Il mondo è al collasso, ma la vita continua. E noi siamo divisi tra ansia e dissociazione. - THE VISION
Membership

“Are you feeling off?” mi ha chiesto qualche sera fa l’app di TikTok, durante la sessione di scrolling compulsivo con cui stavo rinunciando alle consuete due o tre ore di sonno che ormai mi sono abituata a cedere all’algoritmo. A parlarmi dallo schermo c’era una ragazza di cui già non saprei più riconoscere volto e voce, ma che in pochi secondi ha saputo dare risposta alla domanda retorica che apriva il suo video, elencandomi tutte le ragioni per cui, in quel preciso momento, non avrei potuto che “sentirmi spenta”. Il TikTok proseguiva infatti con la checklist completa e precisa di una serie di preoccupazioni che non posso negare gravino effettivamente sul mio umore – così come su quello della maggior parte delle persone che conosco: la geopolitica globale, il clima, il costo della vita, la salute, il lavoro, le relazioni e la sfiducia crescente verso un futuro che, anche nella migliore delle ipotesi che possiamo immaginare, sembra non corrispondere mai alle nostre speranze. 

La creator continua a parlare, spiegandomi le ragioni di un’atmosfera angosciosa che è ormai piuttosto palpabile, ma che non pensavo si potesse descrivere nel tempo di un reel. Parla dei motivi per cui tendiamo a sentirci tutti emotivamente inadatti, troppo fragili per reggere ciò che stiamo vivendo negli ultimi anni, tanto da esserci apparentemente stabilizzati – per così dire – in un perenne stato di confusione, paralisi, dissociazione. Alla fine del TikTok, conclude definendo questo stato emotivo “ipernormalizzazione” – in inglese, “HyperNormalisation” –, una parola che da quel momento in poi il mio algoritmo mi ha riproposto altre decine di volte, e che mi sono anche trovata a utilizzare di mia sponte in un paio di occasioni di conversazione, come se l’avessi subito assorbita.

Il termine “ipernormalizzazione” è stato coniato dall’antropologo russo Alexei Yurchack per descrivere un fenomeno che ha avuto luogo durante gli ultimi decenni di vita del sistema sovietico, quando era ormai evidente che il sogno socialista fosse prossimo al collasso, ma l’incapacità dei burocrati e del popolo di immaginare una realtà alternativa li spinse a comportarsi come se nulla stesse accadendo, diluendo gli scossoni di una realtà che non riuscivano ad accettare nello scorrere di una normalità fasulla, che permaneva però nella quotidianità dei cittadini. Il motivo per cui oggi l’uso di questo termine è tornato in auge sui social, infatti, è legato a un parallelismo proposto a più riprese dai media, che hanno accostato la descrizione di Yurchack a ciò che stiamo vivendo attualmente. In un recente articolo del Guardian, per esempio, l’ipernormalizzazione è stata definita come uno dei tentativi che negli ultimi anni abbiamo messo in atto per di sedare “quella sensazione viscerale di esserci svegliati in una linea temporale alternativa, con la consapevolezza profonda, fisica, che qualcosa non va, ma senza avere la minima idea di come rimettere le cose a posto”. Un sentimento che innegabilmente ci appartiene, e di fronte al quale è difficile capire come comportarsi, anche ora che disponiamo di vari trend che pretenderebbero di insegnarcelo.

Mosca, URSS, 1990

Il motivo per cui oggi tendiamo a “ipernormalizzare” le circostanze drammatiche a cui assistiamo, dunque, deriverebbe da una contraddizione che sperimentiamo quotidianamente, come accadeva agli ultimi cittadini dell’URSS: quella tra la distopia collettiva di un mondo al collasso – dal punto di vista politico, climatico, sociale –, contrapposta a una routine di attività individuali che invece per forza di cose deve andare avanti come se nulla fosse. Al di là dell’utilizzo inflazionato che si sta facendo di questo termine, spesso in modo semplicistico e autoassolutorio, c’è infatti un aspetto della nostra esperienza presente che il concetto di ipernormalizzazione coglie perfettamente: affrontare il crollo del sistema a cui ci eravamo affidati tutti può essere così disorientante, opprimente e persino umiliante, che molti di noi decidono di non farci caso, scegliendo di rifugiarsi in uno stato di negazione e immobilismo. In sostanza, di fronte alle notizie a forte impatto emotivo, c’è chi finisce per spegnersi, per bloccarsi fingendo che nulla sia accaduto, non perché non prova nulla, ma piuttosto perché si sente confuso dal provare troppo.

Nello stato di assoluta entropia emotiva che stiamo attraversando, l’ipernormalizzazione altro non è che una strategia di evitamento, un maldestro tentativo di fuga dalla realtà, un meccanismo psicologico di difesa. L’impressione, però, è che di recente la necessità di attivarlo stia diventando talmente frequente da aver quasi sostituito la percezione della tragicità dei fatti che ci accadono attorno, con l’illusione di normalità concessa da questa sorta di sospensione dell’incredulità applicata alla vita reale: ci imbattiamo nella notizia dell’attacco all’Iran da parte degli USA mentre scrolliamo altre decine di reel di gattini e ricette, senza fare distinzione tra i contenuti; dimentichiamo sempre più in fretta le preoccupazioni della settimana o del giorno precedente, seppellendole tra le molte distrazioni che le nostre agende sovraccariche ci mettono a disposizione. Al punto da convincerci – nonostante sia inverosimile – che per quanto i segnali di ciò che ci sta accadendo attorno siano drammatici, non esistano conseguenze tali da arrivare a impattare concretamente sulla “normalità” delle nostre vite e che anzi qualsiasi evento vi possa rientrare, se solo ci sforziamo di ignorarne la portata e come ci fa sentire. 

Questo atteggiamento reiterato, apparentemente, sembrerebbe avere in un certo senso modificato il nostro senso di realtà, che risulta come appannato, intorpidito. Per usare una metafora psicologica molto nota, è come se avessimo irrigidito le maglie della membrana che secondo la teoria della Gestalt regola i rapporti tra il nostro io e il mondo esterno, rendendola talmente impenetrabile da non far passare nemmeno il portato emotivo di accadimenti tutt’altro che trascurabili, perché farli entrare significherebbe accettare di doverli in qualche modo affrontare. Ma per quanto ci sforziamo di ignorarle, le circostanze che stiamo vivendo hanno una ripercussione tutt’altro che normale – nel senso di gestibile, emotivamente controllabile – sul nostro benessere psicologico. Lo dimostrano i dati raccolti negli ultimi mesi da diversi sondaggi tematici, che raccolgono le ragioni dello stato ansioso in cui si trova la maggior parte di noi, a dispetto della calma apparente con cui continuiamo a svolgere le normali attività della nostra vita. 

Stando ai dati, infatti, più di 4 italiani su 10 si dicono concretamente spaventati dal coinvolgimento in un conflitto globale; il 57%, invece, non si sente sicuro ad affidarsi alla guida degli USA dopo l’elezione di Trump, tanto da non condividere le scelte del presidente americano in materia di sicurezza e difesa; il 40% dichiara di evitare di leggere le notizie, perché teme ripercussioni sul suo umore; o ancora, il 51% ritiene che la salute delle grandi democrazie mondiali sta peggiorando; mentre, tra i giovani, 1 persona su 3 dichiara di provare paura quando pensa al proprio futuro. Questo quadro evidenzia quanto i nostri sforzi di “ipernormalizzazione” rimangano del tutto insufficienti di fronte agli eventi che spostano quotidianamente gli equilibri del mondo – e apparentemente verso una situazione sempre più incerta e inquietante

Donald Trump

L’idea di muoverci in un momento storico in cui le vicende dell’economia si mescolano con quelle della politica, con quelle militari, con le malattie, con i disastri ambientali e tanto altro, per formare una miscela di cui è difficile capire sviluppi e conseguenze è infatti tutt’altro che naturale da accettare, soprattutto nella misura in cui ci troviamo a percepire il nostro avvenire come un “futuro fuggente” – per usare le parole di Enzo Risso, direttore scientifico di IPSOS –, in cui vediamo dileguarsi tutti gli strumenti e le coordinate che pensavamo di avere nel formulare quei desideri, previsioni e aspirazioni che sostanziano l’esistenza di ognuno di noi. Quello di cui dobbiamo renderci conto, a oggi, è quindi che questa normalizzazione esasperata sia del tutto inverosimile e inefficace di fronte a una situazione esterna che ha assunto degli innegabili caratteri di eccezionalità, in particolare sulla base di come ci fa sentire – ovvero eccezionalmente preoccupati, ansiosi, sfiduciati, pessimisti, impotenti.

Come ha scritto la giornalista Kelley Swain sul Guardian, allora, forse il primo modo per provare ad affrontare le circostanze presenti, per “riaccenderci” e uscire dalla paralisi, è accettare che una situazione del genere non può che farci male, nella sua anormalità, senza doverla per forza edulcorare. “È importante sottolineare, dice Swain, che riconoscere il collasso e la brutalità interconnessi del colonialismo occidentale, del capitalismo, del complesso militare-industriale, del genocidio e del cambiamento climatico” comporta il passaggio attraverso un malessere, un dolore inevitabile, che è cio che puo spingerci a dire “Sì, possiamo fare di meglio. Possiamo sempre fallire meglio”. Per questo, vivere le sensazioni di malessere che ciò che ci sta accadendo attorno ci fa provare, invece di silenziarle, è l’unico modo per vedere la violenza, l’ingiustizia, l’assurdità degli eventi globali che si stanno avvicendando negli ultimi anni come qualcosa di anomalo, che non può essere in alcun modo riportato ai canoni della normalità, e di conseguenza non può essere accettato. In questo senso, Swain individua nel dolore la prima miccia dell’attivismo, dato che esso implica il riconoscimento di una situazione di difficoltà che stiamo vivendo tutti, per poi cercare le vie in cui esprimerla, esplicitarla, esorcizzarla.

Nonostante il mondo sembri viaggiare sempre più su piani diversi – quello delle tragiche notizie che ci arrivano da luoghi apparentemente lontani, ma che in realtà lo sono sempre meno; e quello delle nostre vite, che cerchiamo di continuare a condurre nel mondo più “normale” possibile – i segnali che ci arrivano dal nostro stato emotivo devono portarci a cercare delle vie con cui ricomporre questa cesura. Questo perché è ormai chiaro quanto i meccanismi con cui vorremmo proteggerci dalla sofferenza sono in realtà gli stessi che ci fanno prendere le distanze dal riconoscimento della gravità di ciò che sta accadendo, e quindi dalla partecipazione, dalla presa di posizione su ciò che dovrebbe cambiare. “Sentire il dolore e la complessità, insieme”, come scrive infatti Swain, “è parte integrante dell’attivismo”, perché solo il riconoscimento di una sofferenza comune può portare a una presa di coscienza e a una mobilitazione collettiva. Ovvero a ciò che è sempre più necessario, oggi, per non adattarci definitivamente alla direzione inquietante che il mondo sembra aver imboccato, alzando la soglia del dolore fino a renderla la nostra nuova normalità.

Membership
Segui Federica su The Vision