Chiara Ferragni ci dimostra che puoi realizzare tutti i tuoi sogni se vuoi. E se sei ricco.

È uscito, ora anche su Amazon Prime, il documentario di e su Chiara Ferragni. Se non bastassero i cartelloni in movimento nelle piazze delle più grandi città (da Milano a New York), la tempesta di contenuti sponsorizzati su Instagram e le presentazioni in pompa magna come quella alla Mostra del cinema di Venezia di qualche mese fa, ci ha pensato la stessa protagonista a ribadirci quotidianamente non solo l’importanza di questo avvenimento, ma anche le tante e valide ragioni per le quali noi tutti dovremmo guardarlo. Il documentario merita la nostra attenzione perché racconta una storia di rivalsa e coraggio, di una donna che ce l’ha fatta. Alla fine ho deciso di dare una chance a Chiara Ferragni – Unposted, e mi sono sentita presa in giro dal primo minuto.

Prima di tutto, perché di unposted non c’è proprio niente. Gli 85 minuti del documentario sembrano un collage delle storie che quotidianamente l’influencer posta sui social, ma con una abbondante dose extra di autoincensamento: vengono intervistati i parenti di Chiara, alcuni fan e qualche collaboratore, tutti d’accordo nel ripetere le qualità della fashion blogger, dalla sua indipendenza al suo intuito imprenditoriale. Non proprio quella che si definisce una sorpresa, insomma. Queste dichiarazioni vengono alternate a brevi riprese dell’infanzia di Chiara, dove è in viaggio con la sua famiglia in posti esotici o in grandi metropoli. Foto di lei da piccola, commenti da parte di chi le vuole bene, lei che si commuove: praticamente si tratta del video di un prediciottesimo lungo un’ora e mezza.

Detto ciò, non ho nulla contro Chiara Ferragni, apprezzo la sua figura e la sua personalità. Non posso dire lo stesso per l’intento pedagogico del lungometraggio e per quello che rappresenta: l’espressione estrema dell’ideologia del “se vuoi puoi”, “basta crederci”, “se hai un sogno inseguilo” e “we are the champions” sempre e comunque. Il mito americano del self made man (o in questo caso woman), secondo cui con la giusta dose di impegno e fatica si possono raggiungere tutte le vette della scala sociale, non esiste più. O meglio, esiste solo nell’immaginario, spinto e alimentato dall’ideologia capitalista che ci illude di essere attori liberi in un mondo che ci appartiene. Peccato che questo non esista più nella realtà, strangolato lentamente da disuguaglianze sempre più ampie.

Più che in un assetto democratico e paritario, infatti, viviamo ormai in una sorta di restaurazione dell’ancien régime. La colpa è di quello che gli economisti Maurizio Franzini e Mario Pianta, nel libro Disuguaglianze – quante sono e come combatterle, hanno denominato “capitalismo oligarchico”: negli ultimi decenni, a causa di regolamentazioni concessive, mancanza di redistribuzione della ricchezza, falle nel sistema di prelievo fiscale e declino del potere dei sindacati, si è venuta a creare una sorta di “aristocrazia del denaro” che concentra poteri e privilegi per tramandarli di generazione in generazione. In questo modo si assicura che rimangano all’interno di una ristretta cerchia che mira a preservare la sua ricchezza invece che ridistribuire il benessere con più cittadini possibili. In altre parole, sembra che nel delineare l’assetto economico e lavorativo delle società, il passato tenda a contare più del presente e del futuro: se hai la fortuna di nascere nella giusta classe sociale, potrai accedere a un’educazione migliore, entrare in contatto con le persone giuste per garantirsi potere e influenza, viaggiare ed espandere le tue competenze e affacciarti sul mercato di lavoro con un vantaggio abissale rispetto a chi non ha avuto le stesse possibilità dalla nascita. È sempre più chiaro l’anacronismo della retorica che ci parla di meritocrazia, smentita dall’esperienza comune che ormai dimostra come tutti gli uomini siano uguali, ma alcuni lo siano più degli altri.

Bisogna considerare, a onor del vero e per prevenire i detrattori, che Ferragni è partita da una condizione di benessere, ma ha decuplicato il suo capitale. Tutto questo riguarda Ferragni e quello che rappresenta con il suo lavoro per due motivi. Il primo è che i fashion blogger, tutti coloro che possono permettersi di fare una vita fuori dagli schemi grazie ai soldi che possiedono, e che sostanzialmente vengono seguiti per questo motivo, sponsorizzano la semplificazione per cui il ricco sta al buono come il povero sta al cattivo, impedendoci di guardare con spirito critico all’ostentazione del lusso che hanno a disposizione e cosa questo significhi come impatto sulla società e sull’ambiente. Soprattutto in un periodo storico dove ampie fasce della popolazione del Pianeta lottano contro la povertà, anche in un Occidente dove sempre più persone vivono difficoltà quotidiane anche solo per mangiare o comprare un dentifricio.

Il problema non sono le Kardashian che passano le loro giornate a twerkare su uno yacht: il problema è un sistema che ha smesso di occuparsi dei più basilari principi di uguaglianza, che non significa assicurare a tutti gli stessi punti d’arrivo, ma garantire le stesse basi di partenza. Tutto questo è successo con la nostra approvazione. L’ascensore sociale si è inceppato, ma molti di noi sono troppo occupati a venerare il consumismo e troppo storditi dai tramonti hawaiani postati dall’influencer di turno per indignarci. Senza tirare in ballo l’etica di nessuno, dovremmo però smettere di venerare personaggi che hanno come talento principale – e spesso unico – quello di essere ricchi, dimenticando la deresponsabilizzazione della nostra struttura sociale.

Tenersi aggiornati sui viaggi e i pasti stellati delle star di Instagram ha un giusto scopo ludico e di evasione: il pericolo sta nel continuare a illudersi che quelle vite siano alla portata di tutti e che basti “crederci fortissimo” per risvegliarsi a Parigi con qualcuno che ti fa un massaggio facciale mentre fai colazione. Se la prospettiva non è del tutto impossibile, ci va molto vicino a causa del circolo vizioso innescato da quella che – per usare un termine vintage – sta diventando una vera e propria élite. La responsabilità è delle regole del gioco, o meglio, della loro assenza, e di una sempre più debole capacità di contrastarlo. Nel libro per aspiranti yuppie I segreti di una mente milionaria viene ripetuto che se vuoi veramente ottenere il denaro di cui hai bisogno devi metterti una mano sul cuore e ripetere a voce alta il mantra “io ammiro le persone ricche, io benedico le persone ricche, io amo le persone ricche, e sarò una di queste persone ricche anch’io”. Questo ci porta alla trappola del positive thinking.

La cultura occidentale non fa che martellarci sul dover essere positivi, sorridenti, fiduciosi. Se avete queste caratteristiche, se vi svegliate ogni giorno con il cuore stracolmo di gratitudine, non potete fallire. Eppure, spesso l’insuccesso arriva comunque. La risposta di molti guru del pensiero positivo è che la colpa del fallimento è vostra ed è su voi stessi che dovete scaricare il peso dell’insuccesso. Se tutto è così facile e a portata di mano e voi non lo cogliete il motivo non può che essere che siete degli incapaci e falliti, che dovete sorridere con più convinzione e farlo più spesso.

Se non avete lavoro e faticate ad arrivare a fine mese, la colpa non è certo della precarizzazione del lavoro o di un sistema economico in crisi, ma delle vostre “vibrazioni negative”. Oltre al victim blaming in piena regola, la trappola del positive thinking è che mette al bando la capacità di provare rabbia o una naturale frustrazione, sopprimendo qualsiasi slancio di ribellione o di opposizione a un sistema vessatorio. Il bestseller The Secret, che ha ispirato anche un documentario, basa tutta la sua teoria proprio su questo paradigma, prendendo a modello una ragazza single e innamorata di un uomo. La promessa del Segreto è che basta che lei lo fissi, visualizzandolo chiaramente nella sua mente e mantenendo uno stato di costante gratitudine e il suo oggetto del desiderio verrà catapultato nella sua vita per effetto di potenti calamite mistiche. La giornalista statunitense Barbara Ehrenreich, che ha scritto il libro Brightsided: How Positive Thinking Is Undermining America, ha messo in guardia sugli effetti devastanti di questa mentalità, sostenendo che “C’è una cosa che non è stata sottolineata abbastanza tra le responsabilità della crisi bancaria del 2008: l’ottimismo obbligatorio che permeava il mondo finanziario, per cui erano tutti convinti che le cose non potevano che migliorare e le sparute voci discordanti venivano zittite. Nessuno vuole lavorare con dei “downer” (…). Ormai essere negativi è considerata da tutti una cosa brutta, un insulto. Ma essere negativi, a volte, vuole dire semplicemente fare una domanda e mettere in dubbio lo stato delle cose”. 

Non essere d’accordo con la semplificazione a tutti i costi della vita propagandata dai nuovi guru, infatti, non significa essere una sorta di Grinch refrattario al buon umore e alla positività, ma sottrarsi a una visione del mondo atrofizzante che ci viene imposta per illuderci di vivere nel migliore dei mondi possibili. I sacrifici che bisogna affrontare per farcela nonostante tutto, le contraddizioni e le ingiustizie della società, le conquiste sociali e democratiche che siamo ben lontani dal poter dare per certe e che vanno ancora difese con lotte e manifestazioni: nel mondo di Ferragni è questo l’unico materiale davvero Unposted.

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