La Chiesa dovrà restituire l’Ici. Ora cancelliamo gli altri privilegi.

Nei primi 12 articoli della Costituzione sono racchiusi i principi fondamentali della nostra Repubblica, quelli che dovrebbero renderci orgogliosi di essere italiani. Se non che, accanto al principio di uguaglianza, al ripudio della guerra, alla valorizzazione del lavoro, i padri costituenti hanno specificato che i rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica sono regolati dai Patti Lateranensi.

Benito Mussolini legge i Patti Lateranensi al Cardinale Gasparri dopo la sottoscrizione ufficiale avvenuta presso il Palazzo di San Giovanni in Laterano, Vaticano, 20 febbraio 1929

Era l’11 febbraio 1929 quando il duce ebbe la brillante idea di porre fine ai dissidi esistenti tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica – i cui rapporti, è bene ricordare, erano definitamente scoppiati a causa della “appropriazione” da parte italiana di Roma Capitale – con la sottoscrizione di tre accordi, conosciuti con il nome di Patti Lateranensi. Il Trattato, oltre a cancellare l’anniversario della breccia di Porta Pia del 20 settembre dalle festività nazionali, riconosceva la sovranità dello Stato Vaticano con annesse numerose proprietà immobiliari e agevolazioni fiscali di ogni sorta. Il Concordato attribuiva al matrimonio religioso lo stesso valore del matrimonio civile, mentre la Convenzione finanziaria si preoccupava di risarcire il povero clero per la perdita del dominio temporale subito dalla Chiesa nel periodo risorgimentale. Come è facilmente intuibile, la riconciliazione con la curia romana non è stata gratuita per il Regno d’Italia fascista. Poi, con l’aggiornamento del Concordato del 18 febbraio 1984, siamo addirittura riusciti a equiparare le scuole pubbliche a quelle paritarie e a riconoscere il diritto di assistenza cattolica alle nostre forze armate. Tutto pagato da noi, ovviamente.

In questo clima di allegria e privilegi, è stato il governo Berlusconi che nel 2005 ha ben deciso di esentare completamente la Chiesa dal pagamento dell’imposta comunale sugli immobili, l’Ici. Non che prima di questo provvedimento la Santa Sede fosse oberata dalle tasse. L’imposta sugli immobili era stata introdotta nel 1992 e già allora erano previste delle esenzioni per gli immobili ecclesiastici non destinati a fini commerciali. Il Cavaliere si è spinto oltre, decidendo che la preghiera non si tassa nemmeno se tra un Ave Maria e un Padre Nostro si ricevono laute rette scolastiche o si ospitano “pellegrini” per qualche euro a notte.

Questa esenzione era stata giudicata dalla Commissione europea come un aiuto di Stato, perché con un minor carico fiscale le attività commerciali cattoliche facevano concorrenza sleale alle imprese laiche, costrette a dover pagare tutto e fino all’ultimo centesimo. Ad ogni modo, Bruxelles non ha ritenuto di dover imporre all’Italia di recuperare quanto non riscosso dagli enti cattolici. Siamo infatti riusciti a convincere i cattivissimi eurocrati che il recupero delle somme non sarebbe stato praticabile. Per farla breve, lo Stato non ha tuttora i dati per determinare quale porzione di immobile fosse destinato ad attività commerciali e quale porzione invece era dedicata all’elevazione dello spirito.

Poi, due anni fa, il Tribunale dell’Unione europea ha sostanzialmente confermato la determinazione della Commissione, sancendo che a causa di difficoltà organizzative l’Italia non fosse materialmente in grado di recuperare le imposte dovute da alberghi, cliniche private e scuole paritarie. È stato quindi necessario arrivare sino alla Corte di Giustizia per riconoscere che la Chiesa deve pagare l’Ici, per intaccare l’assurdo privilegio riconosciuto alla Chiesa dallo Stato italiano. Le lacune organizzative dell’Italia non possono giustificare un tale trattamento di favore e la Corte ha fatto bene a sottolineare come la Commissione avrebbe dovuto analizzare con maggior rigore le modalità alternative disponibili all’Italia per il recupero delle tasse non pagate, o quantomeno di una parte di esse. Adesso dovremmo intervenire per recuperare quanto dovuto, se vogliamo evitare il rischio di un’ennesima procedura di infrazione.

Lo Stato continua a considerare la Chiesa come un’istituzione con cui negoziare da un punto di vista privilegiato, in spregio al principio di laicità che dovrebbe regnare sovrano nel nostro ordinamento. Persino dinanzi all’emergere del pluralismo in campo religioso e alle ovvie necessità di integrazione non si riesce a uscire dalla logica che favorisce chi conta di più. Il meccanismo di funzionamento dell’otto per mille è illuminante. All’apparenza sembra semplice: il cittadino decide di versare parte delle sue tasse alla Chiesa, che a sua volta dovrebbe usare queste risorse per scopi di carattere religioso. Almeno questo è quello che dice la legge. Ma si sa, il diavolo si nasconde nei dettagli, infatti alle organizzazioni religiose vengono destinati anche i soldi di chi non si è espresso: in questo modo a beneficiare dell’otto per mille è chi ottiene più preferenze, ovvero la Chiesa cattolica. Nel 2014, le organizzazioni religiose ricevevano più di un miliardo di euro da questa quota, ma evidentemente non era ancora abbastanza. Così l’Italia ha pensato di finanziare anche il Fondo edifici di culto e di sostenere le scuole private paritarie, che ne hanno tanto bisogno rispetto alle pubbliche. Ancora: abbiamo costruito, a nostre spese, il collegamento ferroviario e quello telefonico della Città del Vaticano.

Calcolare quanto ci costano complessivamente i privilegi della Chiesa è impresa ardua – e forse per le coronarie è meglio non scoprirlo. Negare la rilevanza storica che la cultura cattolica ha avuto nello sviluppo della società sarebbe poco serio, ma trovo che sia insopportabile dover compensare questo lascito culturale con agevolazioni e privilegi di carattere economico. La funzione spirituale di un’istituzione come la Santa Sede non si può mercificare con degli sconti fiscali. La Chiesa ha il pieno diritto di esercitare le sue prerogative pastorali in uno Stato, che deve però restare  compiutamente laico.

Dopo aver elencato i principi fondamentali, la Costituzione italiana si occupa delle libertà. Il diritto di professare liberamente qualsiasi fede religiosa, o di non professarne alcuna, rientra tra esse, lo si trova all’articolo 19 della Carta. Non serve uno specialista per comprendere che questo diritto risulta negato da uno Stato che, ponendo su un piedistallo e privilegiando il cattolicesimo, ostacola il pieno esercizio delle libertà di una parte dei cittadini. I Patti Lateranensi dovrebbero essere cancellati a beneficio di un’intera comunità, in quanto figli di un passato non qualsiasi: discendono infatti dal regime fascista e lo rappresentano. L’inclinazione religiosa dei cittadini italiani, inoltre, è molto cambiata negli ultimi 90 anni. Il pluralismo è ormai parte integrante della nostra società e fasce sempre più ampie della popolazione si dichiarano atee o agnostiche. Nonostante in questo momento storico sia difficile far valere un pensiero del genere, la diversità è un valore e quella spirituale dovrebbe rappresentare il più importante. Scriviamo nuovi accordi, in cui finalmente lo Stato si preoccupi di essere laico e la Chiesa di essere guida spirituale per chi vuole seguirla. Tenendo fuori le tasse, magari.

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