Le donne sono le prime vittime della povertà. È ora di riconoscerlo.

Il tema della povertà femminile è un argomento che in Italia viene affrontato poco e male, spesso senza una visione coerente. Si parla spesso del fatto che la disoccupazione delle donne sia un problema, o che il gender pay gap vada chiuso, ma il passo successivo – ovvero riconoscere che ci sono milioni di donne che vivono in condizioni di indigenza o non dispongono di redditi propri e questo sia un problema sociale strutturale – non viene mai di fatto menzionato. “Povertà” è una parola difficile, che rimanda a un immaginario di degrado e marginalità che la maggior parte delle persone crede lontano dalla propria vita quotidiana. Ma essere poveri non significa soltanto essere senza fissa dimora o non avere i soldi per arrivare a fine mese: significa anche non lavorare, dover dipendere economicamente da un’altra persona, essere costrette in una relazione malsana o addirittura violenta per avere un tetto sulla testa per sé o per i propri figli.

In Europa, una persona su quattro è a rischio povertà o esclusione sociale. Questo rischio si manifesta in tre diverse forme: povertà monetaria (cioè l’assenza di redditi adeguati), privazione materiale (cioè la mancanza di beni immobili e non) o bassa intensità lavorativa del nucleo famigliare. I tre fattori possono avere impatti molti diversi sulle vite delle persone: il reddito familiare ha conseguenze dirette sugli standard di vita – mangiare male, non poter pagare le bollette, non avere una casa adeguata – mentre la privazione materiale e l’esclusione dal mercato del lavoro sono spesso accompagnate dall’isolamento sociale. Questo è un primo discrimine per capire come la povertà delle donne sia diversa, più complessa e particolare: prendendo l’esempio di una famiglia in cui il marito lavora e la moglie no, il reddito familiare può essere dignitoso, lo standard di vita accettabile, ma la donna non può gestire soldi propri, non ha possibilità di autodeterminazione ed è esclusa dalla vita attiva. È, di fatto, povera. Secondo gli ultimi dati disponibili, per le donne il rischio di povertà è maggiore, anche se è difficile calcolare quante siano, in termini assoluti, le donne in questa condizione. Questo perché i dati sulle condizioni economiche vengono calcolati sulla base del reddito dell’intero nucleo familiare, in cui idealmente le risorse sono distribuite equamente tra tutti i membri della famiglia, cosa che però spesso non accade. 

Secondo l’ultima rilevazione Istat, nel nostro Paese 5 milioni e 58mila individui vivono in uno stato di povertà assoluta, di cui 2 milioni e 572mila sono donne, mentre le persone in uno stato di povertà relativa sono 9 milioni e 368mila. Anche in questo caso si tratta di una statistica parziale perché, come spiega Beatrice Costa, responsabile programmi di ActionAid Italia, “Non esistono indicatori che permettano di misurare la distribuzione delle risorse economiche tra componenti dei nuclei familiari. È quindi difficile rendere conto della complessità della povertà femminile, spesso interconnessa ad altri aspetti economici e, soprattutto, socio-culturali”.

Di questi aspetti, però, è possibile farsi un’idea molto precisa. Prendendo ancora a esempio la situazione nel nostro Paese, il principale ostacolo per le donne è la disoccupazione. L’ultima relazione Istat sul mercato del lavoro evidenzia che le donne occupate sono soltanto il 48,1%. Gli uomini occupati rappresentano invece il 66,3%, con un gap di genere di ben 18 punti percentuali, il più alto in Europa dopo Malta. Sempre secondo il rapporto, in generale gli uomini hanno contratti di lavoro più duraturi (anche se nelle fasce più giovani la situazione sembra collimare verso impieghi temporanei per entrambi i sessi, a riprova del precariato imperante che affligge il nostro Paese). Per non parlare poi, della questione del gender pay gap: se a livello di retribuzione l’Italia ha un divario salariale tra uomini e donne “solo” del 5,6%, considerando il divario complessivo (che combina la paga oraria, il salario mensile per ore lavorate e il tasso di occupazione medi) si arriva addirittura al 43,7%. Le donne in generale sono impiegate in lavori meno prestigiosi e più sottovalutati, nonostante siano in media più educate degli uomini, e non riescono a raggiungere le posizioni apicali.

Le donne faticano a entrare nel mercato del lavoro per motivi di carattere familiare e per quello che sembra un circolo vizioso di esclusione sociale: il 30,4% delle disoccupate nella fascia d’eta 45-74 anni non ha mai avuto esperienze di lavoro nella propria vita (per gli uomini accade solo nel 3,8% dei casi), il che porta ad aumentare la marginalizzazione dalla vita attiva del Paese. Faticano anche a rimanervi: la crisi economica ha colpito soprattutto le donne perché a subire i tagli maggiori sono state le strutture del welfare che permettono loro di lavorare senza dover necessariamente diventare le caregiver dell’intero nucleo familiare – asili nido, strutture per anziani, doposcuola, assistenza sociale e sanitaria. Il venir meno di queste possibilità ha spinto molte madri ad abbandonare il posto di lavoro.

Nel welfare familistico italiano, infatti, alla carenza dei servizi pubblici si è sopperito con il lavoro domestico non retribuito delle donne. Questo ha permesso al sistema capitalistico di funzionare perfettamente per due secoli: l’uomo ha potuto dedicarsi al lavoro salariato perché alle sue spalle c’è sempre stata una donna che per lui lavava, stirava, cucinava, accudiva figli e anziani, senza che nessuno le corrispondesse alcun stipendio. Questo meccanismo ha cominciato a incepparsi quando le donne hanno avuto accesso al mercato del lavoro, sobbarcandosi il peso di due lavori diversi, di cui uno però continuava a essere gratuito. Lo Stato è intervenuto con le politiche di conciliazione familiare, ma le donne continuano a fare il 70% del lavoro domestico non retribuito e svolgono ogni giorno 5 ore di mansioni non pagate. Sommandole al proprio impiego salariato, le donne lavorano un’ora e mezza al giorno in più degli uomini, ma percepiscono un reddito decisamente inferiore.

Le famiglie più povere in Europa, inoltre, sono quelle composte da un genitore single con uno o più figli a carico e in particolare quelle con una madre single. In Italia, il 41% di quest’ultime è a rischio povertà, situazione che potrebbe peggiorare se il ddl Pillon – che prevede l’eliminazione dell’assegno di mantenimento in misura proporzionale al reddito anche nel caso in cui uno dei due coniugi non disponga di redditi propri, caso che è più frequente per la donna – passasse così come è stato presentato. Un quadro ben diverso dall’epidemia di “padri bancomat” che il senatore sbandiera in difesa del suo disegno scellerato. A elargire i soldi con la stessa disumanità di una macchina sono piuttosto quegli uomini che impediscono alle proprie partner di utilizzare liberamente il denaro. Si chiama violenza economica, una forma di sopruso che è riconosciuta dalla Convenzione di Istanbul come quell’“insieme di atti di violenza finalizzati a mantenere la vittima in una condizione di subordinazione e dipendenza, impedendole l’accesso alle risorse economiche, sfruttandone la capacità di guadagno, limitandone l’accesso ai mezzi necessari per l’indipendenza, resistenza e fuga”. 

Tutte queste ingiustizie e disparità si trascinano nel tempo e collimano nel gender gap pensionistico. In media, la pensione di una donna è del 39% inferiore a quella di un uomo e per questo motivo, la povertà femminile aumenta con l’età

La povertà femminile, insomma è un problema molto più diffuso e complesso di quanto sembri, che ha cause radicate nel nostro modo di intendere la società. Poiché è difficile quantificare quante siano le donne povere, come spesso accade quando è impossibile dare cifre precise di un fenomeno, è come se quest’ultimo non esistesse. Le donne povere non sono solo le senza fissa dimora, le migranti o le prostitute: sono tutte coloro che per cause spesso indipendenti dalla propria volontà rinunciano a un mezzo di autodeterminazione e realizzazione basilare, quello del denaro. Quando riconosceremo questo fatto, allora potremo finalmente capire che la povertà non è qualcosa di lontano o degradato, ma è una condizione che può colpire tutte, nel quotidiano. Ed è solo riscattandosi da questo processo – che in quanto tale non è dato una volta per tutte – che possiamo garantire la nostra piena libertà.

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