non binarie si troveranno comunque a fare i conti con gli stessi problemi delle coppie eterosessuali, o forse maggiori perché le lacune nei diritti sociali saranno utilizzate come occasioni di discriminazione in maniera meno trasparente.

È arrivato il momento di scendere a patti con la realtà, cogliendo l’occasione per compiere davvero una piccola rivoluzione, sfruttando questo momento di consapevolezza per indirizzare questa richiesta di evoluzione civile e per rifondare dalle basi il sistema in cui viviamo. Molte delle istanze di ultima generazione e lo stesso femminismo della quarta ondata contengono degli spunti eccezionali sotto questo aspetto e rivoluzionari se applicati davvero, fino in fondo. L’impianto intersezionale, per esempio dimostra come le oppressioni e le ingiustizie siano interconnesse fra loro e quanto sia fondamentale per evolverci riconoscerle e prenderne consapevolezza. Dimostra anche quanto sia potenzialmente sovversivo mutuare il concetto di etero normatività in altri ambiti per palesare strutture “normative” ed escludenti che non riguardano solo il genere ma spesso si inseriscono anche nelle dinamiche di lavoro e nelle relazioni di classe. Dovremmo cominciare a farlo davvero, lottando per una società più giusta, a tutti i livelli.

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