L’autodistruzione di D&G è ciò che accade quando il provincialismo italiano incontra la realtà - The Vision

Pallidi, smorti, due stracci grigi messi ad asciugare su uno sfondo rosso drago, l’atteggiamento di Dolce & Gabbana non vi è mai sembrato così risibile, e adesso infatti li irridete. Adesso.

Adesso Crozza li può prendere in giro; adesso Gianni Riotta può ammettere che la crisi con la Cina è stata una débâcle“Agire in un mondo unico e social come se vivessimo ancora nell’Italia chiusa anni Cinquanta, porta a disastri”; adesso Vittorio Zucconi su La Repubblica può persino mettere in dubbio la versione ufficiale dell’azienda, quella secondo cui i tweet violentemente anticinesi partiti dall’account di uno stilista sarebbero stati scritti da un malvagio hacker. Come se fosse la prima volta che da quell’account partono tweet disastrosi e autolesivi, come se lo stesso responsabile dell’account non avesse mai definito “brutta” Selena Gomez, o “fascista” Elton John. Ma fino a venerdì non c’era quotidiano italiano che osasse mettere in discussione la bizzarra teoria degli hacker. Anche perché, fino alla settimana scorsa, Dolce e Gabbana non potevano essere messi in discussione – sulla stampa italiana, almeno. E così, mentre i siti di e-commerce ritiravano i prodotti griffati D&G, il Ministero cinese annullava la sfilata-evento e su Instagram si postavano video di falò alimentati con i vestiti della coppia di stilisti, per i giornalisti italiani Dolce e Gabbana al massimo avevano sbagliato uno spot, urtato qualche indigeno troppo suscettibile.

Poi però è arrivato il loro video di scuse dalle tinte farsesche, e qualcosa è cambiato. Come se i predatori del circo mediatico avessero sentito l’odore del sangue: Dolce e Gabbana improvvisamente non erano più intoccabili, non erano più gli imperatori capricciosi del lusso, quelli che qualche anno fa per una recensione negativa avevano ritirato le inserzioni pubblicitarie a un quotidiano. Dolce e Gabbana erano stati colpiti (facendo tutto da soli), dimostrando al mondo di non essere immortali. Ed ecco che il mondo si è scagliato unanimemente contro Dolce e Gabbana. Comodo, adesso.

Così comodo che forse vale la pena di chiamarsi fuori. Tanto ormai la frittata è fatta, appunto. Dolce e Gabbana lavorano sugli stereotipi: lo hanno sempre fatto e per molto tempo ha funzionato. La caricatura di Italia che spacciavano al mondo era davvero ferma agli anni Cinquanta, e potrebbe persino essere stata controproducente per l’immagine della nostra nazione all’estero: ma funzionava, vendeva, e quindi perché lagnarsene. I problemi sono nati quando il metodo Dolce e Gabbana è stato esteso al resto del mondo globalizzato, in aree forse più sensibili ai problemi che gli stereotipi portano con sé. Un primo segnale d’allarme arrivò durante la sfilata primavera-estate 2013, quando alcune modelle si presentarono in passerella con un ingombrante orecchino che lasciò perplessi i giornalisti anglosassoni (“Are they racist?“): rappresentava la testa di una donna nera; somigliava non troppo vagamente ai quelle raffigurazioni stilizzate e grottesche degli individui afroamericani stigmatizzate da Spike Lee in Bamboozled . In quell’occasione l’azienda si limitò a precisare che avevano voluto citare le “teste di moro”, un simbolo del folklore siciliano. Uno choc culturale interessante, su cui la stampa italiana non trovò molto da dire. Così come si allarmò particolarmente l’anno dopo, quando le foto dell'”Hallowood Disco Africa” con gli stilisti truccati da africani fecero il giro del mondo e arrivarono in America, dove la “blackface” è ancora vista come un oltraggio dalla comunità afroamericana: un ricordo di quei minstrels show in cui attori bianchi truccati da neri ne irridevano i costumi mentre si appropriavano della loro musica. Gabbana non portava una blackface, ma delle foto sembrava divertirsi, sinceramente inconsapevole dei problemi che avrebbe potuto crearsi con i clienti di oltreoceano. Tanto chi si indigna di queste cose non compra Dolce e Gabbana. I giornalisti italiani si fecero invece sentire nel 2015, quando lo stesso Gabbana definì “sintetico” il figlio di Elton John e quest’ultimo reagì annunciando che non avrebbe mai più comprato prodotti della griffe; al che Gabbana reagì definendolo fascist. Forse fu un hacker anche in quell’occasione, non si può escludere, ma non è questo il punto. Il punto è che allora i giornalisti italiani intervennero, sì, ma per difendere Gabbana; per cercare di spiegare e Elton John che quella di Gabbana su suo figlio era un’opinione, e le opinioni vanno rispettate. Certo, non credo che Elton John si sia scosso più di tanto per i rilievi di Beppe Severgnini, ma il problema resta: quello di una stampa nazionale che sembra spalleggiare Gabbana (o il suo hacker) per partito preso, anche a costo di scadere nel ridicolo.

In un mondo globale sempre più insofferente nei confronti degli stereotipi culturali e di genere, se Dolce e Gabbana hanno potuto remare per anni in direzione contraria, giocando a rinforzare, sempre di più, quegli stessi odiosi stereotipi, è anche colpa di chi, per tutto questo tempo, si è sforzato di trovarli geniali, fingendo di non vedere anche gli esempi più eclatanti, come la pubblicità che alludeva a una violenza sessuale di gruppo. E tutto questo è andato avanti finché, un giorno, non sono andati a sbattere contro la Repubblica Popolare Cinese. Adesso è tutta colpa loro, gli imperatori sono nudi, gli ex ciambellani di corte si accaniscono su coloro che fino a un momento fa veneravano. Trovano brutto il comunicato di scuse, poco credibile. Chissà se qualche autoeletto guru della comunicazione ha già fatto notare quello che per un qualsiasi studente della Storia del Novecento rasenta l’ovvio: quel video apparentemente imbarazzante è ancora una volta una rielaborazione di stereotipi orientali (l’autocritica maoista) e occidentali (Dolce e Gabbana sembrano recitare la parte di due ostaggi).

Costretti a recitare con voce atona formule grottesche come “Chiediamo scusa ai cinesi perché ce ne sono tanti”, Dolce e Gabbana insistono sulla redenzione, ma in realtà stanno dicendo un’altra cosa: umiliazione. È vero che mancano i cappelli di carta con cui le Guardie Rosse di Mao cingevano le teste dei nemici del popolo, ma chi è nato e cresciuto dopo la Rivoluzione Culturale non dovrebbe faticare a cogliere un riferimento, anche inconscio: Dolce e Gabbana si comportano come due capitalisti rieducati, proletarizzati, pronti per indossare la tutina e inforcare la bicicletta.

Nel frattempo l’osservatore occidentale ridacchia, ma percepisce un altro messaggio preciso: “Aiuto, siamo prigionieri. Ovviamente non crediamo in quello che stiamo dicendo, siamo ostaggi di questo nuovo mondo globale. Venite a salvarci, o almeno abbiate pietà di noi”. Un video così goffo riesce a muovere le corde giuste di due pubblici opposti e complementari. Non male, per essere la mossa disperata di due stilisti a cui adesso, e solo adesso, gli Esperti rimproverano l’incapacità di comunicare. Lavorare sugli stereotipi è pericoloso, e prima o poi ci si brucia. Ma se Dolce e Gabbana ci hanno insistito fin qui, è perché fin qui tutto sommato funzionava. E funziona ancora, a dispetto di ogni critica. Anche coi cinesi, anche con noi.

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