Il triste spettacolo di chi insulta i poveri, abbandonati dallo Stato, e non chi li sfrutta

Qualche giorno fa, ai cittadini che hanno fatto la richiesta ufficiale per il reddito di cittadinanza, sono arrivati i primi flussi informativi, tra istanze raccolte, domande respinte e soprattutto la cifra da percepire. Per domande e informazioni, l’Inps ha messo a disposizione la sopracitata pagina Facebook. In poche ore è stata subissata di lamentele per l’importo dell’assegno, con quesiti improbabili, richieste per ottenere il PIN d’accesso o anche solo per capire il significato dell’account Spid (Sistema pubblico di identità digitale). Avendo i social la natura della “piazza pubblica”, chiunque ha potuto assistere a grotteschi siparietti e a conversazioni al limite del surreale. L’interazione degli altri utenti, quelli che non hanno richiesto il reddito di cittadinanza e che non avevano necessità di ricevere informazioni in merito, non è stata placata nemmeno con il messaggio ufficiale della pagina: “Non rispondete al posto nostro e non scrivete nei commenti di altri, altrimenti dobbiamo bloccarvi”. Un invito che è stato recepito al contrario, causando uno dei più grandi episodi di derisione sociale degli ultimi anni.

Sui principali social sono comparsi i primi screenshot con le conversazioni tra gli utenti e un esausto social media manager dell’Inps. Sono comprensibili le ragioni di quest’ultimo (o ultimi, non è dato sapersi il numero degli operatori), considerando la mole di domande ripetute all’infinito, di imprecazioni sgrammaticate e distanti dalla netiquette di prammatica, di insulti fuori luogo; ma certe risposte sono apparse sin da subito inopportune per un ente previdenziale nazionale. Oltre a episodi di utenti che hanno chiesto informazioni per ricevere simultaneamente il reddito di cittadinanza e i soldi del lavoro in nero – al confine tra il trollaggio e l’impertinenza – il caso più eclatante ha riguardato una donna a cui, di fronte alle sue insistenti richieste per ottenere il PIN, l’Inps ha risposto: “Basta chiederlo a Poste o a Inps. Oppure è troppo impegnata a farsi selfie con le orecchie da coniglio?” Il social media manager, credendo forse di essere su Commenti Memorabili, ha voluto fare il gradasso, e questa donna è subito diventata lo zimbello del web, fotografando – a sua insaputa – una piaga sociale evidente: le élite colte o benestanti che vessano chi si trova in condizione di indigenza socio-culturale, mentre storicamente dovrebbe difenderli.

La vicenda si è conclusa con le scuse di Pasquale Tridico, presidente dell’Inps, per i toni inadatti “che non rispecchiano i valori e la missione dell’Istituto”. Quello che però permane è il dibattito su un centrosinistra che ha abbandonato quelle realtà sociali un tempo di sua competenza. 

Negli ultimi anni, se non addirittura decenni, il dibattito sulla scomparsa dei valori della sinistra ha preso piede a livello globale. L’Italia non si è sottratta a certe tematiche, con i partiti di sinistra (o sedicenti tali) che sono stati accusati di aver tradito i loro ideali. Si è parlato di neoliberismo, del capovolgimento dei pilastri keynesiani, di derive centriste, del proletariato abbandonato. Tutti discorsi pertinenti, ma forse è arrivato il momento di spostare la lente d’ingrandimento e lasciare per un attimo da parte i politici, concentrandosi sul cambiamento dell’elettorato. Questa metamorfosi del mondo di sinistra, trova il suo esempio più fulgido nel pandemonio nato in questi giorni sulla pagina Facebook “Inps per la Famiglia”, e non c’è niente da ridere.

Nello specifico, ricollegandosi al reddito di cittadinanza, l’errore principale della sinistra è stato quello di non colpire una misura raffazzonata, realizzata male illudendo i cittadini e presentando un aborto malriuscito che graverà sulle spalle degli italiani, bensì i beneficiari. Quando gli esponenti del Pd hanno attaccato quelli che “stanno sul divano attendendo il reddito di cittadinanza”, hanno svelato una natura ondivaga e figlia della metamorfosi del partito: quelli costretti a stare sul divano devono essere aiutati, non scherniti. Di certo non aiutati con le misure del M5S e con un assistenzialismo fine a se stesso, bensì con riforme strutturali mirate a risollevare chi è in difficoltà. Secondo Federico Rampini, il Pd si è occupato troppo degli ultimi e poco dei penultimi. In realtà anche con gli ultimi, i migranti, ha operato in modo ambiguo, a causa delle politiche in Libia di Minniti. Quello che Rampini non aggiunge è una responsabilità che non è da attribuire esclusivamente a un partito, ma anche agli elettori.

Federico Rampini

Sui social la battaglia contro l’analfabetismo funzionale ha prodotto una serie di equivoci da analizzare a fondo. In primis partendo dalla confusione tra analfabeti funzionali e chi non ha competenze informatiche. Scendendo ancora più in basso, c’è tutto un sottobosco che viene bullizzato soltanto per l’assenza di mezzi necessari ad ottenere un riconoscimento sociale. Sì, sono finiti nell’esca dei populisti, nel retino di Lega e M5S, ma a causa di politiche che da decenni non investono a sufficienza nella scuola e nella cultura, che lasciano indietro i ceti più bassi allargando la forbice con quelli più alti. È come se ci si basasse su uno snobismo fuori tempo massimo, escludendo quelli che un tempo finivano sotto la protezione del Pci, e che ora vengono abbandonati. Lega e M5S sono i sintomi – seppur tremendi – non la malattia. Se si è arrivati a queste politiche ottuse la colpa è di un lento processo che ha sgretolato la sinistra in tutte le sue sfaccettature.

C’è poi da fare una distinzione con chi segue pedissequamente i dettami più retrivi del Salvini di turno, mostrando razzismo, intolleranza e odio cieco. In quel caso è corretta l’opposizione a queste forme di ignoranza, e anzi vanno contrastate in ogni modo, senza scrupoli. Ma se una signora non è capace di leggere una mail o di ottenere un PIN, la questione è totalmente diversa. Qui un individuo di sinistra – e in generale di qualsiasi partito – non dovrebbe aggregarsi al pubblico ludibrio, in un autodafé che palesa soltanto l’esasperazione di uno scontro sociale. La caccia alle streghe è lecita quando vengono intaccati i diritti o quando viene messa in discussione la scienza, non di certo per ergersi su un piedistallo e ridicolizzare le carenze altrui. I blastatori della domenica, novelli mister know it all del web, invece di fare i brillanti invocando “la 104” per chi ha meno strumenti a disposizione, dovrebbero rendersi conto di essere diventati la versione annacquata di una borghesia ormai sepolta. Ovvero, tutto quello che non avrebbero voluto e dovuto diventare. 

Questo non vuol dire non sorridere di fronte agli scambi tra gli Inps e gli utenti. È un riflesso incondizionato, e il discorso non verte su un eccesso di serietà o su un’assenza di ironia. Anche perché in molti hanno sorriso. Poi però il gioco è finito, e dietro queste dinamiche vanno scovati i veri colpevoli. Lega e Cinque Stelle per aver promesso l’irrealizzabile e per aver distorto la narrazione politica a tal punto da avvicinarsi alla circonvenzione d’incapaci; la sinistra per aver creato un distacco intollerabile a livello sociale. 

Questo discorso non ha nulla a che fare con la retorica costruita attorno ai radical chic-buonisti-professoroni imbastita dai populisti. Quella è la loro caratteristica prosopopea per giustificare azioni altrimenti ingiustificabili, come nel caso della politica sull’immigrazione di Salvini o dell’incompetenza del M5S. Bisognerebbe coniare un nuovo termine per quegli elettori di sinistra che da un lato combattono battaglie sacrosante (diritti, rivendicazione dei meriti e delle competenze a contrastare questo periodo di recessione, non soltanto economica), mentre dall’altro annaspano dimenticando il reale spirito della sinistra, che non consiste nell’emarginare i ceti più bassi o nella crocifissione di “Candy Candy Forza Napoli”. È forse l’unico parallelismo a sinistra tra eletti ed elettori. Per il resto questi ultimi non si sentono rappresentati, ma non si accorgono che si comportano come loro. È una frase abusata, ma “la sinistra dovrebbe ripartire da qui”, dalla consapevolezza delle proprie colpe. Perché se il sonno della ragione genera mostri, e questi ultimi sono i populisti, la sinistra ha la colpa di aver dormito parecchio, in modo imperdonabile.

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