Dopo Regeni l'Egitto continua a violare i diritti umani. E l'Italia ci fa affari. - The Vision

Una barzelletta molto nota al Cairo dice che c’è un solo posto dove gli egiziani aprono la bocca: il dentista. È una battuta raccontata da decenni, ma più che mai adatta all’Egitto di Abdel Fattah Al Sisi, il generale diventato presidente dopo aver guidato un colpo di stato nel luglio 2013 e aver destituito l’allora presidente Mohamed Morsi. E che dalla sua nomina alla presidenza l’8 giugno 2014, ha messo in atto una repressione che le organizzazioni per i diritti umani definiscono “senza precedenti”.

Le migliaia di persone arrestate per i motivi più futili, le sparizioni forzate all’ordine del giorno, le carceri disumane, l’uso generalizzato della tortura e l’aumento costante della povertà, minano il potere di quella che, a uno sguardo attento, somiglia più che altro a una tigre di carta. “Il regime di Al Sisi ha una base troppo ridotta per essere stabile”, dice a The Vision Robert Springborg, professore del dipartimento di War Studies del King’s College di Londra. È della stessa opinione anche Silvia Colombo, responsabile del programma Politica estera dell’Italia all’Istituto affari internazionali di Roma (Iai): “Con lo scoppio delle proteste del 20 settembre scorso, Al Sisi ha scoperto la propria fragilità. Eventi del genere non possono condurre a cambiamenti immediati, ma quelle manifestazioni hanno spazzato via la percezione dell’Egitto come un Paese sottomesso, che non sarà mai più in grado di riprendersi”.

Per questo motivo, secondo Colombo, è il momento di modificare la politica italiana nei confronti del Cairo. A partire da quanto riguarda l’omicidio di Giulio Regeni, avvenuto nel gennaio 2016. “Credo che finora la politica italiana sia stata in parte succube della facciata di strapotere di Al Sisi, alimentata anche dalla sfrontatezza con la quale il Cairo ha gestito il caso Regeni”. Una situazione caratterizzata da depistaggi, menzogne e dalla totale mancanza di una collaborazione credibile per arrivare alla verità su chi e perché abbia rapito, torturato e ucciso il ricercatore italiano.

L’invito a riprendere i rapporti tra la procura egiziana e quella di Roma, giunto a ottobre dal Cairo, è stato accolto con freddezza dalla famiglia Regeni, che l’ha definito “l’ennesima presa in giro”. Più ottimista è stato il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, per il quale si tratta di “una notizia importante“. Da parte sua, il presidente della Camera Roberto Fico ha dichiarato pochi giorni fa che “sappiamo che alcuni alti ufficiali egiziani hanno pedinato Giulio e stiamo chiedendo un processo che sia giusto. Al Sisi deve comprendere che l’Italia non si fermerà mai”.

D’altra parte, il caso Regeni non ha provocato una rottura drastica delle relazioni italo-egiziane, anche se la recente vicenda di Francesca Borri, la giornalista de Il Fatto Quotidiano trattenuta per ore all’aeroporto del Cairo e rispedita in Italia senza il permesso di entrare nel Paese, è un segnale di quanto siano cambiate.

“È stata rimandata indietro senza neanche un pezzo di carta che chiarisse la ragione dell’espulsione,” sostiene Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.  “L’ennesima dimostrazione che ormai in Egitto vige l’arbitrio più assoluto e che ci si fa beffe anche delle minime procedure di cortesia diplomatica”. Comportamento che l’Italia continua a subire senza proteste.

Come sottolinea Noury, l’unico gesto formale da parte di Roma dopo il caso Regeni (il ritiro dell’ambasciatore Maurizio Massari) è stato annullato il 14 agosto 2017, con il ripristino delle piene funzioni della nostra rappresentanza al Cairo e l’invio dell’attuale ambasciatore Giampaolo Cantini. Per Noury, “quello è stato il segnale di essere pronti ad accondiscendere, in particolare per quanto riguarda Giulio Regeni e in generale riguardo la terribile repressione che c’era già allora e che adesso è persino peggiorata”.

Se da una parte, segnala Colombo, “l’Italia non poteva permettersi di perdere un partner importante come l’Egitto, dall’altra i rapporti economici hanno fatto da collante”. In effetti, stando alla Banca centrale egiziana, attualmente l’Italia è il quarto partner commerciale del Cairo dopo Cina, Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti e nell’anno fiscale 2018/2019 gli scambi commerciali tra i due hanno sfiorato i 4,5 miliardi di dollari. Dall’energia alla finanza, dalla manifattura all’agroindustria, sono oltre cento le aziende italiane attive nel Paese nordafricano. L’Egitto, che prima dell’instabilità seguita alla Primavera araba era sempre ai primi posti tra le mete estere preferite dagli italiani, sta anche tornando ad attirare molti connazionali per le vacanze. L’anno scorso l’Italia è stata quarta per numero di visitatori tra gli Stati europei, superata solo da Germania, Ucraina e Regno Unito. Secondo i dati del Fondo monetario internazionale, l’economia egiziana è cresciuta del 4% nel 2017 e del 5,3% l’anno scorso. Buone notizie, sembrerebbe, se non fosse che insieme al Pil cresce anche la povertà. Per il Fmi, il Pil pro capite a parità di potere d’acquisto l’anno scorso era inferiore ai 12mila dollari, mentre la popolazione in povertà estrema è passata dal 27,8% del 2015 al 32,5% del 2018. Questo significa che oltre 31 milioni e mezzo di egiziani vivono con poco più di un dollaro al giorno.

Non a caso, le proteste di settembre (durante le quali sono state arrestate oltre duemila persone) sono scoppiate dopo che un ex appaltatore militare fuggito a Barcellona, Mohamed Ali, aveva postato dei video in cui sostiene che l’esercito egiziano avrebbe utilizzato denaro pubblico per costruire alberghi e palazzi di lusso. Alcuni di questi ultimi, in particolare, a beneficio del presidente Al Sisi. Non è difficile credere a queste accuse per gli egiziani, che da anni sanno come intorno alle forze armate si muova un apparato economico strutturato e capillare. A seconda delle stime, i militari controllano fra il 25 e il 40% dell’economia egiziana: dalla compravendita di immobili per conto del governo alla gestione di mense e stazioni di servizio; dall’allevamento di bestiame alla produzione alimentare; dai servizi di pulizia alle fabbriche di frigoriferi.

È molto difficile fare stime esatte, dato che le attività economiche e imprenditoriali delle forze armate godono di numerosi privilegi, primo tra tutti il diritto alla più totale mancanza di trasparenza sul loro operato, come diversi rapporti e pubblicazioni segnalano da tempo. Quel che si sa, però, è che, con l’arrivo di Al Sisi al potere, la loro influenza nell’economia egiziana è cresciuta ancora. “Cosa più importante”, nota Springborg, “è che gli organismi guidati dall’intelligence militare e dalla General intelligence hanno cominciato a creare i propri imperi finanziari in diversi settori, specie nei media, nell’elettronica e nell’energia. Questo restringe ulteriormente il settore privato, e finirà per aggravare le tensioni tra i vari apparati della sicurezza”. Per Colombo non c’è dubbio sul fatto che Al Sisi stia utilizzando la dimensione economica per mantenere la fedeltà delle forze armate, di cui fanno parte non solo i militari, ma le varie forze speciali, l’intelligence e persino il ministero dell’Interno. “Le forze armate agiscono secondo i propri interessi e la loro benevolenza dipende proprio da quanto il presidente è in grado di offrire e di lasciarle libere di operare nei loro affari. Era così anche ai tempi di Mubarak. Ed essendo lui stesso un militare, Al Sisi sa bene come funziona il sistema”.

Per Colombo è necessario che in Italia gli attori politici ed economici si mettano d’accordo e cerchino di parlare la stessa lingua nei rapporti con il Cairo: “Da una parte bisogna smettere di farsi influenzare dall’immagine di strapotere di Al Sisi e dall’altra non dovremmo puntare troppo su un’economia che nei numeri sta crescendo, ma che in realtà prima o poi rischia di entrare in profonda crisi”. Serve anche un maggiore coordinamento in Europa. La risoluzione adottata a fine ottobre, con cui il Parlamento europeo ha accusato il Cairo di ostacolare le indagini sul caso Regeni e denunciato le violazioni sistematiche dei diritti umani, è un passo nella giusta direzione. “È la terza risoluzione urgente sull’Egitto adottata in tre anni,” fa notare Leslie Piquemal, responsabile advocacy presso l’Unione europea del Cairo institute for human rights studies. “Questa volta il messaggio è più forte. In particolare, la risoluzione avverte che il mantenimento dei rapporti ‘business as usual’ con l’Egitto è durato abbastanza e invoca una revisione generale delle relazioni”. Revisione che riguarderà anche il sostegno economico che il Cairo riceve dalla Commissione europea. La risoluzione chiede anche agli Stati membri di sospendere le esportazioni di ogni tipo di strumento e attrezzatura che potrebbe essere utilizzata dal regime egiziano per reprimere gli oppositori e il dissenso.

Anche per Noury la risoluzione è un segnale importante della posizione di Bruxelles su quanto accade in Egitto, situazione che definisce “assolutamente catastrofica”. Oltre agli arresti arbitrari e alle sparizioni forzate, a preoccupare le organizzazioni internazionali per i diritti umani sono le condizioni delle carceri. “Il sovraffollamento e la mancanza di strutture sanitarie sono gravissimi. In particolare nella sezione del super-carcere di Tora nota come lo ‘Scorpione’. Vengono negate le cure, anche a chi soffre di patologie croniche e i detenuti che intraprendono lo sciopero della fame sono puniti duramente”, denuncia Noury.

Mahmoud Abu Zied, (alias Shawkan)

Una volta arrestati, nell’Egitto di Al Sisi, non si è mai certi se si tornerà in libertà e quando. “A volte, per inscenare un simulacro di giustizia, si svolgono dei processi di massa”, continua Noury. Processi spesso basati su confessioni estorte sotto tortura, su un accesso molto scarso al diritto alla difesa e che sfociano anche in condanne a morte. “È un sistema che ha un effetto intimidatorio fortissimo. Anche gli esuli hanno il terrore di parlare, per timore di ritorsioni verso i loro familiari rimasti in patria”.

In un clima simile, che migliaia di persone abbiano comunque deciso di protestare contro il regime a fine settembre è ancora più significativo. “È venuta alla luce una vera fragilità”, sottolinea Nathan J. Brown, professore di scienze politiche alla George Washington University, “Ossia il fatto che qualche video postato da una sola persona sia stato sufficiente a richiamare un’attenzione enorme e persino a obbligare il regime a rispondere alle manifestazioni”.

A fine novembre, Mohamed Ali ha annunciato di voler riunire i movimenti di opposizione in Egitto e all’estero, tra cui i liberali, il movimento 6 Aprile e i Fratelli Musulmani, per coordinare gli sforzi e obbligare Al Sisi a lasciare il potere. Per Springborg, il muro della paura innalzato da Al Sisi “è l’unica cosa che mantiene questo regime al potere. Quando in quel muro apparirà una crepa, il regime scomparirà. E Al Sisi verrà colpito da un attacco molto più violento di quello che si abbatté su Mubarak”. Le manifestazioni del gennaio 2011, culminate con la caduta di un regime che pareva inamovibile, per Al Sisi sono un incubo da sventare con la violenza e il terrore. Ma il popolo egiziano ha appena dimostrato di essere pronto a tornare in piazza e la comunità internazionale comincia a far sentire la sua voce. Il regime è fragile e il generale che lo guida lo sa bene.

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