Perché le persone disabili non hanno bisogno della tua pietà

Con il termine “abilismo” si intende la discriminazione verso le persone disabili, parente stretta di sessismo, omobitransfobia, razzismo e di tutte le altre discriminazioni sociali. Il termine deriva da “ableism”, sviluppatosi in ambito anglo-americano in riferimento all’abilità – fisica o mentale – come norma e unica condizione accettata.

Un problema molto sentito dagli attivisti disabili è che la disabilità è sempre stata vista come una mera questione medica. Una condizione tragica e sfortunata, senza tante possibilità, da compatire, da curare e possibilmente quindi da eliminare. Dall’epoca dei freak show – intrattenimenti morbosi per le persone non disabili – o dal periodo in cui la disabilità veniva imputata ai peccati della famiglia e i figli “paralitici” venivano nascosti in casa, la cultura si è faticosamente evoluta. La concezione della disabilità nei secoli è passata da una visione medica fino allo sviluppo del Modello Sociale della Disabilità, teorizzato da Mike Oliver nel 1983. Il Modello Sociale aggiusta il paradigma, definendo la disabilità come una condizione socio-politica marginalizzata che ha una propria cultura e community, e che affronta determinati tipi di discriminazioni. Ma alcune tracce di questa concezione rimangono ancora oggi: nei talk show strappalacrime, o nelle scelte di marketing di Telethon. Non ci sono più i freak show ma c’è l’inspiration pornarticoli di giornale, meme su Facebook, storie strappalacrime dove le persone disabili o gravemente malate sono ritratte come esempi di coraggio semplicemente sulla base della loro disabilità, e vengono ridotte a esempi motivazionali per chi non è disabile. E c’è un certo tipo di voyeurismo che ha trovato terreno fertile per svilupparsi a causa della poca esposizione delle persone disabili nella società. Le persone disabili forse non verranno più segregate in casa, ma spesso non possono comunque uscire quando vogliono – o andare dove vogliono – a causa della mancanza di servizi e accessibilità.

Oggi l’abilismo trova varie espressioni: il discorso di Beppe Grillo che denigra le persone autistiche, l’autorizzazione a costruire nuovi istituti in Piemonte che favoriscono la ghettizzazione contro la Convenzione ONU dei diritti delle persone disabili, lo spot di Fondazione Sacra Famiglia, dove si dipinge come deleteria la vita nella propria casa per pubblicizzare una struttura residenziale per le persone disabili. Di contro, queste ultime ribattono attraverso smascheramento mediatico o cause legali, come è successo nella recente causa promossa da alcuni attivisti disabili tramite l’Associazione Luca Coscioni e vinta contro Flixbus, che non trasporta le persone in carrozzina. Ma spesso il modo in cui questi episodi vengono narrati dai media non sottolinea abbastanza quanto siano parte di un problema strutturale della nostra società. Si parla di “indifferenza”, “superficialità”, “discriminazione” in modo generico, perché manca nel discorso pubblico il termine esatto per definire questo fenomeno: abilismo, appunto.

Come tutte le discriminazioni strutturali, l’abilismo si sviluppa su più livelli. Possiamo pensarlo come una piramide, alla cui base si collocano i fenomeni di entità minore, dettati da ignoranza, paternalismo e incapacità di andare oltre agli stereotipi di cui la nostra cultura è impregnata; e al cui vertice troviamo il genocidio. Dato che si tratta di un crescendo, è importantissimo riconoscere e combattere anche gli atteggiamenti minori, quelli che sembrano innocui, perché sono solo l’inizio di un modo di pensare che può avere conseguenze letali.

L’indifferenza è il gradino più basso della piramide della discriminazione. Un esempio è non contrastare le battute abiliste. Espressioni come “sei un Down”, “sei un handicappato”, “sei un mongolo” vengono spesso automaticamente giustificate come insulti bonari. Eppure, se la nostra lingua ritiene che essere paragonati alle persone disabili sia un insulto, vuol dire che c’è un problema strutturale.

Il gradino successivo all’indifferenza è la minimizzazione. Ad esempio, è molto comune nei convegni a tema disabilità che i relatori siano in gran parte non disabili: spesso si tratta di medici, operatori del settore e caregiver. Non ci sono mai persone disabili che occupano posti di rilievo. Non lasciare spazio alla voce dei diretti interessati è abilismo. Un altro esempio di minimizzazione è giustificare il carattere discriminatorio di una situazione dicendo che le intenzioni della persona “discriminante” erano buone e magari consigliare in modo paternalistico alla persona disabile di “apprezzare comunque le intenzioni”, invalidando i suoi sentimenti feriti.

Questo ci porta all’abilismo velato, quello che non si mostra in modo palese per quello che è. Non più semplicemente non contrastare, ma fare battute abiliste, perché ormai sono parte integrante del vocabolario degli insulti, come si diceva prima. Arriviamo poi alla discriminazione esplicita, che è tutt’oggi molto frequente. La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia nel 2009, viene costantemente violata. Chi è disabile è discriminato nella ricerca del lavoro, sempre che la sede del colloquio sia accessibile o lo siano i mezzi che portano lì. Le barriere architettoniche quasi onnipresenti impediscono o rendono difficile la partecipazione agli spazi pubblici, e si continuano ad aprire nuovi negozi, bar e locali privi dei requisiti legali di accessibilità. Non è ancora diffusa l’idea che la presenza di scale in un luogo pubblico equivalga in sostanza all’affissione di un cartello con scritto “vietato l’ingresso alle persone in carrozzina”, o che un semaforo senza segnaletica sonora è come apporre la scritta “vietato il passaggio alle persone cieche”. L’Italia è stato il primo Paese europeo ad abolire negli anni Settanta le scuole separate per gli studenti disabili, e costituisce un modello per gli altri Paesi (dove classi differenziali o vere e proprie scuole “speciali” sono ancora frequenti), ma in pratica situazioni di segregazione restano, a causa delle barriere architettoniche o della scarsità di assistenza scolastica che di fatto limitano l’inclusione.

Altri esempi di discriminazione esplicita sono le politiche che non si occupano di disabilità e diritti. In particolare, sono abiliste quelle politiche che resistono alle richieste sempre più decise degli attivisti disabili di stornare i fondi per l’assistenza ora destinati alle strutture segreganti verso una gestione autonoma delle risorse da parte delle persone disabili sulla base dei propri bisogni specifici. C’è abilismo anche in campo medico, dove statisticamente si fornisce una qualità del servizio inferiore a chi ha disabilità: si sottovalutano in partenza le potenzialità e le aspirazioni delle persone disabili e quindi si offre un servizio di minore qualità. Un uomo disabile statunitense, ad esempio, è stato oggetto di negligenza e pregiudizio da parte del personale sanitario dello Yale New Haven Hospital finché non ha chiesto ai colleghi professori universitari di bioetica di intervenire; in Inghilterra è stato arbitrariamente approvato un ordine di DNR (“Do Not Resuscitate”) per un’eventuale complicazione della condizione di salute di un uomo con la sindrome di Down adducendo la sua disabilità come motivo e senza consultare lui o la famiglia; un’attivista e accademica autistica non è stata coinvolta nel processo decisionale sulla propria terapia e i suoi sintomi minimizzati perché i medici hanno scritto sulla cartella clinica, a torto, che aveva un “ritardo mentale”. Inoltre, c’è il grande problema dell’inaccessibilità dei servizi sanitari, specialmente dei servizi ginecologici e di prevenzione del tumore al seno.

Al livello superiore troviamo l’incitamento alla violenza. Come l’eugenetica, che ha radici nel diciannovesimo secolo. Una retorica che considera di minore valore le vite delle persone disabili è un incitamento al disprezzo, alla discriminazione e alla violenza verso le persone che stanno vivendo quella condizione.

Violenza che non è una novità per le persone disabili segregate nelle case di cura, alle quali cioè non viene erogato dai servizi sociali un finanziamento sufficiente per assumere assistenti nel proprio ambiente di vita per svolgere le attività quotidiane. Già privare della libertà una persona, limitarne le uscite, imporle orari per mangiare, usare il bagno e andare a dormire è violenza diretta, il penultimo scalino della piramide. Inoltre, in una struttura chiusa dove la persona non decide da chi viene assistita, si crea uno squilibrio di poteri in cui la persona disabile è in assoluto la parte più debole, tanto che micro e macro abusi sono quasi inevitabili.

Un altro esempio di violenza diretta sono i crimini di odio verso le persone disabili, i cosiddetti “mercy killing”. Come per i femminicidi, quando si legge dell’uccisione di una persona disabile da parte del suo caregiver si parla di “troppo amore” o al massimo di “raptus”, quando in realtà si tratta di un fenomeno strutturale che ha come premessa la svalutazione delle vite delle persone disabili. Da cui il passaggio al vero e proprio genocidio non è così lungo. L'”Aktion T4” – lo sterminio di 300mila persone disabili (anche se il numero preciso resta ignoto) – sotto il regime nazista fu il banco di prova per lo sterminio delle altre minoranze e finì addirittura dopo: quelle delle persone disabili venivano definite “vite indegne di essere vissute”. Un simile movente sta dietro al massacro di Sagamihara, in Giappone, quando nel 2016 un ex dipendente si è introdotto in una struttura residenziale, ha ucciso diciannove persone e ne ha ferite ventisei, di cui non sono stati resi noti dai media nemmeno i nomi.

L’abilismo, purtroppo, è strutturale e normalizzato, e dato che il termine è poco conosciuto persino dalle persone disabili e dai circoli di giustizia sociale, è difficile definire e classificare la discriminazione, che quindi diventa anche difficile da combattere. Alcuni passi importanti da seguire per contrastare l’abilismo sono guardare la disabilità attraverso una lente sociopolitica, affrontare la discussione sull’abilismo parallelamente alle discussioni sulle altre discriminazioni, amplificare quanto più possibile le voci dei diretti interessati e cercare di decostruire e analizzare quello che abbiamo imparato di disabilità vivendo in una cultura abilista.

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