Perché dobbiamo dichiarare l’emergenza ambientale ora

Il 5 giugno scorso, durante la Giornata Mondiale dell’Ambiente, il Senato ha discusso quattro mozioni a tema ambientale, respingendo quelle che chiedevano al governo un maggiore impegno per raggiungere obiettivi più ambiziosi nell’attuazione dell’Accordo di Parigi sul clima. Perdendo l’occasione di dichiarare lo stato di emergenza climatica, le istituzioni italiane hanno rinunciato a una presa di posizione netta sull’urgenza del problema. È stata invece approvata la mozione 135 della senatrice Patty L’Abbate (M5S) che, senza approfondire le iniziative necessarie e le scadenze, raccomanda di “ricorrere all’eco design, favorire l’autoproduzione distribuita di energia da fonti rinnovabili; promuovere campagne di sensibilizzazione e informazione rivolte ai cittadini in sinergia con gli enti locali, anche mediante l’introduzione dell’educazione ambientale nelle scuole”, con cui attuare delle “politiche serie e concrete finalizzate alla decarbonizzazione dell’economia”. Nel complesso si tratta di affermazioni vaghe che non prevedono tagli ai fondi a sostegno delle energie fossili, anche se il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha espresso comunque soddisfazione per “una presa di posizione da cui non si può tornare indietro”. 

Sergio Costa

In particolare, tra le mozioni rifiutate, la mozione 85 (testo 3) del senatore Andrea Ferrazzi (Pd) faceva esplicito riferimento ai concetti di green economy ed economia circolare come pilastri delle strategie contro il surriscaldamento globale. La  mozione 97, proposta dalla senatrice Maria Alessandra Gallone (Fi) ricordava che il nostro Paese ha ripetutamente violato i limiti annuali di biossido di azoto nelle città e non ha adeguato i sistemi di trattamento delle acque di scarico secondo le norme europee, venendo deferito dalla Commissione europea. Ma è soprattutto la mozione 122, firmata dalla senatrice Loredana De Petris (Misto – Leu), che ha fatto discutere con la sua proposta di un green new deal anche per l’Italia, proponendo la rimozione degli incentivi alle energie combustibili fossili e la dichiarazione dello stato di emergenza climatica. 

Dichiarare lo stato di emergenza climatica significa riconoscere la gravità degli effetti ambientali e socio-economici del surriscaldamento globale e la propria volontà di reagire con azioni tempestive e concrete (ad esempio riducendo le emissioni nette di gas serra nel più breve tempo possibile) e pianificando le strategie di adattamento. In questo modo il contrasto al cambiamento climatico diventerebbe una priorità dello Stato. Le azioni successive dovrebbero essere guidate dai principi di equità (non facendo ricadere i costi della transizione sulla parte più povera della popolazione), democrazia (coinvolgendo i cittadini) e trasparenza (rendendo pubblici i rapporti sulle opere in atto). 

Tra i motivi per cui non c’è unanimità sulla decisione c’è il fatto che la dichiarazione di stato d’emergenza spaventa perché prevede la possibilità – ma non l’obbligo – di limitare alcuni diritti, come quelli di circolazione o di stampa. Il rischio è che, nel sentire comune, lo stato d’emergenza vada a sovrapporsi con altre situazioni più gravi e radicali, come lo stato d’assedio, con cui non ha però nulla a che fare. Questa misura straordinaria, invocata principalmente in situazioni di guerra o escalation terroristica, sospende in modo temporaneo le garanzie costituzionali e conferisce il potere civile all’autorità militare. In realtà è prassi dichiarare lo stato di emergenza in molte situazioni di crisi o pericolo (ad esempio lo scorso anno dopo il crollo del ponte Morandi di Genova), soprattutto per disastri ambientali e dissesti idrogeologici legati al clima, come accaduto per la grave siccità dell’estate 2017 in Umbria e Lazio. Lo stato d’emergenza può riguardare interventi organizzati a livello comunale, provinciale, regionale o nazionale. Nell’ultimo caso la dichiarazione deve essere approvata dal Consiglio dei Ministri, che ha così la possibilità di stanziare immediatamente i fondi per intervenire e affida al Capo del Dipartimento della Protezione Civile il potere di emanare le ordinanze necessarie – anche in deroga alle leggi vigenti, purché nel rispetto dei diritti umani e di certi limiti costituzionali –, oltre a nominare un Commissario delegato a coordinare gli interventi per superare la situazione di emergenza.

Proclamare lo stato di emergenza climatico è prima di tutto un atto simbolico, ma che può avere ripercussioni concrete se in buona fede, come ha fatto la Scozia con il suo Climate Change Bill che punta a ridurre fino allo zero netto l’emissione di gas serra entro il 2045. Il governo irlandese, in seguito alla dichiarazione di emergenza climatica, ha posto le politiche per il clima in cima alle priorità (anche sul piano degli investimenti) del suo programma Project Ireland 2040, con il piano di ridurre le emissioni per arrivare a zero nel 2050 e aumentare la produzione di energia da fonti rinnovabili fino al 70%. Con il portale governativo di Project Ireland 2040 e la sua mappa interattiva i cittadini possono verificare i passi avanti fatti nella loro zona e quali sono le azioni ancora in programma. La dichiarazione della Gran Bretagna – annunciata il primo maggio scorso ponendosi l’obiettivo di ridurre entro il 2050 le emissioni di anidride carbonica dell’80% rispetto ai livelli del 1990 – sembra invece poco coerente, visto il voto favorevole espresso quasi in contemporanea dal Parlamento sull’espansione dell’aeroporto di Heathrow, uno dei più grandi poli inquinanti del Paese. Lo stato d’emergenza, quindi, non è di per sé una garanzia della serietà del governo nell’affrontare la crisi ambientale, ma di certo rifiutarsi di dichiararlo è un segnale negativo.

Da anni il climatologo Luca Mercalli denuncia che “in Italia il problema ambientale è considerato marginale dalle istituzioni. È più un fastidio che una priorità, più un problema a cui venire a patti con compromessi che una visione di futuro”. Se l’attuale governo si è allineato all’immobilismo dei precedenti, i cittadini non sono più disposti ad accettarlo: nello stesso giorno in cui il Parlamento rigettava la dichiarazione di stato d’emergenza, il gruppo Giudizio Universale ha annunciato il progetto di intentare nel prossimo autunno la prima causa contro lo Stato italiano per violazione dei diritti umani in riferimento al clima. L’intento degli attivisti è costringere l’esecutivo a rendere conto della sua mancanza di impegno effettivo, dato che le iniziative contenute nel Piano energia e clima 2030 del marzo scorso sono insufficienti per far raggiungere all’Italia gli obiettivi degli accordi di Parigi. 

Luca Mercalli

Mentre il governo sembra ignorare l’emergenza, le istituzioni locali sanno essere più realiste e più vicine ai cittadini, come ha dimostrato pochi giorni fa la regione Toscana diventando la prima regione in Italia a dichiarare lo stato di emergenza climatica, dopo che Milano era stata la prima grande città italiana a farlo. Il comune della città il 20 maggio, con l’approvazione della mozione, si è impegnato a predisporre entro sei mesi le iniziative per ridurre le emissioni, sostituirle con le energie rinnovabili, incentivare il risparmio energetico in pianificazione urbana, mobilità, edilizia, impianti di riscaldamento e raffreddamento e a incrementare la riforestazione urbana in corso. Complessivamente nel mondo sono più di 600 le istituzioni tra locali e nazionali ad aver dichiarato lo stato di emergenza climatica, tra cui molte amministrazioni australiane e britanniche, la regione autonoma della Catalogna e, in Italia, le città di Aosta, Acri, Maglie, Lucca, Napoli, Padova e Torchiarolo (Br). 

Se è vero che lo stato di emergenza climatica non è vincolante per il governo che lo proclama, resta un’assunzione di responsabilità da parte di un’amministrazione. Di fatto, più che la dichiarazione in sé, conta il fatto che il Parlamento italiano abbia bocciato tutte le mozioni che proponevano date e azioni concrete per raggiungere gli obiettivi. Ancora una volta abbiamo assistito a una mancata occasione per il governo che, non prendendo una posizione netta, rifiuta di dare al tema ambientale l’urgenza che richiede. 

Mentre il Paese è minacciato dalla rapida erosione delle sue coste e Venezia rischia di scomparire insieme al clima necessario per produrre molte delle nostre specialità agroalimentari, il ministro dell’interno e vicepremier Salvini non perde occasione per rimarcare il suo scetticismo sul surriscaldamento globale, seguito da buona parte del suo esecutivo. “Da padre” dovrebbe ricordarsi che la vera minaccia per il futuro dell’Italia non è l’inesistente emergenza migranti, ma un’emergenza climatica con il potenziale di rendere la Terra inabitabile per i suoi stessi figli in poco più di un secolo.

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